Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Il palo della cuccagna, la gara della pastasciutta bollente, il bacio della Taitù: i giochi della "vecchia" Piacenza

Le storie di Strà 'lva. Come si svolgeva la vita della comunità borghigiana situabile, grosso modo, dall’età giolittiana all’inizio agli anni ’30 del Novecento? Non differentemente da quella di altri aggregati popolareschi

Come si svolgeva la vita della comunità borghigiana situabile, grosso modo, dall’età giolittiana all’inizio agli anni ’30 del Novecento? Non elementari Taverna anni 30-2differentemente da quella di altri aggregati popolareschi. A parte il diffuso pauperismo, gli stenti, il sottosviluppo economico, la ricerca (tutt’altro che affannosa e nevrotica rispetto ai parametri dell’odierna società dei consumi) del sostentamento giornaliero in termini di minimo vitale, anche in Strà ‘lvà vigeva il calendario delle evasioni collettive, sia nelle ricorrenze della sagra (che qui cadeva in settembre), che dei carnevali.

Mentre questi ultimi venivano celebrati in conformità ai dispositivi festaioli di tutta la comunità urbana, l’organizzazione programmatica della sagra, i preparativi della sua messa in scena spettacolare, esigevano il concorso partecipativo di tutti i residenti.

Ovviamente erano quasi sempre i più intraprendenti e qualificati “addetti ai lavori” cui spettavano le minute mansioni inerenti la raccolta cuccagna-2dei “fondi cassa” prevalentemente costituiti da donativi “in natura”, generi mangerecci come salumi, pollame ecc, con relativo corredo di fiaschi e bottiglie di vino con cui si allestiva il trofeo dell’albero della cuccagna, la cui “scalata” era resa difficoltosa, quanto spassosa, dal copioso strato di grasso animale, prevalentemente detto “sònza ‘d cavall” di cui si spalmava l’alto fusto scortecciato.

Raggiungere la ruota del trofeo posto in cima alla cuccagna era impresa quasi titanica, faticosissima. Vi si arrivava dopo una serie interminabile di scivoloni, grazie ai ripetuti spargimenti di manciate di cenere che gli scalatori recavano negli appositi zaini posti a tracolla, con funzione di attrito impresso alla sònza.

Punto-chiave, nodo della suspense spettacolare erano i molteplici spesso spettacolari ma fallimentari tentativi di raggiungere la ruota del trofeo e carpirne così l’agognato bottino gastronomico. Solitamente non era il più agguerrito arrampicatore a conquistare la palma agonistica, ma colui che veniva a trovarsi al vertice della cordata di gruppo, essendo la cuccagna una gara di equipe, non individualistica.

Nel repertorio dei giochi borghigiani culminanti nell’inerpicarsi sull’alto fusto della cuccagna figuravano, oltre alla corsa nei sacchi, le competizioni di vario genere sportivo, la gara della pastasciutta bollente da smaltire a tempo di record fra i famelici concorrenti con le mani legate dietro la schiena, la rottura delle pignatte di terracotta appese ad una fune tra un muro e l’altro della contrada.

Coloro che dovevano frammentarle con una pertica avevano gli occhi bendati, i loro colpi inferti a mosca cieca andavano lungamente a vuoto, ma quando il bersaglio  veniva colpito con una botta ben assestata, dai rustici recipienti uscivano come dal vaso di Pandora i più inopinabili “oggetti misteriosi”, talvolta topolini vivi che disperdendosi nella ressa degli spettatori, provocavano scompiglio  e panico specie tra le donne, le quali si stringevano le larghe sottane terrorizzate dall’idea che qualche sorcetto potesse risalire le gambe. bella Taitù-2

Il bacio della “Taitù” gioco di allusione esotica, entrato nel repertorio tradizionale dai tempi delle prime conquiste in terra d’Africa, consisteva nell’addentare con i canini (favoriti coloro che li avevano più aguzzi e sporgenti) una moneta di metallo di vario diametro e spessore incollata con pece sul fondo fuligginoso di padelle appese ad una corda tirata anch’essa da un mura all’altro della strada.

I concorrenti salivano su alti sgabelli, le mani legate dietro la schiena, aumentandosi così le difficoltà dell’impresa. Gara analoga era la pesca delle mele galleggianti sul pelo d’acqua di una tinozza ripiena. Si doveva lavorare di morsi, le mani sempre legate dietro la schiena, ma “sgàgna” (addentare) il frutto biblico voluminoso, dalla buccia liscia e sfuggente, non era faccenda di poco conto. Chi non aveva la bocca larga e dentatura (è proprio il caso di affermarlo) da mastino, difficilmente riusciva ad evitare la squalifica dalla gara.

In occasione della sagra mantenuta anche nel Fascismo, nelle aule della scuola Taverna si imbandivano tavolate con tipici piatti nostrani, polenta e cavallo o polenta e merluzzo da consumarsi a sbaffo, senza il becco di un quattrino. Per i trattenimenti danzanti, la gioventù borghigiana disponeva a suo piacimento di quattro ambienti: il vecchio cinema Verdi riadattato a nuova sede di “dancing”, perciò denominato “Salon rosa”, il “Casali” allogato nel fastoso salone di Palazzo Somaglia, il “Capanèi” locale sito fuori Barriera Torino, all’inizio della via Emilia Pavese sulla destra, il “Salòn sport” che ebbe la sua breve stagione di tanghi, mazurke, walzer, fox trot nel caseggiato sulla sinistra della via Emilia Pavese.

In estate, per riempire il tempo sovente libero (per mancanza di lavoro) per la gioventù perdigiorno di via Taverna, non mancavano spunti gara di pastasciutta-2evasivi. Anzitutto epiche nuotate nelle lanche boscose della foce del Trebbia, soprattutto quella denominata “gurinèra”: vi abbondavano macchie di salicastri i cui vincigli frondosi erano denominati in dialetto “gurèi”. C’erano poi le sassaiole ingaggiate contro quelli di Borghetto, Cantarana, S. Bartolomeo, S. Agnese. Talvolta le guerriglie si trasformavano in meno truculenti lanci di scorze d’anguria.

Gli scontri frontali avevano per scenario la “Mezalòina”, terrapieno del bastione delle mura con le fetide grotte-casematte situate nei pressi di S. Mario di Campgna, nella attuale circonvallazione interna (via Tramello). Ed ancora: la “mulasa”, grande ammucchiata culminante in un piramidale salto in groppa o il gioco del pirùl con il bastone (primitivo baseball…) o il tirasàss, fionda rustica congegnata con l’impiego di fettuccine di pneumatici da bicicletta.

Per gli adulti e gli anziani che non avevano ormai più grilli per la testa, l’unica evasione era il ritrovo nelle varie osterie che gremivano fin quasi all’inverosimile la mappa borghigiana, spesso trovandosi gomito a gomito, in reciproco rispetto del gioco concorrenziale, avendo ciascun ambiente bacchico una propria clientela, per così dire, d’elezione, se non addirittura selezionata come, per esempio, quella del Ginò, oste dai tratti asciutti, sostenuti che dal suo locale bandiva senza mezzi termini la “marmàia”, gli attaccabrighe, i beoni petulanti e beceri. tra'lvà2-2

Citiamo poi, non potendo seguire un ordine topografico né cronologico, il “Butigòn” ubicato nell’area dove oggi c’è l’ingresso-portineria dell’Ospedale e che era attivo negli anni precedenti la ° guerra mondiale. Successivamente tratteremo ancora di tante osterie e di “tipetti” da prendere con le molle e di tanti protagonisti della realtà borghigiana.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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