Venerdì, 30 Luglio 2021

Il “pumpein” ‘dla Dogana in Sant'Agnese

La fontanella è ancora lì, ma oggi quel luogo è quasi sempre deserto, nonostante le panchine in pietra collocate lì vicino. Eppure un tempo nei pressi del “pumpein” della Dogana le persone vi si recavano e vi sostavano non solo per attingere acqua, ma perché vi stazionavano con regolarità fruttivendoli ambulanti e soprattutto i mulёtta

La fontanella è ancora lì, ma oggi quel luogo è quasi sempre deserto, nonostante le panchine in pietra collocate lì vicino. Eppure un tempo nei pressi del “pumpein” della Dogana le persone vi si recavano e vi sostavano non solo per attingere acqua, ma perché vi stazionavano con regolarità fruttivendoli ambulanti e soprattutto i mulёtta, ovvero l’arrotino che vi lavorava con il suo tipico carrettino (o con una bicicletta modificata ed appositamente attrezzata) ad una ruota che, azionata con uno speciale congegno a pedale, tramite catena di trasmissione, faceva girare la mola.

Ma “al pumpein” e soprattutto via Dogana (perché un tempo ne ospitava gli uffici ed ora via Giordano Bruno), rappresentavano un loro particolare microcosmo all’interno della borgata di S. Agnese, esattamente come lo erano la Montagnola e paraggi, con personaggi e storie di vite vissute. Ora, come detto, c’è rimasto solo il “pompèi”, come per ricordare l’esistenza che sgocciola via, come una generazione dopo l’altra. Per questo è piacevole rammentare di alcuni di loro il cui ricordo già molti anni fa gli anziani rammentavano a chi, come me, era alla ricerca di questo mondo scomparso.

Una delle più lucide ed accurate testimonianze era quella di Demetria Volpari, la “Cinèi”, anziana fruttivendola di via della Ferma, angolo via Melchiorre Gioia che ricordava tanti protagonisti di quella borgata. 

Sulla piazzetta risiedeva Pipèi Milanesi, falegname con alla dipendenza diversi operai; fu socialista di forte fede proletaria, stimato dalla classe operaia dellala cuccagna di S Agnese-2 borgata, soprattutto dai paesani di Mortizza dove si recava per riunioni presso la “Casa del popolo”, dove ci furono scontri con lo squadrismo negli anni ’20.

C’era l’osteria di Camminati, fratello di “Gilè, quello della balera in Cittadella (ne abbiamo già trattato), dove c’era pure la sala cinematografica “Eden” all’epoca dei muti, con le comiche di Ridolini e del popolarissimo cow-boy Tom Mix.

Dietro la piazzetta della Dogana c’era l’orto dei Campelli. Uno dei figli, Nino, dopo il soldato a Napoli, sposò una ragazza del posto ed al suo ritorno aprì il Bar Campelli di Piazza Borgo, frequentatissimo negli anni’30, situato all’imbocco di via Campagna.

Era un locale di eletta clientela, in gran parte di “stuchèi”, “gagà”. Gente di media mondanità borghigiana, individui di cordiale, sorridente spensieratezza. Vi stazionava anche il fior fiore della tifoseria sportiva; il titolare era molto professionale, di liquori di marca era un intenditore, famosi i suoi “cocktail” e gli aperitivi più “a la page”.

E come non menzionare Pirèlu Favari, animatore di tutte le brigate povere e spensierate, prodigioso verseggiatore e rimaiolo di impeccabile, arguta, vena estemporanea, in schietto vernacolo. Peccato che i suoi versi, quasi sempre declinati a memoria, siano svaniti per sempre nel vento delle occasioni festaiole, mai tradotti sulla pagina. Non c’era sagra, simposio, festeggiamento, convivio di combriccola, riunione di buontemponi, cui non fosse presente. Egli era “il maggiordomo “ delle cuccagne erette nelle sagre settembrine.

Pare che cominciasse a declamare fin dalla prima giovinezza. Le rime d’occasione gli sbocciavano dal cuore con strabiliante facilità. Da ragazzo si divertiva a lanciare frizzi e motteggi giocosi ai contemporanei. I versi magari erano un po’ zoppicanti nella metrica, ma le rime, le assonanze erano azzeccate. Bastava che gli mettessero uno sgabello sui cui montare ed erigersi sei o setti palmi al di sopra della ressa degli ascoltatori, perché si sentisse padrone dei propri mezzi espressivi.

Dava la stura a spassosissime filastrocche satiriche, a lazzi di umore, a battute di spirito che facevano sbellicare dalle risa amici ed ascoltatori popolani. Nessuno però si offendeva  se le sue strofe erano pungenti e caustiche, ben sapendo che lui si prendeva gioco di tutti quelli che gli capitavano a tiro, guardando nello specchio parabolico vizi e difetti del prossimo, con il fustino sferzante della sua inesauribile verve estemporanea.

Quando scoppiò la Pertite, Pirèlu fu sepolto sotto un capannone crollato; ne venne liberato dopo ore, subendo diverse lesioni da cui non si riprese mai completamente e dopo un po’ di anni la sua vèrve estemporanea tacque per sempre.

Un guitto indiscusso su tutti era “Cicòn” un uomo che, pur avendo la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa e decorosa (era di famiglia discretamente benestante), aveva sposato con la libertà più sfrenatamente anarchica, l’ozio ed il vino, o meglio il rifiuto completo e totale di ogni attività continuata nel tempo.

Viveva adattandosi a piccoli lavoretti, rendendosi utile in vari servigi e spendeva tutti i pochi guadagni all’osteria, unica costante sua fissa dimora.

Sua “abitazione” per la notte, un carretto depositato dentro un ampio portico di via Giordano Bruno. Di carattere fiero ed estroverso, non tollerava nessunPirelu-3 rimprovero, né imposizione. Una sera, ricordavano gli anziani, mentre era all’osteria, considerata l’ora tarda, la locandiera lo invitò a rientrare a casa con lei e dormire almeno fuori dalla porta, al coperto. Di fronte a questa “imposizione” Cicòn rifiutò adattandosi a rifugiarsi contro il portone della chiesa delle Benedettine, nonostante fosse in atto una fissa nevicata.

Al mattino, credendolo congelato così avvolto nel tabarro coperto di neve, alcuni passanti lo scorsero. Cicòn risvegliatosi, li tranquillizzò sorprendendosi per le loro preoccupazioni e si avviò rapidamente all’osteria per riscaldarsi con un litro. Di solito l’inverno lo trascorreva nel vicino carcere dove andava a scontare la pena per qualche furtarello.

In quei tempi, narrava la Cinèi si viveva quasi tutti in buona armonia, pur fra stenti e disagi sociali, periodi di autentici galantuomini, un po’ bizzarri se si vuole, ma tutto sommato felici, ordinati, rispettosi. Ricordi quelli della buona bottegaia lucidi, con l’invito ad essere mantenuti, perché il presente diventa presto il passato e poi si vive sovente dei ricordi della giovinezza, una vera e personale ricchezza che non ha prezzo.

dogana e benedettine-2

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