Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Italo Cristalli, il talento piacentino che passò dal Metropolitan alla miseria

Cantante figlio di un panettiere del Corso, fu scoperto per caso come tenore da un nobile. Dopo anni di fama internazionale nell'opera lirica, cadde in disgrazia

Il tenore piacentino Italo Cristalli

Premetto: non sono un intenditore. Della musica lirica conosco solo quel poco che mi ha trasmesso mio padre che, al contrario di me, come molti della sua epoca, conosceva quasi tutte le opere a memoria. Una città Piacenza, dove tutti erano melomani e che ha dato i natali ad alcuni tra i cantanti più importanti del panorama lirico mondiale come Poggi e Labò, tanto per citare i più famosi.

Bastava che un melodramma andasse in scena al Municipale che subito dopo la “première”, il mattino seguente, si sentissero lattivendoli ed operai, mentre andavano al lavoro, fischiettare i passi più melodiosi: costume e “controllo” piacentino che confermavano subito il giudizio popolare irrefutabile riportato dall’inflessibile loggione. E se si zufolavano per la strada, si cantavano all’osteria, perché quasi tutti (bene o male) “gorgheggiavano”. Anzi: c’erano osterie più note di altre, proprio perché lì si radunavano i “patiti” del bel canto.

Per questo desidero rivangare un nome famoso della lirica piacentina, Italo Cristalli, la cui popolarità è rapidamente svanita nel tempo, a dimostrazione ulteriore di quanto sia passeggera, transeunte, la gloria, in una storia che sembra quasi ritagliata dal libro “Cuore”.

Era il quintogenito di nove figli di un panettiere che gestiva un forno in Corso Vittorio Emanuele, allora San Raimondo, proprio di fronte al cinema Iris che ha chiuso definitivamente i battenti proprio di recente. Italo aiutava il padre nel lavoro quotidiano. Già dotato di una voce eccezionalmente superba, com’è magnifico l’istinto di ogni autentica vocazione espressiva, il giovane sovente sfogava la sua irrefrenabile carica canora nella spensieratezza della giovane età durante il lavoro al forno o, come fece all’inizio il grande Poggi, nei domenicali passatempi all’osteria dove tutti si ritrovavano davanti al rusticano “scudlèi”.

Una sera mentre nella cantina raccoglieva legna e cantava, si trovò a passare in quei paraggi, reduce da una serata con gli amici, un nobile piacentino appassionato intenditore di bel canto il quale attratto dalla schietta purezza di quella voce, lo volle avvicinare, prendendo ad incoraggiarlo concretamente e ad occuparsi di lui con spirito di mecenate.

Fu dunque grazie a quel gentiluomo, Ranunzio Anguissola, se Cristalli intraprese la carriera lirica che doveva portarlo ai fastigi del successo mondiale. Dopo aver studiato al “Santa Franca” (l’attuale Conservatorio Nicolini), a 18 anni Cristalli entrò con tutti i crismi qualitativi richiesti, nella prestigiosa Corale Piacentina; poi assolti gli obblighi del servizio militare, riprese lo studio sotto la guida del maestro Corrado Pavesi. Nel 1903 esordì nella Traviata a Serravezza.

Fu un esordio brillante seguito poi da altre convincenti interpretazioni a San Giovanni Val d’Arno, al Quirino di Roma, a Firenze, ma l’astro di Cristalli trovò la sua ascesa repentina nel 1904 a Bergamo dove ogni anno affluivano i più noti cantanti dell’epoca, trovando qui la loro consacrazione. E Cristalli la trovò nel “Lohengrin” di Wagner.

Come annotò molti anni fa Agostino Del Panno, appassionato cultore d’arte melodrammatica (visibile nella foto di gruppo, secondo a sinistra), dopo il Lohengrin, si cominciò a definire la sua voce “cristallina” ed il gioco di parole era giustificato, perché il suo smalto era chiaro, levigato, con le trasparenze e le rifrazioni che realmente facevano pensare ad un minerale incorrotto. Mentre timbri del genere, rari in ogni caso, sono per lo più caratteristici dei tenori di grazia, Cristalli aveva il vantaggio di un considerevole volume di acuti uniti e squillanti, in modo da poter affrontare con successo numerose ed impegnative opere. Persino Mascagni gli affidò l’ardua tessitura del personaggio di Folco, alla prima esecuzione di Mirabeau alla Fenice di Venezia. Ma nel 1913-14 fu anche al Metropolitan di New York. Infatti la sua fama aveva varcato i confini nazionali e andò a Pietroburgo, a Buenos Aires, a Valparaiso e Santiago del Cile. Ed ancora ad Alessandria d’Egitto.

Ma purtroppo la sorte di questo grande tenore non doveva più arridergli come nel primo decennio del ’900 e la sua voce cominciò a degradarsi progressivamente, quasi intaccata da un progressivo affievolimento di timbri e registri le cui motivazioni, si disse, furono determinate da una eccessiva frequentazione del gentil sesso da cui era insistentemente contornato ed adescato, il tutto in un tourbillon vitalistico non consono alla vita di un cantante che doveva essere morigerata e regolare nei ritmi e negli orari di lavoro e riposo.

Nel 1915 Cristalli si esibì al Politeama in un grande concerto benefico a favore delle famiglie dei richiamati alle armi della prima guerra mondiale e dopo aver eseguito alcune romanze, presentò al pubblico un inno patriottico “Trento e Trieste” che provocò applausi ed ovazioni a non finire. Ma fu il “canto del cigno” e la carriera di Cristalli iniziò una rapida parabola discendente; si limitò a partecipare a concerti lirici in teatri di secondaria importanza.

Così inesorabilmente il cantante concittadino si ridusse a vivere il resto della sua esistenza nella solitudine, nello squallore, nel disperato, drammatico rimpianto dei perduti splendori e trionfi. Era ormai lo spettro di se stesso. Conobbe l’umiliazione, la miseria, l’onta del richiedere il tozzo di pane e del piatto che gli vennero porti dall’affettuosa solidarietà dei vecchi estimatori e dei pochi veri amici a lui legati da profondi sentimenti umani. Chi lo conobbe affermò che il suo carattere prima apparentemente altezzoso, ma sostanzialmente buono e pudico, aveva subito una triste metamorfosi: divenne scontroso, amareggiato, caustico.

Morì nel 1932, all’età di 48 anni, in casa del suo amico e protettore comm. Gianni Corvi di Castelsangiovanni. Durante i funerali a spese del Comune, la popolazione di via Taverna espose alle finestre drappi neri in segno di lutto, a testimonianza dell’apprezzamento (sopito ma non spento) che essa nutriva per questo cantante nato dal popolo della borgata. Ed oggi è solo un polveroso ricordo sempre più evanescente, che abbiamo rivangato più che altro per riflettere un po’ insieme sul significato effimero della gloria.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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