Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Napoleone Bettio e Rossi il poeta

Per questa circostanza il ricordo è riservato a due personaggi un po’ particolari, non appartenenti al sottoproletariato della Piacenza che fu: un insegnante laureato e un poeta

Il Municipale nel 1910

In questa puntata del blog della Piacenza che fu, torniamo a trattare di alcuni personaggi locali, il cui ritratto ci ha in buona parte trasmesso, in diversi scritti su riviste e periodici locali, Umberto Rebecchi. Anche stavolta non manchiamo di menzionare che i ritratti a matita e china sono stati eseguiti da Roberto Napoleone Bettio-2Badini.

Per questa circostanza il ricordo è riservato a due personaggi un po’ particolari, nel senso che non riguardano un ambiente sottoproletario bensì, come nel caso del primo, addirittura di un insegnante laureato e poi di un poeta.

Napoleone Bettio era un vero e proprio raffinato dandy che, come i seguaci di questa moda. ostentava eleganza quasi esagerata nel vestire come nel comportamento, un individualismo esasperato che lo portava ad un ironico distacco dalla realtà e di rifiuto nei confronti della mediocrità borghese, insomma un vero e proprio lord Brummel o, meglio ancora un Oscar Wilde, tanto per citare due famose stereotipi.

“Era - ci raccontava Rebecchi - un bel giovanotto, alto, slanciato, di favella spigliata” e, naturalmente, “estroso fino all’eccentricità. Era noto soprattutto negli ambienti studenteschi , essendo egli allievo dell’istituto tecnico che allora aveva sede in via Romagnosi, nell’isolato dove poi si istallò l’Istituto Magistrale, quindi il “Faustini”.

Era assai versato in italiano, riuscendo a conquistarsi la stima perfino di quella radica di pignolo che fu la buonanima del prof. Piccinini. Bettio seppe mettere a buon partito la sua intelligenza, impegnandosi a svolgere, dietro lauto compenso,i compiti dei suoi compagni di istituto. Del denaro così guadagnato faceva poi largo scialo e sistematico dispendio.

Bisognava vederlo allora, agghindato come uno snob del bel mondo elegante. Era l’epoca in cui anche nelle piccole città di provincia furoreggiava il dandysmo, dove era gratificante “farsi ammirare” nel passeggio in centro. Infatti quando camminava con il suoi incedere felpato e vezzoso, tutti si giravano a guardarlo: chi sorrideva divertito, chi scuotendo il capo in segno di quasi moralistica commiserazione, chi invece era quasi disgustato da tanta ostentata stravaganza.

Nell’alone fascinoso ed un po’ ambiguo della sua figura, scoppiavano sovente controversie di opposto segno, vivacissimi diverbi che solitamente finivano in travolgenti baruffe a forza di cazzotti (come nelle bettole di più infimo ordine…) fra i “viva Bettio” e gli “abbasso Bettio”. Lui stesso ne prendeva parte, a volte le dava, in altre le prendeva, ma appena finito, tutto riprendeva come prima, con totale nonchalance.

Conseguito il diploma, frequentò l’Università laureandosi in lingue ed insegnò per qualche anno a Piacenza, conservando immutati i gusti estrosi, la stravaganza provocatoriamente esibizionistica, I moralisti “i bacchettoni da sacrestia” lo consideravano quasi l’incarnazione del demonio. Fu poi trasferito a Reggio Emilia e di quell’ameno, bizzarro tipo di professore, non si seppe più nulla. Bettio lasciò impronta singolarissima nella Piacenza della “belle epoque”. E non è detto che la sua presenza non abbia in qualche modo concorso a svecchiare - concluse Rebecchi - certa ipocrisia di costume, soprattutto di mentalità conformistica”. Anch’egli merita pertanto di essere citato come “macchietta” di notevole ruolo galante.

Anche Rossi detto “il poeta” era molto noto e benvoluto dai piacentini. Ma il titolo con cui era conosciuto non aveva l’accezione negativa sovente affibbiata poeta Rossi-2in città per segnalare una persona strana e fantastica, perso nelle nuvole (l’è un pueta…).

“Era un uomo buono e semplice. Portava - così lo descriveva Rebecchi - un tipico “chittar” (cilindro) unto; vestiva con trasandatezza, ai confini della sporcizia. Bisognava urlargli nelle orecchie per farsi capire, essendo affetto da sordità progressiva. Faceva lo scritturale in uno studio di avvocato ed in gioventù, a suo modo brillante, frequentò il teatro. Scriveva poesie, specialmente sonetti,che dedicava di regola, alle prime attrici, liriche o di prosa”.

Le faceva stampare su dei foglietti volanti che poi durante le recite lanciava dal loggione in una ridda multicolore. “Non erano - commentava Rebecchi - poesie degne di restare nella storia della letteratura, ma denotavano, sotto le forme incolte, sentimento e sensibilità non comuni”.

“Era un romantico, un bohémien; lo chiamavano il «poeta Rossi», così come si diceva dell’ingegnere tale, l’avvocato talaltro, perché la poesia era la sua autentica professione e ne faceva un mezzo di partecipazione sociale. Poi improvvisamente scomparve; nessuno lo vide più aggirarsi, trasognato, per le vie della città. La sua modesta, semplice parabola di poeta senza gloria si era chiusa nel cerchio di una realtà effimera, che tutto ravviva ed esalta e tutto distrugge e cancella”.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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