Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

La trattoria Fraschini, il pesce fritto e il "Tritone del Po"

Tra i frequentatori del Grande Fiume dell'epoca, sono pochissimi coloro che almeno una volta non si sono recati alla trattoria “Pesce fritto” per una succulenta frittura di pesce del Po, rientrando dopo una giornata trascorsa presso la “Rimini” dei piacentini

I piacentini di una certa età che sanno nuotare si dividono in due categorie: quelli che hanno imparato nel Po, all’Isolotto Maggi e gli altri: quelli “da lago, da torrente e da mare”. E tra quelli che hanno appreso l’arte natatoria nel gran padre Eridano, sono pochissimi coloro che almeno una volta non si sono recati alla trattoria “Pesce fritto”, a godersi una succulenta frittura di pesce del Po, rientrando dopo una giornata trascorsa presso la “Rimini” dei piacentini.
La gestivano i Fraschini, originari di Gaurdamiglio. Il padre di Ettore, Ghintàn (Gaetano), fu per lunghi anni guardiaboschi nella Bassa Lombardia. Una vecchia foto lo ritrae con la barba bianca, nelle classiche fattezze di un venerando vegliardo, accanto al figlio che, in gioventù, lavorò nelle ferrovie e fu licenziato perché rifiutò di iscriversi al partito fascista. Ghintàn era figura molto nota ai piacentini delle vecchie generazioni; trovandosi a dover sbarcare il lunario, allietò con il suo organetto di Barberia, trainato da un cavallo bianco, le contrade cittadine.
“Fraschèi figlio” lavorò prima allo zuccherificio, poi alla costruzione delle centrale elettrica Adamello. Ma dobbiamo tornare indietro nel tempo per poter riordinare in sintesi schematica il profilo biografico di Fraschèi che il giornalista Guido Fresco, in una colorita nota di costume, definì “Tritone del Po”
Nel 1926 una drammatica piena, dopo aver devastato gli argini, strappò, con i vortici irruenti, anche la baracca di legno dove friggeva il pesce la “Pepìna” Campolonghi. Quel relitto fu recuperato da Fraschini con alcuni amici, fu rimesso in sesto e fu installato nelle adiacenze dello chalet della Nino Bixio.
In questa baracca riassestata si ritrovavano numerosi amici, pescatori e frequentatori delle zone rivierasche del Po ai tempi sopra accennati, quando la parola inquinamento non era termine entrato nel lessico comune. 
sinGhintàEttoreFraschini-2Quando non era periodo di storioni, i pochi pescatori professionisti che cooperavano con i Borsotti (tra cui Ettore Fraschini, Mario Pantaleoni ed altri che abitavano in Cantarana e luoghi adiacenti) andavano a pescare nelle langhe pesce di squisita carne bianca, i cosiddetti ciprinidi: cavedani, balbi, carpe, lucci, persici, arborelle e tante anguille. Quelli non venduti, servivano ad integrare l’alimentazione di tante famiglie povere della borgata o, in parte, se ne restavano, fritti all’osteria con gli amici.
Se è vero che ognuno nasce con un proprio “fisique du role”, ovvero con una vocazione che si attaglia al fisico personale, “Fraschèi” rappresentò appieno il prototipo del popolano, gagliardo, nerboruto, tarchiato. La calvizie che gli si disegnava attorno al cranio rotondo, cotto dal sole, effondeva calore umano, cordialità confidenziale, malgrado l’apparente aria burbera, accigliata.
Questo spiega perché “Fraschèi” divenne presto il fulcro attorno cui orbitavano liete combriccole di pescatori, sabbiaioli, boscaioli, bontemponi, buongustai del pesce fritto alla casalinga, il pesce pregiato di una volta per intendersi, quello che oggi è sparito, svanito con anni di inquinamento: stricci (lasche), alborelle, pesci gatto, cavedani, anguille, pesci che erano gustati così, alla “carta”, con un po’ di pane e qualche bicchiere di vino; un modo per concludere in bellezza e semplicità per tante famiglie nel giorno di festa. Ma durante i mesi estivi la frequentazione era quotidiana. Suoi stretti compagni ed amici furono Mario Borsotti, Angelo Pesatori, Domenico Delmiglio ed il suo “delfino” Mario Pantaloni che a suo tempo aveva reso tante testimonianze della vita attorno a Po ed i suoi protagonisti.
“Fraschèi” aveva un cuore grande: quando la miseria e l’indigenza sfilavano con tacita discrezione sotto i suoi occhi apparentemente distratti e pigri, quel cuore si spalancava. L’inedia e la fame trovavano il “Tritone del Po” pronto e soccorrevole, a ristorarle con slancio generoso.
Pescatore tra amici pescatori, andava spesso sul Po con qualsiasi tempo, anche nelle stagioni di piena, recandosi insieme a loro in alcune località dell’Oltrepò lombardo, specialmente a Sant'Angelo Lodigiano dove li attendevano con il bottino del pesce fresco i rivenditori. Bagnaschi e Rozza andavano poi a smerciare sui banchi del mercato di Milano. Di questo sodalizio tra uomini del Po a quei tempi Mario Pantaleoni rievocava una infinità di ricordi, lieti e tristi, buoni e cattivi, sereni e travagliati, momenti drammatici, talvolta crudeli, segnati dall’avversità della sorte, come la scomparsa di cari amici.
Dopo aver dislocato dall’area nei pressi della “Nino Bixio”, Ettore Fraschini, con la sua numerosa figliolanza, si insediò nella trattoria gestita dal cognato Carlo Ferrari e nota come “Isola Caprera” situata un poco a valle del ponte autostradale, nelle vicinanze dell’ex chalet della Vittorino da Feltre.
Questa caratteristica osteria padana, andata distrutta dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, aveva antica tradizione alle spalle. Fu precedentemente gestita da “Fino Todeschini” padre dei carrettieri Pinchìn (che abbiamo menzionato nelle puntare dedicate a Sant'Agnese) e Sandròn, poi da Carlòn Rossetti e dalla Mondèina.
Tornarono tempi agri per Fraschèi: troppi figli da mantenere ed allevare. Poi l’insperata svolta: il fascismo intraprese la “battaglia del grano” e la “battaglia demografica” intesa a stimolare la prolificità della stirpe italica. 
Furono decretate varie agevolazioni, alcuni vantaggi pratici per le famiglie numerose; ad Ettore Fraschini (tessera o non tessera del Fascio) fu concessa la licenza di gestire la baracca rustica in cui fra l’altro poteva friggere il pesce ed ammannirlo alla clientela dai gusti spiccioli, caserecci, sull’area dove poi sorse, muro dopo muro, una funzionale trattoria all’insegna semplice, di gran richiamo: “Pesce fritto”, proprio dietro al passaggio a livello che congiungeva il Po con Sant'Agnese.
In realtà la prima baracca era di proprietà di un fornaio di via Mazzini denominato “don Angìl” e poi data in gestione a Chiappini detto “Pipèlo”.
Fu nel dicembre 1935, nei giorni di Natale, che Fraschèi dette avvio all’attività di trattore, estendendo così la sua notorietà di friggitore di pesce alla casalinga, quello fresco e buono del Po, a tutti i rioni, “bassi o meno bassi” di Piacenza fra la seconda metà degli anni ’30 ed in quelli successivi. Passare da Fraschini, dopo le giornate trascorse all’Isolotto Maggi, per un fragrante cartoccio di arborelle, era appuntamento imperdibile per tutti i piacentini e lo fu fino a quando il Po rimase un fiume limpido in cui immergersi senza timore.
Qui al “Pesce Fritto”, quando non si trovava sul Po, era di casa Mario Pantaleoni, prezioso testimone della vita sul fiume, che aiutava l’amico e provvedeva anche ad assicurare i rifornimenti. Tra i mitici pescatori di Po che menzionava sempre, oltre al fraterno amico Mario Borsotti, c’erano anche Camillo Quagliaroli, Nino Beghi detto “al Nino d’la mulnèra”, Bernardelli (Testa bianca) con il fratello “Barlichto”, Morelli (Mulnarèi), Giovanni Galliani soprannominato “Cinghial” per il colore rossiccio-biondastro dei capelli.
Un intero mondo di uomini e protagonisti del gran padre Eridano che hanno vissuto, faticato per generazioni su storiche sponde oggi desolatamente vuote. I tempi cambiano: non rimane che prenderne atto.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (4)

