rotate-mobile

Il leggendario “Vigiòn” Enrico Loranzi

Re indiscusso del Carnevale di quasi un secolo fa è stato l'arrotino Enrico Loranzi. Questa maschera stracittadina che avrebbe voluto simboleggiare il classico montanaro "scarpe grosse e cervello fino", rappresentò per i nostri bisnonni quello che fu Balanzone per i bolognesi, "Sandròn" per i modenesi, "Brighella" per i veneti, "Gioppìn" per i bergamaschi, "Gianduia" per i piemontesi

Dopo aver (doverosamente) tratteggiato le peculiarità inerenti il Carnevale a Piacenza tanti anni fa, chiudiamo questa breve disamina collegata a questa antica ricorrenza che si chiude con il “martedì grasso”, subito prima del periodo di prescritta astinenza e digiuno della Quaresima, rievocando la storica e leggendaria figura del più famoso “Vigiòn” piacentino, re indiscusso del Carnevale di quasi un secolo fa, ovvero “al muleta” (secondo Tammi sulla e va la dieresi), l’arrotino Enrico Loranzi.

Questa maschera stracittadina che avrebbe voluto simboleggiare il classico montanaro “scarpe grosse e cervello fino”, rappresentò per i nostri bisnonni quello che fu Balanzone per i bolognesi, "Sandròn" per i modenesi, “Brighella” per i veneti, “Gioppìn” per i bergamaschi, “Gianduia” per i piemontesi.vigionLoranzi2-2

Certa tradizione folclorica, lo vorrebbe far discendere dalla plaga montanara della Val di Tolla, nel circondario di Morfasso. Arguto, satirico, eclettico era tuttavia espressione di schietto stampo vernacolo, ovvero “dal sass”; ne sono prova inconfutabile le sue filastrocche rimate i cui testi estemporanei, più che scritti, erano tramandati a memoria e poi modificati dagli stessi protagonisti.

Di Vigiòn sono colmi gli annali carnevaleschi di tanti anni fa, ma di protagonisti “d’alto rango”, dotati di specifiche prerogative, consone cioè alla difficile ed impegnativa parte loro assegnata dall’autentico folclore vernacolo, ce ne sono stati pochi. Si contano sulle dita di una mano.

Uno di questi fu appunto Enrico Loranzi indimenticabile arrotino di “Strà ‘d Suar” (via Roma). Prima di lui si ricorda un Marigliani, Ernestino Malvezzi, ed in seguito “Barra” e Guglielmetti, ma il Vigiòn per antonomasia fu sicuramente Loranzi che calcò per decenni la scena dei carnevali cittadini.

Tutti i mercoledì che precedevano il giovedì grasso, usciva dalla sua abitazione di via Roma, un giovane alto e biondo, grottescamente vestito. Aveva in testa un floscio copricapo di panno alla montanara, al collo un grande fazzoletto di colori squillanti, indossava una casacca di velluto rosso cupo, calzoni di uguale tinta stretti sulle cosce, le gambe fasciate da uose (ghette) grigio-chiaro, alte perché salivano dagli scarpone fino al ginocchio. Il vestito era punteggiato qua e là da grossi bioccoli di neve, ottenuti con batuffoletti di bambagia. Al braccio reggeva per il manico un rustico ombrellone di vecchia foggia contadinesca a righe chiassosamente colorate.

Tutti ormai lo conoscevano, lo salutavano con rumorosa effusione, amabili risate. “L’è al Vigiòn” gridavano, la maschera nostrana per eccellenza, ancora più popolare di quell’altra forse più antica, ma meno appariscente chiamata “"Tôllèin Cuccalla", che, tra l’altro, dette il nome, per un certo periodo, ad un giornale "umoristico sportivo". La cuccalla o galla, come è specificato nel vocabolario scritto da Mons. Tammi, è l’escrescenza di alcune piante che producono frutti legnosi e vuoti, insomma come un personaggio che ha la testa vuota, come appunto “una cuccalla”.

Per quanto riguarda invece “Vigiòn” sembra che derivi (Tammi scrive Viggion), da “Luigione”, insomma “l’arioso” che finge di scendere dalla montagna per “dire la sua”, compendio della proverbiale saggezza montanara, unita al buon senso spicciolo, realistico, del popolino delle borgate urbane.

