Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Mario Pantaleoni, l’ultimo “guardiano” del Po

La figura di Mario Pantaleoni, storico pescatore, ci ha lasciato molti ricordi della vita attorno al grande e maestoso fiume brulicante di vita e attività lungo le sue sponde

Il Po appare oggi una remota, pallida sopravvivenza di quello che fu un grande e maestoso fiume brulicante di vita e attività lungo le sue sponde. L’industrializzazione più spinta, dalla metà degli anni’ 60, ed il conseguente inquinamento dei corsi d’acqua affluenti, soprattutto lombardi, ne ha compromesso in buona parte l’eco-sistema che lo caratterizzò per secoli.

Sulle sue rive vissero generazioni di contradaioli che si nutrivano del suo pesce, si scaldavano con la legna delle sue boschine, trasportavano con le magane sabbia e ghiaia, mentre nella bella stagione l’isolotto Maggi diventava la “Riccione” dei piacentini. Ne abbiamo già trattato ricordando pesche “miracolose” di storioni, di memorabili piene, delle attività collegate ai rifornimenti ai Sier dalle magane, tramite i carrettieri. Insomma la materia “memoriale” storica e sociale è veramente copiosa e sicuramente avremo occasione di altri aspetti da descrivere.

In questa circostanza voglio invece rammentare la figura di Mario Pantaleoni, storico pescatore, unitamente a tanti altri (alcuni li abbiamo già ricordati come i Borsotti o sabbiaioli come Palèi Bori), perché dai suoi ricordi (era un cugino del coautore della Piacenza popolaresca Gaetano Pantaloeni) ho ricevuto tantissimi spunti interessanti, seppur sempre rievocati quasi con pudicizia, con ritrosia,quasi fossero aspetti banali,  perché sicuramente aveva il tipico carattere introverso di quella schiatta che viveva sul Po e quindi quasi sempre in solitudine sulle proprie barche, dall’alba fino al tramonto. E proprio per questo lo consideravo uno degli ultimi preziosi testimoni che hanno vissuto il grande padre Eridano nella sua pienezza di vita eco-sistemica e di attività professionale.Mario Pantaloeni dietro a destra-2

Quando non era periodo di storioni, i pochi pescatori professionisti che cooperavano con i Borsotti (tra cui Ettore Fraschini, Mario Pantaleoni ed altri che abitavano in Cantarana e luoghi adiacenti), andavano a pescare nelle lanche, pesce di squisita carne bianca, i cosiddetti ciprinidi: cavedani, balbi, carpe, lucci, persici, arborelle e tante anguille. Quelli non venduti, servivano ad integrare l’alimentazione di tante famiglie povere della borgata o, in parte, se ne restavano, finivano fritti all’osteria con gli amici. Vite, lo abbiamo ribadito, quasi sempre, caratterizzate da vicende di solidarietà, di duro lavoro.

Tra gli anziani che riportarono testimonianze di questi mitici tempi, quarant’anni fa, c’era appunto Mario Borsotti decano dei fiumaroli piacentini di pesca e traghetto che abitava proprio vicino al Torrione; era discendente di un’antica schiatta familiare le cui epiche imprese padane svaporavano già allora nelle brume di un lontano passato e narrazioni di un ambiente ohimè svanito sotto i colpi di un progresso per troppo tempo sviluppatosi senza controllo.

Mario Pantaleoni, condotto dal padre “Nìn” sul Po all’età di 11 anni, nella prima gioventù fece anche il carrettiere con altri compagni, i Bonvini, poi il genitore comprò una barca ed iniziò il duro mestiere di sabbiaiolo. Quando Gaetano, fratello del Nìn, lasciò le attività fluviali ed andò a lavorare al Bottonificio Galletto divenendone caporeparto, il Nìn ed i compagni Angilèi Bori, Cecco Barbieri, Cecco “Barlòc” si unirono in sodalizio con l’impiego delle rispettive barche e ciò consentì loro di sbarcare il lunario.

