Le osterie di Strà ‘lvà: c’era pure chi immergeva nelle botti di vino alcune monete di rame

I locali del quartiere. Ma la borgata fu anche luogo di sellai e lavandai (vista la presenza dell’Esercito) fra i quali si ricordavano i Bottazzi, i Bonvini, i Freschi e la Sisèina. Numerosi anche i rappresentanti del commercio di generi ortofrutticoli

Ci sarà bisogno di questa e di una successiva puntata, la quinta, per terminare una non esaustiva carrellata di questa borgata. Proseguiamo intanto con le osterie. La prima che si trovava, per chi proveniva da Piazza Borgo, era quella di Gigiòn. Rinomata per la qualità dei vini, era frequentata da seriosi e sobri degustatori. Un ambiente quasi di paradossale elite popolaresca, accumunata da affinità di piaceri del palato e dell’ugola, quasi un santuario di riti iniziatici. Vietato, per fisiologica selezione della specie, l’accesso ai baccanti di rango plateale. E Gigiòn nella sua qualità di oste ligio alle tradizioni del “vino d’uva” pestato con i piedi nella “navasse” faceva della produzione, che oggi definiamo Doc, il suo ordinario punto d’onore.

Egli seguiva infatti metodi e criteri di certe vecchie tradizioni nostrane poi cadute in disuso, come quello per esempio, di immergere nei piazzafortecastello4°punt-2vini rossi delle botti che teneva nelle cantine di via Castello, monete di rame legate ad un filo, lasciandovele a tempi calcolati per contribuire alla giusta gradazione di “mandorlatura” durante le fasi di invecchiamento. Pratiche forse discutibili ed un po’ esoteriche; sta di fatto che aveva grande successo presso una clientela di varia estrazione sociale, come hanno sempre confermato numerose testimonianze di vecchi frequentatori.

Il novero delle osterie prosegue con la “Belòma”, denominazione di strano richiamo ermafrodito, gestita da Bosoni sull’angolo di Cantone del Cristo nel cui viuzzolo cieco, come quello di S. Matteo, allora denominato “Catone Stòpp” nacque da un ortolano, nel maggio del 1664, il futuro Cardinale Giulio Alberoni. Una citazione a parte va per quella che sarà ribattezzata Cooperativa Lupi. Gestita prima da Violetta Solenghi, fu covo dei cosiddetti “arditi del popolo”, decisi di passare al contrattacco per bloccare le imprese devastatrici degli “arditi del fascio” che nel 1921 avevano fatto quasi tabula rasa delle “case del popolo”.osteriataverna4punt-2

Già la cooperativa aveva subito precedenti rappresaglie da parte degli squadristi che volevano estirpare i rossi rintanati in Strà ‘lvà. II 19 marzo 1922 si celebrava la ricorrenza di San Giuseppe e anche via Taverna era in festa. Verso sera noti esponenti del partito fascista aggredirono a bastonate alcuni comunisti e di fronte alla reazione, spararono. L'operaio ventisettenne Gaetano Lupi fu mortalmente ferito. Il 21 aprile un commando di squadristi agli ordini del tenente Mosconi e del capitano Riccardi decise di sgominare l’ultimo baluardo del “sovversivismo” bolscevico. Ci riuscì, ma solo a prezzo di una guerriglia strenua, accanita, sanguinosa, con sparatorie che per ore e giorni non ebbero tregua dall’uno e dall’altro versante. Fu necessario l’intervento dell’esercito per stroncare gli ultimi focolai di resistenza; la resa fu disperata, si concluse con una disfatta che costò feriti, arresti, violenze, rastrellamenti dei caseggiati di tutta la zona; infine il dramma della completa devastazione dei locali, delle gaetanoLupi-2suppellettili, degli arredi.

Lo squadrismo aveva vinto; i suoi esponenti potevano così cantare, scorrazzando da un capo all’altro della borgata: “fascisti e comunisti - giocavano a scopone - ha vinto i fascisti con l’asso di bastone”. Successivamente la sede della coop divenne un “Montbarù” (Montebaruzzo) dal nome della località di provenienza dei vini ed altri ne sorsero in città.

Altra osteria tipica era quella di Livièta Subacchi (il figlio Paolino fu per noi, anni fa, una preziosa miniera di informazioni sulla vita della via), unitamente ad altre quali quella denominata “l’ostèi” (Nanu Sartori), quella di Pipèi magnagatt e quella di Guaròn.

Ma la borgata fu anche luogo di sellai e lavandai (per via dell’Esercito) fra i quali si ricordavano i Bottazzi, i Bonvini, i Freschi e la Sisèina. Nel settore del commercio di generi ortofrutticoli, si ricorda la fruttivendola Pèpa ed il consorte Deca, i Concorotti dove si confezionava la “giardinòta”, un assortimento di frutta secca per pochi cent.

Tutta la strada, ma anche i vicoletti laterali, erano un pullulare di tipi estrosi, di macchiette. In Cantone Buttalà depositava il carretto “Ciunfanèi” “libero professionista” della nettezza urbana. Raccoglieva i rifiuti che poi depositava fuori le mura per poi rivenderli ai contadini come concime. Raccattava anche le carte con cui le pasticcerie della zona confezionavano i loro prodotti e poiché vi rimanevano abbondanti tracce di zabaione, crema inglese, panna, le rivendeva ai ragazzi da leccare. Prezzo: 5 carte, un cent.

Prima di Cantone S. Andrea, nei pressi dell’osteria di Cigarini, due bottegucce di barbieri gestite da Bruno Galli e “Turèi” Casella. Erano, nonostante la vicinanza, grandi amici e spesso, durante le assenze, si scambiavano i clienti. Bruno era un grande intenditore di opera lirica ed intavolava continue discussioni. Ma guai a contraddirlo: il malcapitato usciva con le guance notevolmente arrossate perché il rasoio cadeva come una mannaia nella foga della diatriba. Altro strano tipo di commerciante era Gentile. Gestiva un caffè-latteria quasi divicoloalberoni-2 fronte all’ospedale ed amava solo una cosa: il riposo. Serviva di malavoglia i clienti, anzi spesso li inviava in altri locali, mangiava le paste invece di rivenderle.

Un altro “caratterista” era Iemo, venditore ambulante di gelati e granatine, che ereditò il mestiere dalla madre la Barbòra. Era “figlio d’arte”: anche il padre Bartòn esercitava la stessa professione, ma con un altro tipo di merce, frutta e verdura.

Un giorno, in preda ai fumi dell’alcol, vedendo alcuni conoscenti che pigiavano l’uva fuori di casa, preso da invidia, si mise a pestare la verdura del carretto, ad imitazione dei più fortunati amici che potevano permettersi di preparare la scorta di vino per l’inverno.

Iemo era appassionato del gioco delle bocce e trascurava quasi completamente il suo commercio. Per di più quando si assentava per dedicarsi all’attività prediletta, affidava “l’azienda” all’amico Pinella che di fronte a tanta manna, oltre a consumare lui stesso gelati e granite, ne offriva agli amici a prezzi stracciati.

Le osterie di Strà ‘lvà: c’era pure chi immergeva nelle botti di vino alcune monete di rame

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