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L’antico “colore locale” dell’oste-enologo Torquato Ghigini

Fino alla fine degli anni Sessanta, in Cantone San Tomaso, era ancora attiva la nota osteria di Torquato Ghigini, notissimo oste di ieratico stampo ottocentesco, che gestiva un locale che si differenziava per la peculiare estrazione sociale

Pochi giorni fa, mentre con un numeroso gruppo guidato dall’architetto Valeria Poli, ero in visita ad alcuni palazzi storici della città, evento organizzato dalla Banca di Piacenza, un caro amico, mentre stavamo uscendo dal Gazzola, mi ha ricordato che lì di fianco, fino alla fine degli anni Sessanta, in Cantone S. Tomaso, era ancora attiva la nota osteria di Torquato Ghigini, notissimo oste di ieratico stampo ottocentesco, che gestiva un locale che si differenziava per la peculiare estrazione sociale, rispetto alle numerosissime osterie della zona, quelle insomma che dalla Muntà di Ratt, lungo “Strà Nova” portavano verso via S. Bartolomeo. osteriaGhigini1-2

Questo perché la clientela degli habitués e degli avventori che aveva fatto del locale di Cantone S. Tomaso, per affinità elettiva il suo ritrovo preferenziale, era una specie di “clan” aperto e disponibile ai popolani di umile estrazione sociale,i quali si sentivano a loro agio, senza complessi di inferiorità classiste. L’operaio e l’artigiano di borgata potevano sedere accanto al notabile delle libere professioni, delle attività imprenditoriali, dei commerci, delle arti e dei mestieri.

Un calore di schietta radice vernacola, di piacentinità del “sasso”, li accumunava in quell’epoca di iniziative filantropiche dove fiorivano enti e sodalizi di “mutuo soccorso” fra ceti intermedi e proletari, mentre la nobiltà, anche più illuminata, meno retriva e di casta, stentava ancora ad uscire dal suo bozzolo d’oro, a spogliarsi dei preconcetti, ad abbassare l’orgoglio dei privilegi umanamente e non storicamente anacronistici.

Torquato Ghigini non era infatti un oste “bettoliere”. Nella sua figura  dai baffi spioventi, dai tratti affabili, privi di sussiego psicologico, fu personaggio amalgamato al colore scenico del proprio locale, come lo sono i protagonisti dei quadri ultimo ‘800 di genere realistico- sociale, specie negli interni rustici dove essi sono raffigurati insieme agli ospiti o ai familiari.

Per stare agli esempi locali potremmo richiamarci tra i pittori al Ghittoni, quello del “medico del villaggio” e delle “gioie del nonno”, visto che l’osteria era situata al pianterreno rialzato (ed oggi dall’esterno è rimasta tale e quale), nell’ala anteriore dell’antico Palazzo Gazzola, sede istitutiva della Scuola di Belle Arti, a due passi dall’incrocio con via Mazzini (Stra Nova), in prossimità della zona alta detta “Munta di Ratt”.

All’interno del locale spazioso come un salone di struttura medievale, non privo dunque di rustica e dimessa severità, si accedeva salendo alcuni gradini di una porticciola dall’arco a tutto sesto e stipiti di laterizio rossigno patinato dai secoli, bell’esempio di edilizia popolare che ravvivò di calore umano la tavolozza sommessa della contrada.

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Appena messo piede nel locale, si provava la sensazione di trovarsi nella sala d’armi di un castello, dove al posto di alabarde, corazze, elmi, mazze ferrate, c’erano lunghi tavoli dai tappeti verdi, sedie impagliate, étageres su cui erano allineate in bella mostra bottiglie di vetro scuro, piccole piramidi di scodellini di porcellana, la “gerarchia” dei vetri nelle misure di litri, mezzi litri, quarti, quartini, fra cui i “litroni” e la discreta teoria dei bicchieri. Ma il fascino sottile e coinvolgente del locale di Ghigini, era dovuto all’aura di patriarcale ospitalità che promanava dalle volte e dai muri massicci, un’aura protettiva e rassicurante come una carezza che blandiva le pieghe segrete dell’anima.

Era un ritrovo casereccio, alla mano, frequentato da gente di garbate maniere usa ai sommessi e dilettosi conversari. Ovviamente erano banditi strepiti, grida, schiamazzi. Non per espresso divieto, ma per autoesclusione. Il becero, la platealità, anche in versione tollerante sul piano delle oggettive condizioni di miseria umana, andavano a smaltirsi altrove. muntadirattGhigini3-2

Una clientela atipica, con gente amante del buon vino, del motto di spirito, dell’arguzia ironica, con battute talvolta mordaci. Torquato Ghigini era uno di loro, un buon compagnone, più che un esercente sostenuto e distaccato. Essendo un enologo di rinomata competenza, egli sapeva quali prodotti di eccellenza bacchica proporre ai sua clientela di buongustai del palato e dell’ugola. Prediligeva soprattutto i vini schietti (che andava a procurarsi personalmente) di Creta e Ganaghello, frazioni di Castelsangiovanni, centri tradizionali del “Barbera” e del “Bonarda” coi quali fin dalle antiche età si produceva il Gutturnio.

Tra lo stuolo degli habitues di S. Tomaso usi a trascorrere le serate in ameni svaghi, molte figure note della Piacenza primi decenni del ‘900. L’avv. Guglielmo Maiocchi, consiglieri comunali, funzionari e dipendenti della vicina Cassa di Risparmio, allievi ed insegnanti del Gazzola.

Torquato rivestì anche cariche in enti pubblici; fu consigliere comunale, della Cassa di Risparmio, vicepresidente della Camera di Commercio. Non aveva titoli di studio, tranne quelli non “diplomabili”: praticità nelle cose concrete della vita, la rettitudine, il disinteresse, la passione civile, l’amore per le sorti della comunità municipale.

Scomparso Ghigini, l’osteria proseguì l’attività gestita da Amilcare Piva che conservò con gelosia la prestigiosa insegna del predecessore, tipico ambiente di una memorabile pagina di costume popolare ormai svanita.

L’antico “colore locale” dell’oste-enologo Torquato Ghigini

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