Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Le borgate antagoniste della Piacenza popolaresca

Borgate in lotta tra loro, ma con un profondo senso di solidarietà al loro interno cementato dalla comune appartenenza. Oppure tra alcune, in una sorta di non belligeranza. Ma pur sempre uomini, che vanno collocati in una cultura etnica, per restituire loro qualche dignità e decoro civile

La suddivisione in "borgate" di Piacenza

Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca a spulciare archivi, a sfogliare quotidiani e periodici; altri lunghi mesi nelle osterie o in circoli di ritrovo e di associazioni, per farmi narrare dagli anziani i personaggi e gli avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti c’era tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. 

Poi con una enorme mole di materiale, con il supporto indispensabile di un vecchio giornalista che mi aveva infuso l’abc del mestiere e quello del mio babbo che mi precisava, mi rammentava, mentre il film di queste esistenze passava ancora davanti ai suoi occhi, era iniziata la stesura. Così successivamente, per trattare delle vecchie osterie, ho potuto usufruire di queste ricerche e mi è rimasto ancora molto materiale inedito. Ma nel frattempo sono subentrati altri interessi professionali: il giornalismo, le pubblicazioni e, soprattutto la mia primaria attività, quella di docente che presuppone sempre un impegno costante. 

Per questo, sulla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell’oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi sono reso conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo.
Proverò dunque a raccontare di nuovo Piacenza com’era una volta, il suo vero humus popolare, iniziando dalla suddivisione toponomastica, quella dentro le mura, quel formicolante “microcosmo borghigiano” a ridosso delle antiche porte, dei bastioni-baluardi costruiti nel corso degli ampliamenti della cinta difensiva in epoca cinquecentesca. Ma parleremo anche del centro storico, isola dorata del potere economico.

Perché borgate? Perché il termine quartiere, sotto un profilo storico-sociologico, appare improprio; presuppone un concetto di pianificazione razionalizzata, mentre il termine borgo richiama spontanei nuclei residenziali autonomi, poi inglobati nella città murata e turrita.
Così come le torri erano il simbolo del potere feudale trapiantato in città (comprese le lotte tra le diverse famiglie), i borghi piacentini erano chiusi tra di loro, sovente in competizione irriducibile ed il varcarne i confini, presupponeva risse e acerrimi conflitti.

Questa silloge ricognitiva cercherà dunque di cogliere la caleidoscopica realtà “socio-borghigiana” in cui agirono attori primari e secondari di vario ruolo nella commedia umana della Piacenza popolaresca, quei “reietti”, quella plebaglia (secondo un’etica vetero-borghese e piccolo-borghese), espressione di valori umili, oscuri e genuini, di cui furono portatori gli strati dell’indigenza, del pauperismo, dell’emarginazione. 

Borgate in lotta tra loro, ma con un profondo senso di solidarietà al loro interno cementato dalla comune appartenenza. Oppure tra alcune, in una sorta di non belligeranza. Ma pur sempre uomini, che vanno collocati in una cultura etnica, per restituire loro qualche dignità e decoro civile.

Così ogni volta che leggerete di borgate e dei loro personaggi, tenete a mente questa cartina che le delimita, una mappa solo socio-etnologica. La parte A comprende: via Taverna, Campagna, Castello, P.zza Borgo e paraggi. La B: via Borghetto, Cantarana, S.Bartolomeo e paraggi, lo “zoccolo compatto” del pauperismo. 
La C: S.Agnese, con via Genocchi, Dogana, X Giugno, P.zza Cittadella e dintorni.
La D Porta Galera, l’altro “osso duro” della piacentinità con: via Roma, Scalabrini, Molini degli Orti (già estrema periferia) Alberoni e paraggi. La E: via Beverora, 
S. Giovanni, Corso Vittorio Emanuele, Garibaldi e paraggi. La F: il centro storico.
Apriamo adagio, quasi in punta di piedi, questa mappa e vediamo un po’ cosa vi troveremo dentro…

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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