Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Il delitto di via Borghetto del 1917: nonostante il silenzio stampa la gente non dimenticò

La notizia del raccapricciante delitto della notte di S. Lucia la diede soprattutto la voce comunitaria della borgata, mentre la carta stampata fu stranamente reticente. Ma questa storia, con qualche variante di dettaglio, rimase a lungo nella memoria degli anziani di via Borghetto che a quel tempo erano poco più che ragazzi

La prima parte del racconto

La notizia del raccapricciante delitto della notte di Santa Lucia la diede soprattutto la voce comunitaria della borgata, mentre la carta stampata fu stranamente reticente. Ma questa storia, con qualche variante di dettaglio, rimase a lungo nella memoria degli anziani di via Borghetto che a quel tempo erano poco più che ragazzi. Del resto su come si svolsero effettivamente i fatti non risultò chiaro nemmeno dagli atti del processo celebratosi a guerra finita; i tre responsabili vennero condannati a molti anni di carcere, mentre al “palo” fu inflitta una pena minore.

Risultano anche controverse le ragioni per cui il truce assassinio della notte di S. Lucia non fu reso noto dagli organi di informazione locale in quegli ultimi scorci del 1917. C’è chi sostenne che tale black- out sarebbe stato innescato da un “grosso papavero” con stretti soldati borghetto-2legami di parentela con uno dei tre esecutori materiali del misfatto. Si vociferava temesse che la dignitosa reputazione personale sarebbe stata, anche indirettamente, coinvolta in quello scandalo di atroce criminalità.

Sul luogo del delitto accorse nella notte stessa una pattuglia di Reali Carabinieri i quali non tardarono ad accertare gli elementi oggettivi del delitto, ricostruendo le prove che li portarono rapidamente alla identificazione dei giovani autori, peraltro rei confessi. I loro nomi si diffusero ben presto nella “cronaca parlata” della gente delle borgate da cui i tre esecutori materiali del crimine provenivano. Non erano comunque della borgata “di giàd”, tranne il quarto che funse da “palo”.

Un’altra versione attestava che il “silenzio stampa” fosse da imputare al difficile momento bellico che attraversava l’Italia dopo la disfatta italiana sul fronte di Caporetto, con la marea dei profughi che si rovesciò nel retroterra della Pianura Padana provocando dovunque ondate di panico.

Nel novembre del ’17 il generale Diaz successe a Cadorna; l’esercito venne riorganizzato in armamenti e uomini precettati fra le giovani leve, mentre sulla linea Grappa-Montello-Piave, la resistenza di alcuni reparti fu strenua, accanita. Non si riarmarono soltanto le unità dell’esercito, ma anche “l’anima della nazione”.

piacentini della 1°guerra-2

Tutta la stampa fu mobilitata in una campagna intensiva di propaganda interna; i fatti bellici fecero la parte del leone, facendo passare in secondo o terz’ordine quelli della cronaca cittadina. La stessa cronaca nera sembrò venisse ignorata ad arte per non distrarre con notizie di perversa criminalità l’opinione pubblica. Forse potrebbe essere questa la ragione per cui il “delitto di S.Lucia” non trovò spazio sui popolani di Borghetto-2giornali e fu deliberatamente ignorato.

Come si è detto il misfatto provocò sgomento ed orrore nella comunità di “giàd”, soprattutto tra il ceto femminile, perché molti uomini, loro mariti, figli, fratelli, erano partiti per il fronte. I rimasti stringevano ogni giorno di più la cinghia, sopportando indicibili sacrifici e stenti imposti dall’emergenza bellica. Fra l’altro erano stati razionati latte, pane, farina, molti generi di prima necessità.

Anche allora, come durante la seconda guerra mondiale, vigeva la triste prassi della “borsa nera”; il cosiddetto “pescecanismo” inghiottiva voracemente i pesci piccoli, “le arborelle”, quelle che si mangiavano in un boccone! Sui giornali traboccanti di patriottismo civico- militaresco, comparivano quasi quotidianamente lamentele a carico dei “latèi” accusati di annacquare il latte e dei panettieri imputati di impastare il pane con farina di grezze granaglie di genere foraggero. Pazienza per crusca e frumentone, ma per gli altri intrugli si oltrepassò il limite di sopportazione.

Di quel delitto diverse anziane conservavano lucida memoria. Pierina Rizzi, una delle figlie dell’oste- cacciatore Vittorio, rammentava che quando era giovanetta recava tutti i giorni un pentolino di minestra calda alla Leonarda che abitava dall’altra parte della strada, quasi oste Rizzi-2dirimpetto all’osteria. Diceva:” L’avevano derubata ed ammazzata perché ritenuta donna danarosa, mentre era una poveraccia che viveva tra stenti e disagi, già avanti negli anni, campando alla giornata, in desolata solitudine. Quei pochi soldi che le derubarono costituivano tutti i suoi miseri risparmi. Allora anche le vedove non riscuotevano pensioni. Quel gruzzoletto di 12 lire le serviva per far fronte con onestà, senza debiti, alle spicciole necessità di ogni giorno”.

Nelle rievocazioni alquanto appannate degli ultimi protagonisti di quei difficilissimi anni di guerra affioravano quasi a sprazzi rimembranze relative a figure ed aneddoti che animarono lo scenario di vita minuta compreso fra gli anni più duri della 1°guerra mondiale e quelli, più pacati e meno assillanti, antecedenti il secondo conflitto mondiale.

Gli anni ’20 restarono però la pirotecnica scena-madre della grande commedia umana della borgata incentrata sul palcoscenico del Torrione, della Porta e dei bastioni. Finita la guerra, neppure a farlo apposta, anche a Piacenza infuriò la Spagnola che mietè alcune migliaia di vittime specie tra gli anziani in città e provincia. I nuclei familiari più poveri ed indigenti colpiti e falcidiati da quel morbo epidemico, furono assistiti con cibarie calde da gruppi di operatori volontari che le recavano nei rispettivi domicili degli infermi.

Centro di distribuzione di brodi caldi ed altre vivande, fu l’abitato dei “tripadur”, dipendenti del Macello municipale i quali avevano allestito un grande pentolone di rame su un apposito braciere nel loro cortile, facendovi bollire varie frattaglie bovine e dispensando razioni quotidiane ai bisognosi. Fu quella una memorabile gara di autentica solidarietà popolaresca, di antica tradizione socio-filantropica. Altri tempi, altri sentimenti, altri affetti umani. L’anima delle borgate popolaresche pulsava di profonde passioni altruistiche, di schietti ideali umanitari.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • sembrerebbe quasi che il “grosso papavero”, che aveva stretti legami di parentela con uno dei tre esecutori materiali dell’omicidio della “patèra” Leonarda Pantaleoni, fosse davvero molto grosso, se perfino dopo ben 103 anni non si riesce a leggerne il nome neppure in un simpatico e innocente racconto sulla Piacenza popolaresca degli inizi del secolo scorso

    • Sono spiazzato davvero anche io, dopo più di un secolo nessuno ha il coraggio di fare i nomi degli infami assassini, incredibile.

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