Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

La “commedia umana” di Strà ‘lvà: i ricchi, i poveri e l’ospedale

Proseguendo il nostro itinerario dalla Piazza del Borgo, sul lato destro si trova Vicolo Molineria Sant'Andrea, una specie di nostrano “carruggio” che allora, con tipica locuzione popolaresca, era indicato come “Cantòn ‘d Bigi” perché all’inizio del ‘900 vi si insediò la fonderia Giovanni Biggi sull’area stessa dove furono rasi al suolo, all’epoca della dominazione napoleonica, la chiesa dell’Annunziata e l’omonimo monastero...

Proseguendo il nostro itinerario dalla Piazza del Borgo, sul lato destro si trova Vicolo Molineria Sant'Andrea, una specie di nostrano “carruggio” che allora, con tipica locuzione popolaresca, era indicato come “Cantòn ‘d Bigi” perché all’inizio del ‘900 vi si insediò la fonderia Giovanni Biggi sull’area stessa dove furono rasi al suolo, all’epoca della dominazione napoleonica, la chiesa dell’Annunziata e l’omonimo monastero, allargando così lo spazio ortivo già allora ubertoso. 

Un altro cantone con una propria storia fitta di memorie civiche e di chiese, è quello di S. Bernardo. Siccome è fatto risaputo che cantone Cristo-2Piacenza fu per secoli città di chiese, conventi, fortezze militari, caserme, ci si imbatte pure qui in una chiesa seicentesca chiusa al culto nei primi dell’Ottocento e poi trasformata in magazzino. La facciata è comunque ancora visibile, mentre il campanile è sparito.

Oltre “Cantòn ‘d Bigi” c’è l’imbocco di via S. Bartolomeo che scende fino in fondo alle mura. Qui occorre intanto un’annotazione: i residenti di Strà ‘lvà erano fieri avversari di quelli che abitavano nella seconda parte di questa via, come del resto quelli di via Borghetto e di S. Agnese, insomma “i fiumaroli”. Contro di loro si svolgevano cruente sassaiole che avevano per scenario la “Mèzaloìna”, un terrapieno del bastione delle mura con fetide grotte-casamatte, situato nei pressi di S. Maria di Campagna, nell’attuale circonvallazione interna (via Tramello). D’estate a volte lo scontro si svolgeva in meno cruenti lanci di scorze d’anguria…

sala colonne-2All’angolo con via S. Bartolomeo, Palazzo Scotti da Fombio, sede del Collegio Morigi; quasi prospiciente ad esso Palazzo Marazzani- Visconti notevole per l’ampiezza e l’elegante decorazione barocca. Ed ancora, più avanti, vicino alla chiesa dei Santi Nazzaro e Celso (che sfocia sul sagrato di S. Sepolcro in via Campagna), Palazzo Somaglia ed ancora Palazzo Barattieri, insomma sontuose residenze per “noblesse oblige”, altolocate famiglie che convivevano (ma solo come residenza della via!) con il popolino, pur mantenendone completo aristocratico distacco.

Eppure una piccola parte della “popolaglia” viveva all’interno di queste sontuose dimore, per esempio come in casa Barattieri. I proprietari erano perennemente assenti: su tutto sovrintendeva l’amministratore e maggiordomo (ce ne’erano anche a Piacenza; un giorno tratteremo di quello di Palazzo Landi) signor Cesare, un tipo lungo e magro che permetteva ai ragazzi, ma solo qualche volta, di giocare nel giardino, I portinai erano Paolino e la moglie Laura ed integravano il magro stipendio con lavori di sartoria. portantino-2

All’ultimo piano, praticamente in soffitta, abitava Berto Buttafava con la moglie Rina e tre figli. Lì risiedeva anche Otello, “bullo” in camicia nera. Dopo la morte della moglie si era risposato con una donna giovane che lo picchiava tutte le sere perché rientrava regolarmente ubriaco. Fu espulso dal partito perché si era scoperto che non aveva prestato servizio militare nonostante ostentasse sulla camicia nera nastrini e decorazioni.

