Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Massarenti, il geniale perforatore di pozzi

Il cavaliere del lavoro James Massarenti, scomparso nel 1955, rese Piacenza la “capitale” della escavazione per pozzi idrici e petroliferi. La sua personalità, l’attività di eccezionale rango pioneristico da lui svolta, costituiscono un capitolo di primaria entità nella storia dell’industria piacentina

Fu nel campo specifico delle innovazioni concernenti gli impianti di trivellazione e costruzione dei pozzi idrici e petroliferi che Massarenti, piacentino di emerita elettività, trovò nel suo territorio l’humus congeniale alla propria vocazione creatrice e realizzatrice. Il seme da lui gettato non cadde in un habitat sterile in fatto di ricerche e sfruttamenti del sottosuolo. Il caso dei pozzi impiantati con criteri d’avanguardia vecchi campi sportivi degli anni '50-2a Montechino in Valchero nella seconda metà dell’800, può senz’altro definirsi protostorico, essendo “l’oro nero” risorsa locale scoperta nella zona di Velleia Romana. Massarenti fu come predestinato a trapiantare le radici d’origine in terra piacentina. Nato a Ravenna nell’agosto 1885, la meccanica fu da subito una sua passione travolgente. Fin da ragazzo aveva attrezzato un piccolo laboratorio nella casa paterna dove s’ingegnava con sorprendente acume a riparare ogni genere di congegni che gli capitavano sottomano (orologi, serrature, chiavistelli, biciclette ecc); si sa che non sempre certe attitudini sono legate al caso fortuito, ma sono prodotte nell’ambiente in cui germogliavano. Massarenti era infatti nato nell’ambiente animato dal fervore operativo ed inventivo del nonno artigiano di eccezionale, versatile, maestria. Questi aveva costruito, tra l’altro, un primo prototipo di “giostra meccanica” entrata in funzione a Bologna durante una sagra tradizionale.

Il giovane James non brillò a quanto pare per spirito di applicazione agli studi scolastici, prediligendo la pratica attiva alla teoria dei testi scolastici. Alle aule con i banchi preferiva gli antri laboriosi e sonori delle officine. L’occasione perentoria di staccarsene gli si presentò quando venne rimandato agli esami di licenza liceale. Era l’epoca delle grandi migrazioni di massa, c’era molta richiesta di personale a bordo, così lui andò a fare il fuochista su una nave.

Si dice che i disegni della sorte hanno talora fili intrecciati. Infatti a James divenuto esperto conduttore di caldaie a vapore, si presentò l’occasione di svolgere tale mansione in campo petrolifero. Aveva poco più di 18 anni quando fu assunto come trivellatore di pozzi artesiani da un’impresa inglese operante in una località presso Alessandria d’Egitto.Fu da qui che iniziò la sua inarrestabile ascesa nel settore di ricerca e trivellazione di pozzi d’acqua. Poco dopo si recò nel Sudan anglo-egiziano, nell’oasi di Kharghe dove furono perforati 50 pozzi e fu qui che James emerse sull’equipe dei tecnici perforatori per la sua straordinaria valentia, brevettando addirittura una macchina perforatrice, acquistata poi dall’impresa per cui lavorava. Si recò poi in Argentina, quindi a Londra dove assunse la direzione di cantieri per pozzi. Tornato in Argentina divenne caposettore dei servizi idrici di quelle ferrovie quindi venne in Italia all’inizio della 1° guerra mondiale, arruolandosi volontario.

A conflitto concluso, si stabilì a Monza dove conobbe la diletta compagna della sua vita. Dopo una sosta operativa a Bologna, venne di fatto “trascinato a Piacenza” dalle tante amicizie che durante gli anni aveva allacciato con piacentini “addetti ai lavori” di impianti di ricerche e perforazioni di pozzi sia idrici che idraulici. Fu nel 1922 che fondò con capitale proprio e di amici, la Società che per decenni portò il suo nome prestigioso, dando a Piacenza lustro di notorietà nazionale ed internazionale. Iniziò con la costruzione di una perforatrice da lui disegnata e brevettata, commissionandone la costruzione ad un’altra azienda di tradizione pioneristica: l’Officina Orio di via Campagna.

 
Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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