Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

La fruttivendola “Tirisòna”, il pappagallo Loreto e Camozzi che per la fame mangiò un topo: i personaggi di via Trebbiola

Proseguiamo la nostra narrazione “trebbiolense” sempre attraverso la testimonianza di Gaetano Cravedi che vi risiedette per tutto il periodo della sua infanzia ed adolescenza e che con occhio attento e commossa memoria, ci ha lasciato un sapido affresco di questa parte di città

Fra i vicini di casa i fratelli Galileo, Davide e Bruno Fanelli il cui padre era maresciallo alla “Sussistenza”. All’ultimo piano la signora Giulia e la figlia Clementina. Le capitò- commentava con ironia Cravedi - una vicenda bizzarra.

A casa sua si installò un distinto “zerbinotto” meridionale e con la promessa di condurla a nozze si fece mantenere per alcuni mesi, ma poi, proprio alla vigilia degli “sponsali”, si rese “uccel di bosco”. In un vicino appartamento si svolgeva pure un’attività erotico- mercenaria “non ufficiale” sorta in concorrenza con i lussuosi postriboli di Cantone Filanda e Cantone Buffalari. Ma qui i prezzi erano decisamente più convenienti e così passavano “clienti” di tutte le risme.

In via Trebbiola funzionava la tintoria “Sommi” che dava lavoro a numerose operaie; non mancavano tipi allegri e burloni come “Santèi” Orcesi terzo di cinque fratelli, una specie di “viveur” in chiave macchiettistica, tipico esempio di schietto folclore vernacolo. I suoi fratelli S. Savino-2vendevano il latte; Emilio, il maggiore aveva una trattoria. Santèi adunava nel cortile di casa i ragazzi della contrada per rallegrarli con spettacoli di burattini da lui improvvisati con inesauribile vene, stimolata anche da qualche quartino di vino per lubrificare l’ugola”.

Il tessuto sociale di Trebbiola appariva dunque, nella descrizione di Cravedi, fra i più vari ed eterogenei della vecchia Piacenza borghigiana. Cravedi ricordava ancora tanti protagonisti tra cui Benedetto Pedrazzini eccellente restauratore di mobili antichi il quale aveva a bottega un garzone che veniva chiamato “vescuv ‘d legn” perché era piccolo e ieratico come un prelato scolpito in un polittico d’altare. Nella bottega “confluivano” tutti i pettegolezzi anche i più minuti perché molti passavano lì per salutare e poi a chiacchierare con Pedrazzini che però evitava giudizi e sovente invitava a non esagerare e a non fare “processi sommari”.

Da non dimenticare, in questa fugace retrospettiva, la “Tirisòna” (Teresa), fruttivendola d’angolo tra Cantone Trebbiola e via Alberoni, Trebbiola angolo Alberoni-2bersaglio preferito delle marachelle dei bambini; nella sua bottega c’era Loreto, il pappagallo che segnalava con voce stridula e petulante la presenza degli avventori, essendo la padrona un po’ dura d’orecchi. La colorita rassegna di Cravedi citava inoltre il barocciaio Petracchi, “Pitìn” Cella (uno dei migliori calciatori del Piacenza dagli anni Trenta ai Quaranta), il calzolaio Balzarini, l’Ortolano Zilocchi detto “’l moru” per il colorito bruno della pelle; ed ancora Camozzi che, si dice, mangiò un topo adeguatamente cucinato per la gran fame ed infine Benedetto dal portamento e dal tratto signorile, proprietario dell’immenso orto di cui si è trattato all’inizio della rievocazione”. Qui si chiude via Trebbiola e zona S. Savino, ma nella prossima puntata ci dedicheremo ai Tansini, tre generazioni di fabbri e cantanti.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • Ottimo lavoro, conoscere la storia serve a non commettere errori nel presente. Ma l'uomo è un pessimo alunno, in più oggi storia, geografia ecc. sono materie neglette nella scuola.

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