Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

L’arioso microcosmo di San Raimondo

Torniamo ad immergerci nella borgate cittadine, dedicando alcune puntate alla zona di San Raimondo: comprendo in questa accezione la parte che si estende fino alla porta San Raimondo (ovvero l’attuale barriera Genova), ma anche via Venturini ed ancora tutta il vasto settore comprendente via Beverora e vie limitrofe alla parrocchia di San Giovanni in Canale

Porta San Raimondo

Era l’epoca in cui il processo di espansione dei moderni nuclei edilizi puntava sugli spazi dell’entromura e verso le aree verdi del suburbio ancora di tipo rurale sulle quali già s’insediavano sporadicamente le prime attività economiche di genere prevalentemente artigianale, organici complessi residenziali modellati sui prototipi inglesi, francesi ed olandesi delle “ville-giardino”.

“Le barriere - annotava lo studioso Giulio Dosi - sostituirono le antiche porte, quasi ognuna affiancata da robusti pilastri reggenti i supporti di vistosi lampioni, tripartita ciascuna cancellata i cui battenti centrali, di rado spalancati, mentre i laterali lo erano dall’inizio del giorno fino a tarda sera. Alto, sopra il centro del complesso, lo stemma del Comune, in mezzo ad alcuni fanali. Su due lati, poi, altrettanti piccoli edifici generalmente di gusto neoclassico, ad un unico piano. Vi avevano sede gli uffici del dazio”.

Attorno alle moderne barriere, specialmente quella di S. Raimondo dove confluivano traffici di derrate e prodotti agricoli della Val Nure e della Val trebbia, fiorivano piccole attività di commerci stagionali, con posteggiatori dai pittoreschi carrettini e rudimentali bancarelle: ambulanti, rivenditori di chicche da pochi soldi, caldarroste, frutta candita infilata negli stecchetti, minutanti di ortaggi, cocomerai: una litografia ottocentesca di tema popolaresco.

Beverora a destra spianata-2

Le mansioni di sorveglianza dei traffici delle merci soggette ad imposta erano disimpegnate con burocratica pignoleria di retaggio borbonico, dai cosiddetti “fermieri” (prepusèi), oppure “burlandòt” per le loro uniformi che arieggiavano quelle  dei gendarmi regi. I burlandòt (da burlanda minestrone di lardo con fagioli neri e grossi pezzi di carota o da burlanda, lunga spada che reggevano al fianco), erano robusti giovanotti il cui compito specifico consisteva nell’impedire che oltre cento tipi di merci e generi alimentari entrassero in città evitando l’imposta daziaria. Ma come si poteva sfuggire a questa tassa se ogni barriera era fornita di poderose, ferree cancellate e tutt’attorno la città era chiusa da alte mura? Bisogna sapere che a quei tempi il dazio (la storia delle tasse si perpetua!) tiranneggiava i contribuenti in maniera spietata. I comuni avevano bisogno di linfa erariale e mantennero le odiate gabelle (tanto vituperate dal Giusti) imposte dalle truppe di occupazione austriaca.

I burlandòt erano dunque indispensabili e pertanto venne da subito formata una brigata daziaria con tanto di comandanti, brigadieri e graduati di truppa. La disciplina era ferrea, il servizio permanente, anche durante la chiusura notturna delle porte, con pattugliamenti e perlustrazioni, con ogni tempo e stagione. La scomparsa delle barriere, com’è noto avvenne tra il 1926 ed il 1935. Nemmeno Barriera San Raimondo sfuggì alla frenesia innovatrice del piccone. Scriveva nel 1914 Leopoldo Cerri: “Viale Beverora, un monumento, una grande galleria vegetale è in via di distruzione; la vasta spianata del Castello è ridotta alla metà con la costruzione di una nuova caserma”. Rione S. Raimondo non era soltanto un brulicante “boulevard” cittadino che si strizzava nell’impatto con la barriera daziaria cui dava nome. Alla stregua delle altre vecchie barriere (S. Lazzaro, S. Antonio, Milano) era il simbolo di una specifica etnografia borghigiana ben definita e caratterizzata nei suoi usi, costumi, modi d’essere, nel suo inconfondibile spirito rionale.

Quasi un secolo fa San Raimondo era un’estesa ed al tempo stesso circoscritta area popolare, con una propria omogenea fisionomia, un suo ben definito “colore” sociale. Viale Beverora, Cantone Venturini, Viale Castello, via Nova, Vicolo Maddalena, Vicolo S. Giacomino, Vicolo Molineria S. Giovanni, Vicolo Coglialegna, Cantone delle Asse, Vicolo dei Montani, Cantone Croce, erano le ramificazioni capillari del grande tessuto borghigiano teatro degli scontri sociali prima alla fine dell’800, dei moti libertari del primo anteguerra stroncati dal fuoco della gendarmeria regia e di manifestazioni “sovversive” che nel 1921 furono soffocate  nel sangue di una guerra civile ormai scatenata su tutto lo scacchiere urbano. E’ in quella realtà popolare che si formarono nel primo decennio del ‘900 ed oltre, fra il pauperismo e la prosperità dell’”Italietta giolittiana”, i nuovi ceti urbani: operai, impiegati, piccoli e medi artigiani, commercianti, La componente sottoproletaria non è molto appariscente come altrove. Ora proviamo a raccontarla meglio.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • Paragonando il passato, descritto magistralmente nell'articolo, col presente, si è indotti a pensare che il "progresso" sia una invenzione del potenti per tener buoni i sudditi, parola che deriva da "subire", sicuri che questi siano allergici a pensare e, quindi, a reagire.

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