Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

L’”omèi”: pipa, tanti ciottoli e una medaglia d’oro dimenticata nel cassetto

La storia di Lodovico Cattani, decano degli acciottolatori piacentini, scomparso agli inizi degli anni ’50. Il mestiere dei "sulèi"

Lodovico Cattani, "l'omèi"

In attesa di riprendere il nostro periplo tra le borgate (la prossima sarà la zona di via Beverora e dintorni), rievochiamo intanto qualche altro personaggio della nostra Piacenza popolaresca, oscuri e ormai evanescenti protagonisti delle nostre contrade, artigiani e lavoratori di attività ormai sparite come quella di Lodovico Cattani, decano degli acciottolatori piacentini, scomparso agli inizi degli anni ’50 e descritto con poetica nitidezza dal cronista Gaetano Pantaleoni che amava tratteggiare alcuni degli abitanti più caratteristici del quartiere S. Agnese in cui risiedeva e con il quale è poi scaturito il progetto del grandioso ma ancora incompiuto affresco della Piacenza popolaresca.

Quello dei sulèi è stato un mestiere venuto ormai meno, come in altre località, in quanto sostituito da nuovi sistemi di lastricatura dell’acciottolato. Forse sulèi-2qualche specialista c’è ancora in azione, soprattutto per sostituire parti di vie più antiche, ma ormai l’asfalto, per causa di forza maggiore, è predominante. Erano specialisti che inserivano nel terreno i sassi (o cubetti) di analoga forma o misura per rendere più solide le carreggiabili, usando mazzapicchi cerchiati di ferro e muniti di un regolo. In maglia e pantaloni sdruciti, i piedi infilati in malconce ciabatte, alzavano ed abbassavano il loro strumento di battitura dei ciottoli “assecondandone il ritmo- scriveva Carmen Artocchini- mediante una specie di cantilena appena sussurrata”.

L’”omèi” Lodovico Cattani questo sfibrante, logorante mestiere di “schiena curva”, lo esercitò per 66 anni, piegando i ginocchi sulla terra fredda ed umida, sulla sabbia ruvida, battendo per tutti quegli anni di seguito selci e ciottoli di Piacenza, Alessandria, Voghera, Bologna, Torino; milioni di ciottoli che gli sono passati dalle mani quasi scottanti d’estate e gelidi in inverno.

Abitava - ci raccontò Pantaleoni - in vicolo S. Monica, vicino alla “Muntagnòla” ed ormai quasi ottantenne ed ancora arzillo, puntuale si recava ben avvolto nel suo tabarro, con il collo di pelo niveo di coniglio, quasi un presagio di nevicata, presso al “cantinòn”, bottiglieria dove, al tavolo con gli amici, beveva il rituale calice di bianco, tra quattro chiacchiere e una partita alle carte.

“Ma nella via, mentre camminava, era subito riconoscibile per le ampie volute di fumo che si sprigionavano dalla sua pipa, “che sembrava quasi fargli da timone- scrisse il cronista-mentre navigava in quel mare di nebbia”. Lodovico Cattani dopo tanti anni venne decorato di medaglia d’oro e nominato cavaliere per meriti acquisiti in tantissimi anni di duro, aspro, martoriante lavoro; certo un titolo onorifico che forse gli avrà fatto piacere, ma che non menzionava mai; una nomina che forse sarebbe stata più gradita se avesse rimpolpato la scarna pensione.sulèi-2

Lui l’omèi di S. Monica li avrebbe potuto riconoscere ad uno ad uno  i bigi ciottoli che una volta, tanti anni fa, lastricavano le nostre antiche strade. Quanta umidità nelle sue vecchie ossa, emblema di centinaia di migliaia di nostri antichi concittadini che hanno svolto mestieri durissimi per una vita, per poi svanire nel nulla.

I sulèi un tempo batterono con il barlòc e con il martello i ciottoli delle strade e delle piazze al ritmo scandito dal “tic tàc, tic tàc”. Le loro mani erano agili, veloci, sapienti, non sbagliavano una posa, un colpo. Ogni ciottolo andava a collocarsi nel posto giusto, incuneato nel grande manto di sabbia l’uno accanto all’altro, ciascuno con la propria dimensione, come se le correnti dei fiumi e dei torrenti li avessero modellati su misura.

I sulèi hanno fatto il loro tempo; a quella del ciottolo è subentrata, giocoforza per il traffico su quattro ruote, la “civiltà” del bitume, però sotto gli strati catramosi di molte strade, cantoni, viottoli, i ciottoli ci sono ancora, conservano l’impronta delle mani che ve li hanno posti. E chissà, se a suo tempo gli amministratori locali, invece di tanti esperti “soloni”, avessero consultato uno come l’umèi; forse la pavimentazione di Piazza Cavalli assomiglierebbe meno ad una specie di scacchiera, e sarebbe più uniforme nei colori e nella posa…

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • il mio bisnonno...

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