Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando in piazza Cittadella c'era la “balèra ‘d Gilè”

Non era un dancing come potrebbero raffigurarselo i giovani di oggi (ma anche quelli di ieri…), dotato di attrezzature lussuose e confortevoli, ma una vera e propria “balera rustica”

Trattare oggi, della famosa “balèra ‘d Gilè” di Piazza Cittadella equivale a rinverdire le più note pagine dei “carnet” di ballo dei nostri nonni e bisnonni, le gagliarde generazioni giovanili di tante borgate popolaresche dei primi decenni del secolo scorso. E’ stato necessario compiere un lungo salto indietro nel tempo, interpellare, oltre trent’anni fa gli ultimi testimoni rimasti, per mettere a fuoco i rispettivi ricordi, i dettagli e poter ricostruire non solo la gaiezza di vita e di costume che ruotarono attorno a questo “pavillon” o padiglione di ballo, ma anche le sue precise strutture e le funzioni organizzative. Dispiegava tende e teloni in Piazza Cittadella, nell’area stessa dove era ubicato, fino a poco tempo fa, il bar della stazione delle autocorriere, La Balèra ‘d Gilè non era in realtà un dancing come potrebbero raffigurarselo i giovani di oggi (ma anche quelli di ieri…), dotato di attrezzature lussuose e confortevoli, ma una vera e propria “balera rustica”, senza alcuna civetteria decorativa, molto simile nella struttura, ad uno di quei circhi che i saltimbanchi girovaghi allestivano sulle piazzuole dei rioni periferici.

Era tutto sommato un dancing-baraccone che di fisso avevo soltanto la pista circolare pavimentata la quale funzionava per le esercitazioni di pattinaggio a rotelle nei giorni infrasettimanali in cui non si ballava, cioè dal lunedì al venerdì, perché sabato, domenica ed in occasione di festività, il “padiglione” dischiudeva i rudimentali battenti d’ingresso all’irrompente gioventù che l’affollava fino al “tutto esaurito”, tanto più che il biglietto d’ingresso non superava i due- tre centesimi di lira.

La massa degli “habitué” proveniva dagli strati più popolosi del proletariato e del sottoproletariato, mentre la partecipazione della piccola e media borghesia era scarsissima, in un’epoca in cui le differenze classiste costituivano uno dei primi parametri del codice dei comportamenti mondano-sociali. GilèdisegnoBadini-2

Il rinomato “gilé Caminati (che potete osservare colto nella sua complessione fisico- psicologica in uno calzante, azzeccato e garbato disegno di Roberto Badini), era personaggio tarchiato, dai modi gioviali ed affabili, ma abilissimo affarista (les affaires- come dicono i francesi-sont le affaires) ed oculatissimo lesinatore del centesimo, affetto, secondo le descrizioni rese da chi lo conobbe al tempo del boom delle danze popolari, da un complesso quasi morboso di parsimonia.

Diffidava di tutto e di tutti, forse non sempre ingiustamente, perfino delle “maschere”. Gli addetti al servizio di controllo del biglietto d’ingresso erano da lui costretti ad indossare un’uniforme color verdolino con striature rossastre, rigorosamente sprovviste di tasche e taschini nella giacca e nei pantaloni, senza risvolti. Forse non si trattò di una misura cautelare adottata per sospettosa tirchieria, ma per effettivi riscontri.

Si dice che prima della divisa “d’ordinanza”, qualche bigliettaio fosse venuto meno alla fiducia da lui concessa, accordandosi mediante espedienti e maneggi di sottobanco con certi clienti, i quali, anziché pagare l’intera tariffa del biglietto, preferivano rifilare furtivamente un soldo nelle tasche dei compiacenti controllori.

Fatto sta che da quando indossavano quell’uniforme di “rigore”, le “maschere” della balera di Cittadella filarono diritto e non si verificarono più “arrangiamenti” a scapito degli introiti di cassa cui sedeva la bonaria consorte del titolare, anch’essa guardinga e sparagnina come il marito.

Comunque sia la “Balera” fu fulcro di allegro e spassoso divertimento a buon mercato per parecchie generazioni di piacentini. E non vi è dubbio che essa fruttò al titolare una cospicua fortuna i cui proventi egli saggiamente investì nell’acquisto di case e palazzi, come appunto quello detto “’d Gilè” in via Borghetto, chiamato anche “purtòn ‘d Gilè” e gli stabili denominati “Sbursaria” e “Palasèina” in “Stra Nova”, ovvero la parte bassa di via Mazzini, sotto la Montà di Ratt.

La sua opulenza in tempi di spensierata povertà sociale, fu però motivo di frizzanti, spiritosi motteggi, arieggiati in tiritere canzonettistiche come questa che traduciamo direttamente in italiano: “Gilè è diventato un signore, alla faccia dei suonatori; mangia e beve alla faccia dei ballerini!”

Invidia un po’ gretta e meschina per chi aveva avuto successo con la sua iniziativa imprenditoriale, ma che ben rende l’idea di quanto fosse popolare quella balera.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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