Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Il centro storico: nobiltà, locali mondani e circoli esclusivi

Anni '30: un quadro d’epoca del pittore Alfredo Soressi raffigura la ressa di fedeli dell’alta società piacentina e ci restituisce la realtà dell'epoca

I protagonisti di cui era stato possibile ottenerne testimonianza, al tempo della stesura della “Piacenza popolaresca delle vecchie borgate” si contavano sulle dita di una mano. Tra questi Sandro Cerri che ho conosciuto quasi alla soglia dei cento anni: figlio di uno dei proprietari della fabbrica del ghiaccio, fu testimone diretto (anche con tante fotografie) della 1° guerra mondiale, come della Piacenza dei primi del ‘900 e degli anni susseguenti.

Da lui, di agiata famiglia borghese, era stato possibile reperire alcune testimonianze condensate in appunti necessariamente schematici, utili comunque ad abbozzare alcuni nomi dei ceti patrizi, borghesi, professionali, culturali, i quali svolsero ruoli tipici, anche con riflessi pittoreschi, sull’immaginario popolaresco, se non altro per il gran divario che correva tra le misere condizioni dei residenti delle borgate povere, miserevoli e quelle dei grandi privilegiati dal censo e dal lignaggio.

Senza la pretesa di compilare un elenco completo dei signori di sangue blu figuranti nella nostra araldica con le loro insegne blasonate, ne nominiamo alcuni che furono personaggi di scena sul teatro mondano del centro, frequentandone i locali eleganti, i circoli elitari, i salotti, i club, i ritrovi d’affari finanziari, un po’ meno quelli culturali ed intellettuali: i Radini Tedeschi, i Malvicini, i Cavalli Lucca, i Calciati, i Landi, i Barattieri, i Fontana, gli Anguissola, i Lucca Prati, i Marazzani, i Pallastrelli, tanto per citarne alcuni.

Tra le figure di vistosa sontuosità coreografica, primeggiava il Conte Dionigi Barattieri di S. Pietro in Cerro, con dimora in Strà ‘lvà. Costui era solito uscire per diporto su carrozze d’epoca, tirate da una quadriglia di cavalli con i cocchieri in livrea. Questa sua usanza da spettacolo in costume, in un periodo in cui le disparità di classe emergevano con stridenti contraddizioni sociali, suscitando amari rancori più che ammirazione, gli valsero l’appellativo popolaresco di “quatar cavai”.

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Ma l’estroso Dionigi era fatto così, ne sembra si curasse gran che dei giudizi e delle opinioni altrui, essendo votato ai cerimoniali della bizzarria e della stravaganza. Inoltre non aveva problemi coniugali avendo scelto quale condizione anagrafica congeniale quella di scapolo e perciò amico dei celibi come lui impenitenti e spensierati. In tal senso si ricordava una delle sortite più spassose, architettate per “scornare” la comunità civica dei maritati.una carrozza sullo stradone Farnese-2

 
Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • in effetti un tempo la nobiltà era piuttosto vantaggiosa, poichè consentiva a un uomo di essere conosciuto e rispettato già a vent’anni e senza che egli avesse ancora dovuto produrre alcunché di eclatante. Ai comuni mortali meritevoli toccava invece “faticare” almeno una ventina d’anni per guadagnarsi eventualmente un’analoga fama e un analogo rispetto

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