Dunque per oltre trent’anni questo aitante uomo, esercitò una incontrastata supremazia in questo ruolo, favorita sia dalla conoscenza della piacentinità assimilata fin da ragazzo e dalla sua origine montanara da un’altra regione. Era infatti figlio di un trentino originario della Val Rendena, presso Madonna di Campiglio.

Rimasto presto orfano, i parenti del Trentino si presero cura di lui e gli consentirono poi di proseguire l’attività paterna. Dopo aver girato di paese in paese con il suo piccolo carrettino di arrotino percorrendo soprattutto la zona di Piacenza, si fermò nel suburbio di San Lazzaro dove, invaghitosi di una ragazza piacentina, ben presto la sposò. Aveva solo 18 anni ed avendo talento e volontà, aprì poi un’attrezzata bottega artigiana in via Roma gestita dopo la sua morte dal figlio Antonio.

Come divenne il Vigiòn per antonomasia? Pare siano stati i versi vernacoli prima del Marchesotti poi del Faustini ad ispirargli tale vocazione carnevalesca ed, ovviamente, qualche suo predecessore.Fin dal suo esordio fu Vigiòn di eccellente stampo e portamento, con estremo gusto della facezia; declamava strofe vernacole come un attore consumato, privo di artificio, naturale. Fu subito un prodigio e rientrando a casa a tarda notte del martedì di Carnevale, posò sul cassettone il primo stendardo, il trofeo che gli fu assegnato al grande veglione mascherato. Correva l’anno 1907. Per tutto l’anno lavorava indefessamente alla sua ruota, con impegno metodico, serietà, precisione, ma poi arrivava il Carnevale ed in famiglia sapevano che per tutto quel periodo sarebbe stato latitante.

Ogni anno provvedeva, con grande passione, ad arricchire il suo repertorio “vigionesco” di nuove filastrocche, tiritere, nuovi versi rimati adattandoli alle mutevoli esigenze del tempo e dei costumi sociali. Talvolta lui stesso inventava e componeva motivi e temi di attualità. I premi, i riconoscimenti festaioli, continuavano a fioccargli addosso come i bioccoli di neve che punteggiavano il suo inconfondibile vestiario. Anche la propaganda esercitava un proprio margine di animazione e di attesa popolaresca.

Già il lunedì di Carnevale Vigiòn faceva capatine in tutti i locali pubblici, caffè, osterie, annunciando che la sera, al teatro comunale, si sarebbe svolto il grande veglione mascherato. Quello del lunedì era l’avvenimento più importante dell’anno e precedeva il gran finale del giorno successivo. Immenso lo scialo di spumante, dolci, vivande prelibate, liquori sopraffini, proprio come si addiceva alla precedente “belle epoque”. Poi tutto terminava in un bailamme di coriandoli e stelle filanti e nel corso del Veglione si assegnava il premio al miglior Vigiòn ed era quasi sempre Loranzi ad aggiudicarsi il prestigioso trofeo, benché il suo indiscutibile primato venne a volte conteso da uno strenuo competitore, un ricordato Ernestéin che per qualche anno gli tenne testa e in qualche occasione addirittura lo superò.

Terminato il grande veglione, recando pomposamente i trofei, il Vigiòn, verso le sei del mattino con una squadra di suonatori iniziava il famoso “giro del mondo” che poi era quello di (quasi) tutte le locande, osterie, taverne che risuonavano di valzer, mazurche e di ribotte, intercalate dalle battute amene e dalle gaie poesie di Enrico Loranzi. Era parte di una “squadra” di musicisti ed ed altre “ugole d’oro” il cui nome si è perso nei tempi.

Il mercoledì mattina tutto finiva. Il vestito di color rosso cupo veniva riposto ed il “Vigiòn” tornava in bottega al suo lavoro di arrotino. Così per tutto l’anno, per interrompersi al mercoledì precedente il giovedì grasso. E così fece per anni, anche nell’ultimo della sua breve esistenza (mancò a 52 anni), malfermo in salute ed incerto fino all’ultimo se partecipare.

Ma poi il richiamo fu più forte di ogni ambascia, perché i veri artisti sono legati alla loro passione fino all’ultimo istante della vita. Così con un atto di volontà che la gente ignorava, si gettò ancora una volta, l’ultima, nella bolgia del Carnevale, vestito di rosso, a poetare, a far ridere, com’era giusto nel suo destinato di maschera, ovvero di istintivo artista.

Il leggendario “Vigiòn” Enrico Loranzi

IlPiacenza è in caricamento