Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Il Po ci fa sempre un po’ preoccupare, oggi come nel 1907

via Borghetto allagata

Il Po è stato da sempre croce e delizia dei piacentini; i vecchi (oggi anziani o “diversamente giovani”) dicevano sempre “che è un padre buono, che neanche quando ci viene a visitare a casa, vada maledetto. Certo qualche volta s’arrabbia ed allora puoi solo scappare. Ma ricordiamoci che tutto l’anno ci dà persici, trote, carpe, tinche, anguille, lucci, i gamberi e gli storioni, quelli che i pescatori vendono ai ristoranti della Piazza e noi non sappiamo neanche quanto siano buoni. Ma quando va bene, poi, all’osteria, c’è il pesce fritto, quello che non si è riusciti a vendere, gratis per tutti e vino”.

Insomma “il grande padre Eridano” manteneva tanta gente: dava la legna per scaldare le case in inverno e per cucinare tutto l’anno; i ragazzi in estate vivevono nelle boschine che erano una discreta alcova per le coppiette. E poi c’era l’Isolotto Maggi (di cui parleremo), la Rimini dei piacentini. Insomma qualche giorno di tribolazione, per anni di abbondanza e di assistenza.

Così in attesa della piena che quasi tutti gli anni (in primavera o autunno) arriva e poi passa (oggi per fortuna gli argini maestri garantiscono la massima difesa per la città), ricordiamo qui, con l’ausilio di qualche suggestiva foto, la mitica piena dell’ottobre del la passerella in via Dieci Giugno-21907.  Era esattamente il 27, una domenica e come ricordò un cronista locale, “i piacentini accorsero in folla a vedere il Po in piena, uno spettacolo imponente che si vede appena superata Porta Fodesta. La crescita delle acque era stata esponenziale; nel picco, con l’acqua che dilagava nei quartieri della città bassa, l'idrometro segnò, il 28, un colmo di piena di m. 8,76”.

Insomma di acqua il Po stavolta ne aveva dentro davvero troppa. Dopo otto giorni di pioggia ininterrotta, il fiume tracimò ed entrò, come faceva da secoli, a farsi un giretto in città, inondando tutta la zona periferica, almeno fino a dove la città saliva; il centro storico non ne era coinvolto, ma metà dei piacentini, da Borghetto, Cantarana, San Bartolomeo fino alla scalinata di Palazzo Ratti e tutta Sant’Agnese, erano a mollo. L’allagamento in città si presentò subito grave, fino a raggiungere quasi la Muntà di Ratt. Molti abitanti di Borghetto e Cantarana fuggirono terrorizzati. Strada Fodesta era tutta allagata.

L’ospizio Vittorio Emanuele ebbe i locali a pianterreno invasi dalle acque che in certi punti raggiunsero i due metri sommergendo cucine e lavanderie. Anche l’ospedale civile venne allagato nel cortile e nel pianterreno dei reparti. Pure Trebbiola fu invasa, ma in misura minore.

Munta di Ratt-9Drammatici salvataggi vennero operati dai militi della Croce Bianca, da guardie, pompieri, cittadini volonterosi, dai soci delle società dei canottieri, C’era da portare al sicuro gli ammalati ed i vecchi immobilizzati. Durante l’inondazioni ci si arrangiava come si poteva; qualcuno usò persino l’anta di un portone come zattera, due paletti, raccattati in un orto vicino, come remi.

Le barche non mancavano certo e si portavano viveri ai molti abitanti imprigionati nelle case assediate dall'acqua del Po. L'emergenza durò parecchi giorni. Venne spazzato via l'argine detto "Berlinone" a nord del tiro a segno. L’acqua invase i binari della ferrovia per Voghera.  E “danno dei danni” fu, per molte osterie della zona, che le cantine vennero allagate sommergendo botti e tini con il mosto in fermentazione.

Per le strade giravano le barche ed anche tutta la zona dell’Arsenale era allagata, ma nei capannoni, ben serrati e difesi con sacchi di sabbia messi in fretta e furia dagli operai e dei soldati, si era impedito che l’acqua entrasse dentro rovinando attrezzi e locali. Danni via Dieci Giugno-2peggiori si erano evitati chiudendo, come in molte abitazioni, porte e portoni e mettendo dei sacchi di sabbia, quella stessa che il Po regalava a chi ne avesse bisogno da secoli, per costruire case e fabbricare mattoni.

I medesimi che, con assi di legno, erano serviti per costruite delle passerelle per entrare nelle case barricate dalle finestre; ma dalle porte, pur serrate, l’acqua filtrava ugualmente. Stava meglio chi poteva avere qualche stanza ai piani superiori dove almeno ci si poteva cambiare e dormire all’asciutto.

Finalmente, dopo tanti giorni d’acqua dal cielo, dopo notti buie e fredde che spingevano la gente a rintanarsi nelle case fin dal pomeriggio, il cielo si rasserenò, spuntò un timido sole, e pian piano le acque si ritirarono nell’alveo, lasciando qua e là solo qualche fontanazzo, circoscritto con i sacchi di sabbia. Per una settimana tutti furono indaffarati a ripulire le povere case, a ripristinare le poche scorte alimentari che non si erano potute mettere in salvo.

Poi la vita riprese, come sempre. Il Po venne a farsi un giro per Piacenza anche nel 1926 e ci furono eventi imponenti nel 1951, nel 1994 e nel 2000. Ma stavolta grazie all’argine maestro le piene non fanno più paura.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (3)

  • certo, adesso c'è l'argine maestro, ma che le piene non diano più alcuna preoccupazione mi pare un'esagerazione. Nel 2001 ci è mancato solo un soffio che il Po tracimasse. Allora i soliti politicanti promisero tanti interventi di manutenzione e di consolidamento degli argini, ma mi pare che, come al solito, poi non abbiano fatto un tubo. Le nutrie invece si sono date un gran daffare facendo diventare alcuni tratti di argine come una specie di groviera. Sperem che la vaga ben!

  • A quei tempi, la città viveva ancora a stretto contatto con un grande fiume abbastanza pulito, da cui traeva vita e attività. Oggi il Po, inquinato da chimica e specie alloctone, passa ignorato, isolato da Piacenza da un'autostrada incredibilmente vicina al centro storico, una tangenziale, un polo ferroviario, brutte centrali elettriche. Il Piano del Territorio, negli anni, ha sempre previsto lo spostamento più a nord dell'asse viario autostradale - un'opera mai realizzata, oggi addirittura dimenticata - e la riappropriazione da parte della città di una riva Po vivibile e fruibile. Come a Cremona, che spesso rappresenta la nostra controparte "fortunata". Avremo mai politici lungimiranti, in grado di fare e realizzare progetti ambiziosi, che vadano al di là del rincorrere la crescita dell'erba?

  • Le alluvioni avvengono periodicamente, con cadenza media diversa nei bacini considerati. I danni sono legati alla gestione del territorio e alle opere idrauliche presenti, tipo murazzi, . casse di espansione, ecc. che possono limitare i danni. Le foto mostrano che i cittadini delle aree interessate erano abituati a subirle, a differenza di noi che abbiamo perso la cultura dell'ambiente, anche grazie ai cosiddetti Media "incontrollabili".

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