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Mario appellato dal patronimo“dal Nìn”, era attaccato al fiume come l’ostrica (di verghiana memoria) al proprio scoglio. Era uno degli ultimi sopravvissuti della vecchia piacentinità fluviale, della tribù insediata sul Po. Possedeva ancora, quando lo intervistai, un rustico capanno ove erano custoditi attrezzi disusati, situato a pochi metri dalla riva, nel tratto compreso tra lo Scalo Pontieri ed il leggendario “Piatèi”. Nei suoi ricordi che mi aveva dispensato (anche presso la trattoria “Pesce fritto” di Fraschini di cui era ottimo amico), descriveva con crudo verismo rievocativo, senza le sfumature retoriche di cui sembrava compiacersi un diffuso “vittimismo sociale”, le durissime fatiche connesse al mestiere del boscaiolo e del pescatore esercitato in quegli anni di diffuso pauperismo sociale.

Al lavoro settimanale svolto per la raccolta di legna nelle boscaglie allora selvatiche che infittivano ampie zone golenali, alla pesca delle anguille, in cui il Nìn era abilissimo, succedeva il riposo settimanale e parte del pingue bottino ittico, veniva consumato nella trattoria Fantigrossi, poi Icardi, dove fu per moltissimi anni il ristorante Po, oppure nella cooperativa di Strà ‘lva (ovvero via Taverna) dove il Nìn e la festosa brigata degli amici, erano di casa.

Uno dei tanti ricordi rimasti in lui indelebili, fu il viaggio inaugurale della nuova magana fatta costruire a Pieve Porto Morone dai fratelli Cobianchi, pagata al prezzo, per quei tempi oneroso, di 2 mila lire. Era il periodo in cui il fiume scorreva “in magra”: il viaggio di ritorno a Piacenza non fu agevole: si dovettero adottare accorgimenti cautelativi per non incocciare in barene o altri incagli sottostanti il pelo della corrente; fatto sta che quel viaggio durò ben dodici ore, parte delle quali remeggiando a nervi tesi nella notte stellata, senza luna.

Prima della morte del Nìn, nell’aprile del 1925, Mario andò come garzone di muratore presso la ditta Bisotti, il cui titolare era denominato “Panèlo”. Fece anche il carrettiere al servizio di Nadàl Franchi con stallaggio in Borghetto, a pochi passi dal Torrione. La scomparsa del Nìn, figura d’antico stampo borghigiano, richiamò la partecipazione di gran folla, venuta a tributargli l’estremo saluto anche da altre borgate dove era conosciuto ed apprezzato per le schiette doti umane, la saggia, onesta, fierezza.

Fu appunto nel 1925 che Mario subentrò al genitore nella piccola impresa di lavori fluviali dove rimase fino alla leva militare. Durante la 2° guerra mondiale fu fatto prigioniero in Sardegna ed internato in un campo di concentramento istituito dagli inglesi. Tornò, dopo varie peripezie, alla sua Borghetto e qui ad attenderlo la sua diletta madre, la “Pepìna” figura di candita, trepida vegliarda, spentasi a 91 anni; la nonnina di Borghetto che vide Garibaldi di passaggio a Piacenza e Verdi tra i contadini che nei giorni di mercato affollavano Piazza Cavalli.

Dopo il ritorno a Piacenza. Mario fu attratto dal richiamo ancestrale del Po, riprendendo a lavorare con i fratelli Sacchi al traghetto in zona “Piatèi”, dedicandosi alternativamente alla pesca, al lavoro di sabbiaiolo, ad altre fatiche che l’attività di fiumarolo comportava. E sulle rive del fiume lo trovavi puntualmente ogni giorno intento a chiacchierare con i pochi che si ostinavano a pescare in acque ohimè non certo terse e pulite, o sotto il ponte, appoggiato alla ringhiera ad osservare la corrente ed i mulinelli che si formavano, ripensando sicuramente con nostalgia a quell’epoca mitica che aveva vissuto ma che non sarebbe mai più ritornata. Poi si recava a bere un bicchiere dall’amico Fraschini, almeno fino a quando anche questa mitica osteria quasi a ridosso del fiume chiuse i battenti.

Mario Pantaloeni dietro a destra-2

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • I bei tempi andati, quandosi viveva a misura d'uomo! Forse anche allora esisteva un Fedez o un Grillo, in compenso mancavano i cosiddetti "Media", per loro fortuna.

  • I bei tempi andati, che non tornan più! Allora si viveva a misura d'uomo, esisteva la cultura di appartenenza. Oggi siamo nella globalizzazione, c'è troppa informazione senza controllo.

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