Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

La scuola secondaria negli anni ’30 a Piacenza, quando Respighi e Gioia erano altrove

Viaggio nelle scuole piacentine all'epoca del Fascismo: famosa la “Coppellotti” che aveva uno scopo formativo eminentemente pratico: preparare maestranze e tecnici per officine. La sede era in via Maddalena

L'inaugurazione dell'attuale sede del Liceo Respighi

Tra i numerosi slogan coniati dal Fascismo ce n’era uno che rispecchiava in modo emblematico la finalità educativa della scuola durante il regime, ovvero “libro e moschetto, fascista perfetto”, una vera e propria parola d’ordine che voleva indicare il modello ideale del balilla (ovvero il giovane fascista in età scolare): libro per lo studio, moschetto perché si abituasse per mezzo delle adunate obbligatorie del Sabato Fascista, per divenire un futuro buon soldato italiano.

Cultura dunque, in una scuola dove già era penetrata la riforma attuata dal filosofo Giovanni Gentile ed arma, ovvero l’ideale degli otto milioni di baionette che dovevano esprimere la forza bellica del nostro Paese.

Tra le organizzazioni più importanti del regime c’era la Gioventù italiana del Littorio, formatasi nel 1938 sulla rifondazione dell’Opera nazionale Balilla. Vi erano inquadrati tutti i giovani dai sei ai ventuno anni, suddivisi in Giovani Fascisti (17-21), Avanguardisti Moschettieri (15-17), Avanguardisti (13-15), Balilla Moschettieri (11-13) e Balilla (8-11). Le ragazze erano divise in Giovani Fasciste, Giovani italiane (14-17), Piccole italiane (8-14). I bambini piccoli, senza distinzioni di sesso si raggruppavano nei Figli della Lupa. Infine gli studenti universitari errano inseriti nei GUF (gruppi universitari fascisti).

Questa precisa suddivisione valida per tutto il territorio nazionale offre un’idea precisa di quanta importanza rivestisse per il Fascismo l’educazione ideologico- militare dei giovani. E’questa una caratteristica di ogni dittatura: accanto all’imposizione forzata delle idee, il potere cerca sempre di creare una base di consenso attraverso la manipolazione educativa. Ed è per questo che il mondo della scuola fu al centro di un’intensa propaganda. Dall’asilo all’università, il Fascismo cercò di imporsi ai giovani, sia adducendo un nazionalismo esasperato, come attraverso il rigido inquadramento gerarchico prima accennato. Lo fece organizzando una congerie di coreografiche manifestazioni sportivo-militari, sia con una rigida programmazione didattica delle materie di insegnamento e dei relativi libri di testo da adottare come sussidi.

Con la riforma Gentile del 1923 si tentò un primo riordinamento organico ed unitario della scuola italiana, però ben presto Mussolini ed i suoi collaboratori, si resero conto che questo rinnovamento, proprio per il suo carattere non intrinsecamente fascista, non serviva allo scopo di formare generazioni perfettamente allineate al regime. Perciò questa riforma, dal ’24 al ’33, subì continue modificazioni; nello stesso tempo si cercò di fascistizzare la scuola con mezzi progressivamente repressivi, come nel ’32 con l’obbligo di iscrizione al partito fascista per poter insegnare nelle scuole di Stato e per adire ai pubblici concorsi. Occorre però distinguere: c’è chi aderì spontaneamente e quelli che (la maggioranza) si adattarono alla norma come pura formalità. Inoltre si inserirono elementi di cultura fascista o cercare nella storia e nella letteratura italiana degli antecedenti obbligati del fascismo come fenomeno socio-politico.

Nel 1938-’39 ulteriore riforma: la carta della scuola Bottai che però fu appena plasmata ma fu vanificata dall’imminente conflitto mondiale.

Anche a Piacenza la scuola visse le contraddittorie disposizioni del regime, ma come spesso accadeva nelle città di provincia, il rigore delle imposizioni era applicato meno drasticamente che nelle grandi città. Non mancarono tuttavia le parate, le adunate del sabato in Piazza Cavalli fra sventolio di bandiere e marce di scolaresche.

Nella nostra città dal 1935-’40 la situazione delle scuole secondarie si può definire strutturalmente discreta, considerato anche il numero limitato di alunni che proseguiva gli studi dopo la scuola elementare.

E’ dalla Strenna Piacentina del 1936 che è stato possibile desumere un consuntivo della scolarità del periodo e della fondamentali attrezzature utilizzate da ciascuna scuola.

Il Regio Liceo Scientifico “Lorenzo Respighi” era frequentato da circa 60 allievi distribuiti in quattro classi nelle quali prestavano servizio otto insegnanti. Aveva sede in via Milano all’angolo con via della Ferma. Dotato di Gabinetto di Chimica, Fisica e Scienze naturali, possedeva una discreta biblioteca professori, mentre quella degli alunni si presentava carente.

Il Liceo-Ginnasio “M. Gioia” sorto a Piacenza nel 1860 con sede nel caseggiato di San Pietro, fu trasferito nel 1874 nel Palazzo Anguissola di via Taverna ed infine nella nuova sede di viale Risorgimento (di fronte al Farnese) sull’area precedentemente occupata dallo stabilimento dei bagni pubblici (ne tratteremo). Attorno al 1935 era frequentato da circa 400 studenti, con un corpo docente formato da 20 insegnanti di ruolo.

L’istituto “G.D.Romagnosi” sorgeva nell’attuale sede di via Cavour ed era suddiviso in tre sezioni: Commercio, Agronomia, Fisico-Matematica, con circa 400 alunni e 30 insegnanti più il preside prof. Carlo Fioruzzi.

L’Istituto Magistrale “G.M.Colombini” sorse nel 1923 con la riforma Gentile ed ebbe la sua prima sede in via Cavour, poi via Romagnosi. Nel 1936 la popolazione scolastica era di 650 alunni dei quali 180 maschi. All’Istituto era annesso un giardino d’infanzia per la sperimentazione didattica. Il corpo docente era formato da 33 insegnanti più il Preside, prof. Domenico Vigorita.

Tra le scuole ad indirizzo professionale, la “Angelo Genocchi”, la “Spartaco Coppellotti”, la serale commerciale “Nereo Bosi”. La prima con sede in via Carducci contava 185 alunni. Era frequentata in prevalenza da figli di operai e vi si impartivano nozioni elementari di storia, geografia, scienze ed agraria, formazione prevalentemente tesa ad una preparazione ai lavori impiegatizi.

La “Coppellotti” invece aveva uno scopo formativo eminentemente pratico: preparare maestranze e tecnici per officine. La sede era in via Maddalena ed era frequentata da circa 150 alunni. Le materie in programma erano disegno professionale meccanico ed edile, per falegnami, per decoratori, l’elettromeccanica ed i motori a scoppio. L’insegnamento era impartito oltre che da docenti della scuola, da professionisti ed esperti locali.

La popolare scuola serale “Nereo Bosi” aveva sede prima in via Cavour, poi fu trasferita nei locali della “Genocchi” in via Carducci. Era frequentata da circa 130 alunni, con orario necessariamente ridotto in virtù delle particolari condizioni degli allievi che la frequentavano, in maggioranza lavoratori e lavoratrici. Per accedere ai corsi era sufficiente il diploma elementare; vi insegnavano professori debitamente autorizzati delle scuole medie diurne e professionisti della città.

A queste scuole menzionate vanno aggiunte il Liceo Musicaler “G.Nicolini”, la scuola di Belle Arti “Gazzola”, il collegio femminile S.Agostino, il Morigi, la scuola professionale per le fanciulle povere Dame Orsoline.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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