  • in effetti, come ha scritto anche Salvatore, si tratta di un bel ritratto sui bei tempi andati, i quali, se un dissennato inquinamento non avesse trasformato il Po in una sorta di cloaca, sarebbero quasi sicuramente riusciti a far sopravvivere certi bei posti, come il “Pesce Fritto”, e certe simpatiche abitudini, come quella di consumarsi un fragrante cartoccio di arborelle

    • Purtroppo, caro Giorgio, questa fruibilità del grande fiume ci è stata preclusa da due arterie principali (tangenziale nord e soprattutto A21) e ben tre centrali elettriche susseguitesi nel tempo, oltre all'espansione della ferrovia. Il famoso PUMS di Piacenza, che nella prima redazione parlava di riappropriarsi del rapporto vitale tra la città ed il Po, nella versione più aggiornata "dimentica" l'originaria proposta di spostare più a nord il tracciato della A21, decongestionando il centro storico del capoluogo più vicino ad un'autostrada che ci sia in Italia. Le recenti vicende della pandemia, probabilmente legata anche all'inquinamento, avrebbero dovuto insegnarci un impegno maggiore in questo senso, ma l'uomo non impara mai, pensa di essere immortale e che si vada al Creatore con tasche, borsello e conto in banca.

  • I bei tempi andati, quando si mangiava pesce "italico" ed "economico", ottimo per qualità e freschezza. Oggi mangiamo pesce "costoso e di madre ignota", frutto della modernità, del progresso, forse non è un vantaggio per il popolo.

    • Ovviamente il fatto che il Po' sia una cloaca non è colpa degli "italici". Probabilmente sono state "le risorse" o gli "hacker cinesi".

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