Rione Taverna, pur essendo agglomerato prevalentemente proletario ha consentito la convivenza, senza pregiudizi di classe, fra sottoproletariato e la borghesia, la quale tra l’altro, ha spesso cercato di comprendere ed immedesimarsi con i bisogni delle classi meno fortunate che lottavano per mettere insieme quel tanto che bastava per sopravvivere. Ma gli scontri con il fascismo furono epici, cooperativa (poi) Lupi docet! Lo ricorderemo successivamente.

Emblematica figura di filantropismo sociale fu ad esempio quella dell’avvocato Carlo Cerri che con la moglie Assunta, insegnante elementare, viveva al 209. Nessuno bussava invano alla sua porta, sia per i consigli che lui dispensava appassionatamente senza compenso alcuno, sia per cercare aiuti materiali più consistenti che la signora Assunta mai negava a chiunque li chiedesse.

Nelle dirette prospicenze di Palazzo Barattieri dove secoli prima (ma gli anziani ancora ne tramandavano il fatto, tanto colpì l’immaginario popolare) fu assassinato Bartolomeo Barattieri pugnalato da un servitore che lo derubò di beni preziosi, sorgeva (dov’è tutt’ora) l’antico ospedale che trasse le sue origini, nel 1471, dalla riunione di molti ospedali sparsi nella città e nella diocesi, annessi quasi sempre alle chiese e ai conventi sorti nei secoli per la carità di nobili benefattori.

Nel 1930 (circa) l’ingresso era situato in via Campagna. Ne lasciò una descrizione Giulio Dosi studioso di storia locale, prima che il inf-2nosocomio venisse radicalmente rammodernato dall’onorevole Barbiellini nella seconda metà degli anni ’20. “Al riguardo ci sembra di vederle quelle larghe, alte, ma tanto squallide corsie, alcune disposte in forma di crociera dove gli infermi giacciono sopra i letti collocati in numerose file…Così all’assistenza pediatrica viene atteso, curando bambini che nei loro letticioli sotto l’archivolto, congiuntamente (sic) nella sala in cui stanno infermi dei più svariati morbi e con quella riservata ai “vecchi cronici”, spesso tubercolotici”.

Per alcuni secoli l’ospedale mantenne solo i reparti di medicina e chirurgia. Un’incisione a stampa tra la fine del ‘700 ed i primi decenni dell’800, documenta le squallide condizioni di un reparto su cui erano ricoverati gli infermi soccorsi dalla pubblica carità.

Grazie ai lasciti testamentari di numerosi benefattori, l’Ospedale riuscì ad assolvere alla men peggio i gravosi compiti istituzionali, senza tuttavia riuscire a far fronte con rapidità al progresso delle nuove tecniche terapeutiche sopravvenute agli inizi del ‘900, anche nell’ambito dei mezzi di trasporto infermi attuati con veicoli a ruote gommate (portantine e lettighe) in uso prima dell’avvento dei mezzi motorizzati adottati dalla “Croce bianca”, unitamente a quelle della “Croce verde” e della successiva “Croce Rossa”.nazaro e celso-2

Chiudiamo infine questa seconda parte (ne saranno necessarie altre) accennando all’edificio scolastico elementare inaugurato nel 1905 dal sindaco Pallastrelli e dedicato al Piacentino, insigne giureconsulto nato a Piacenza nel 1130 circa e fondatore della scuola di Montpellier. Durante gli scavi per la costruzione delle fondamenta, vennero alla luce interessanti reperti archeologici tra cui la sfinge di pietra tenera poi conservata al museo civico ed altri frammenti di trabeazione dorica. Forse vi era collocato un edificio sepolcrale o un tempio.

Prosegue...

LA PRIMA PUNTATA

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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