Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

La Piacenza delle bisnonne bottonaie: un po’ di storia delle fabbriche

Questa piccola “Fiat” del bottone, così collegata alla municipalità vernacola nella sfera del costume folk, aveva l’epicentro operativo in via Campagna, estendendo i suoi capannoni fino ai lembi dei vicoli della “Montà di Ratt”, all’angolo con l’ex fonderia Fracchioni

Nel 1886 per quindici anni la “Rovera-Ponti” proseguì senza sobbalzi degni di nota, la sua normale attività sull’onda dello sviluppo industriale che nel frattempo vide fiorire, nel perimetro urbano, altre imprese del settore metalmeccanico. Da allora la mappa dei bottonifici locali è stata contrassegnata da assorbimenti e continue osmosi aziendali. Nel 1904 alla “Agazzi-Mauri&C” subentrò la società “Ing. Rossini &C”. Era l’epoca d’oro della nostra industria bottoniera che si espanse nel periodo giolittiano. Il nuovo complesso si articolava nei tre stabilimenti cittadini ed extraprovinciali che occupavano (vero miracolo economico) più di 2000 unità lavorative.  il bottonificio Rossini-2

Questa piccola “Fiat” del bottone, così collegata alla municipalità vernacola nella sfera del costume folk, aveva l’epicentro operativo in via Campagna, estendendo i suoi capannoni fino ai lembi dei vicoli della “Montà di Ratt”, all’angolo con l’ex fonderia Fracchioni. Il pregiato prodotto piacentino s’irradiava in quasi tutti i continenti, conquistava i mercati dell’abbigliamento e della moda d’alto rango.

Ma nel 1915 scoppiò la prima guerra mondiale ed il bottone, prodotto di pace, venne declassato dagli ordini di stretta emergenza ed austerità bellica. Alla stregua di altri opifici, anche il “Vaccari-Galletto” convertì gli impianti adattandoli alla fabbricazione di bossoli per proiettili di artiglieria.

A guerra finita, nel mutato clima dei rapporti di classe, il complesso divenne epicentro sperimentale di compartecipazione delle maestranze agli utili dell’azienda.

Nel frattempo infuriava lo squadrismo fascista che mandò tutto a carte quarantotto, secondo la sua strategia rivoluzionaria. La crisi del dopoguerra, insanguinato dalle lotte civili, vide le maestranze in gran parte femminili, ai loro posti di lavoro. La ripresa pacifica s’impose. rasghèi Capra-2

Nel 1920 quando le altre industrie boccheggiavano in preda alla depressione, il settore bottoniero ritrovava il suo aspetto tradizionale. Il 1920, anno del cosiddetto “pericolo rosso” e del suo contrario, il “pericolo nero”, non aveva scompaginato i piani ricostruttivi dell’industria- chiave piacentina.

Per l’alimentazione a scopo alimentare- zootecnico dei cascami di corozo aprirono i battenti nuove fabbriche insediate nelle aree del suburbio ed in alcune località limitrofe (La Verza, Pittolo, Sarmato, Castelsangiovanni) ed in via S. Bartolomeo iniziava l’attività l’Industria Bottoni Capra”.

Questo panorama dei bottonifici non ha certo pretese di completezza. Tra il 1922 ed il 1928, con il sorgere di nuove fabbriche nei mercati di sbocco e la diminuzione dei prezzi legati alla logica dell’economia di mercato, i bottonifici locali attraversarono momenti di alterne difficoltà.

La grande depressione del 1929 fu la prova del fuoco della nostra variegata economia bottoniera. Ma se non proprio integra, essa ne uscì indenne nella basilare attività produttiva.

Nel 1929 la “Vaccari&Galletto” assorbì “l’Industria Bottoni” emergendo così tra le maggiori in Italia del settore. Negli anni Trenta la mappa dei bottonifici locali s’infittì in città e provincia. Sempre Serafino Maggi informava che “sul piano dell’economia locale, notevole fu il vantaggio portato dalla lavorazione del bottone perché contribuì al sorgere collaterale di piccole industrie sussidiarie di cartonaggi per la fabbricazione dei scatole, bustine ed etichette destinate al confezionamento dei bottoni finiti e pronti alla vendita”. Al che significò altre possibilità di lavoro per il proletariato locale. l'industria di Bottoni di via Campagna-2

La crisi seguita alla seconda guerra mondiale si ripercosse nel settore bottoniero italiano e piacentino in specie. La concorrenza dei paesi esteri inflisse un pesante colpo all’economia della nostra industria bottoniera che prima delle ostilità ricopriva i mercati internazionali nella misura del 70%.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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