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Mercoledì, 8 Dicembre 2021

La storia del quartiere di San Savino, quei bei tipi di “Trebbiola”

Riprendiamo il nostro periplo tra le borgate con Cantone Trebbiola, una delle arterie rionali di spiccata caratterizzazione popolaresca, stretta a nord dagli edifici militari, ovvero “Sussistenza” e “Colombaia” e ad est del grande orto detto allora “’d Bandòt”

In una delle sue pagine di colorito gusto intimistico, la scrittrice piacentina Giana Anguissola, seppe cogliere con semplici notazioni il “tono locale” delle casupole di via Trebbiola, “piccole, ad un solo piano, con il minuscolo tetto”. Verità poetica e cronistica nel contempo, perché l’agglomerato edilizio si snodava nella sua prolungata ed asimmetrica fuga prospettica, in un unitario assetto residenziale non interrotto né da piazzole né da vicoletti.

Così lo ricordava Cravedi: “la stessa altimetria dei caseggiati correva sul filo dell’uniformità in una sorta di compassata monotonia, scandita qua e là da irrilevanti dislivelli dei tetti a tegole, dalla variata collocazione dei comignoli a forma grottesca. Rare le accezioni degli edifici a tre piani: quello del n° 35 dove nacqui e quello detto “il palazzo” sorto in epoca giolittiana; era una tipica costruzione in stile eclettico, tornato in auge dopo la parentesi di quello floreale, dai rivestimenti grigiastri; fronteggiato da un giardinetto poco solatio, rappresentava una “maisòn” appartata, di ambizione classista, difesa da un’alta cancellata di ferro, una delle poche dimore della piccola borghesia rionale”. Proseguiva così Cravedi: “Attiguo al “palazzo”, v’era l’ingresso carraio della scuderia Raguzzi da cui uscivano e rientravano scalpitando i cavalli da corsa dei noti banchieri, travolti assieme a quelli di altre banche locali dal crack finanziario internazionale dopo il crollo della Borsa americana di Wall Street nel 1929”. Cravedi infine ricordava la sua amicizia con il fantino dei Raguzzi, “Guerrino, che oltre ad elargirmi ghiotti mannelli di carrube con le quali si foraggiavano i cavalli, mi faceva fantasticare con il racconto della vita splendidamente condotta dai “signori” prima del rovinoso ciclone che li investì, spogliandoli dei loro cospicui beni ed averi”.

Di fronte ad severo ed un po’ arcigno “palazzo”, c’era lo “Scudo di Francia” affollata trattoria gestita dai Favari. La sua rinomanza era affidata a certi piatti cucinati alla vecchia maniera casalinga, similmente ad altri locali che si era creati un nome d’insegna prestigiosa in questa o quella borgata, proseguendo la tradizionale linea gastronomica nostrana di diffuso consumo popolare. Il pauperismo sociale e la carestia accentuati dalla crisi economica e finanziaria del 1929-’33 rendevano certamente assai più saporosi ed appetibili i piatti di quella che poi, negli anni del boom post-bellico, certa moda folclorica avrebbe definito “cucina povera”, sia pure nell’accezione semplificata di “cucina genuina”, non ricercata né elaborata dai palati esigenti della odierna civiltà gastronomica. Va sempre tenuto in conto il saggio avvertimento dei nostri antenati di un’età che ci pare remota, ma poi tanto non è: “quand sg’ha fam, la puleinta la par salàm!”

“Al n°13- proseguiva Cravedi nella sua panoramica- era allogata la bottega di “Reinsi ‘l carbònei” che nel ricordo rivedo ancora nero come Trebbiola, palazzo Anguissola-2il combustibile smerciato in bottega e a domicilio, pronto alla battuta sboccata, spesso blasfema. Il turpiloquio era moneta di scambio spicciola fra i popolani che conducevano esistenza agra, faticata e risicata, quasi forma di rito esorcistico contro le dure avversità quotidiane. Personaggio davvero pittoresco, sia nell’abito esteriore che in quello mentale, questo “Reinsi” era accanito lettore del “420”, periodico satirico-umoristico di allora. Si vociferava pure che avesse la “bella”, l’amante, nel gergo un po’ subdolo e puritano di quei tempi dove certe galanterie extraconiugali comportavano, assieme agli immaginabili guai di famiglia, ironiche maldicenze nei rispettivi gruppi sociali. Comunque era opinione diffusa che la “bella” del nostro carbonaio lo ricambiasse con una sfilza di corna; ciò rinfocolava sadici, quanto burleschi pettegolezzi. Il nostro carbonaio ebbe un figlio, Achille. Per le sue idee sgradite al regime, dovette subire dure rappresaglie e continue violenze a base di manganellate e somministrazioni di olio di ricino in grosse dosi, quale drastico metaforico “lavaggio del cervello e di quelle idee balzane”.

...prosegue

La storia del quartiere di San Savino, quei bei tipi di “Trebbiola”

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