rotate-mobile

Nei caffè ci si andava anche per vedere passare le bottonaie piacentine

Però si accontentavano appena di guardarle perché anche il frizzo più innocente poteva suscitare reazioni clamorose da parte delle “batuse”, le quali non amavano le galanterie verbali degli “stuchèi”. Ecco la terza e ultima puntata del nostro giro nei caffè alla moda a Piacenza nell’800 e nei primi del ‘900

Valente Faustini, dunque frequentava il caffè Gnerri per assistere egli pure, come i galanti amici, al rumoroso andirivieni delle bottonaie che, ad ore fisse, si recavano ai bottonifici Galletti e Rossetti. La loro pittoresca sfilata costituiva, naturalmente, il numero di attrazione per gli “habitué” del bar d’angolo. Alcune provenivano da via del Cavalletto, altre da via del Guasto ed il loro passaggio era preceduto dal rumore degli zoccoli sulle pietre del marciapiede; il ritmato tic tac scandito dai “suclòn” costituiva il gradito richiamo della gioventù nel bar.

Però si accontentavano appena di guardarle perché anche il frizzo più innocente poteva suscitare reazioni clamorose da parte delle “batuse” le quali non amavano le galanterie verbali degli “stuchèi”, lasciando intendere che era anche troppo se offrivano loro il gratuito spettacolo della loro grazia popolaresca. Comunque lo “spettacolo” si replicava quattro volte al giorno e, a lungo andare, l’intransigenza delle bottonaie si affievolì e sfiorò la confidenza dei convenevoli d’uso. Poco prima che il cannone annunciasse l’inizio della “grande guerra”, le bottonaie allargarono la loro confidenza con gli “stuchèi” del bar Gnerri, non disdegnando di varcarne la soglia per consumare venti centesimi di cioccolata svizzera.

Con la guerra del ’15-’18 anche il “Gnerri” risentì della grave crisi che colpì la nazione; molti “stuchèi”, deposta la paglietta per l’elmetto, presero la via del fronte ed anche il librettista Illica, accantonate le dolci romanze melodrammatiche, indosserà volontario la divisa grigio-verde di caporale d’artiglieria, a cinquantotto anni, ma un incidente lo costrinse presto a riparare a casa. caffè5MazziniFranchi-2

A poco a poco il Bar Gnerri vedrà i suoi locali farsi sempre più deserti: addio cioccolata svizzera a venti centesimi la tazza; cadde lentamente il velo sulla “belle epoque” cittadina, quella che l’ignoto fotografo aveva immortalato nell’immagine (che abbiamo pubblicato nella 2° puntata) del 1907. Il locale riaprirà i battenti a guerra finita e tenterà una ripresa; tentativo di mutare una nuova condizione economica, di fermare lo spirito dei nuovi tempi che incalzavano con nuove esigenze, diversi usi, differenti costumi.

Il Bar di via del Guasto andrà così lentamente declinando, perché nel frattempo altri bar sorgeranno nelle zone del centro e la vita cittadina si concentrerà tutta attorno a Piazza Cavalli. Il bar Gnerri chiuderà nel 1922 ed il locale riaprirà nel 1927 e diverrà il più popolare “Montbarùf” (vini di Mombaruzzo) condotto fino al 1946 da Maggiorino Doglio; in quello stesso anno subentrerà Francesco Gaggino che darà alla struttura del locale, ancor in stile liberty, una impronta più razionale e dinamica, consona allo spirito dei tempi nuovi.

Ad integrazione della carrellata storica si possono citare le annotazioni di Serafino Maggi che riferisce sulle vicende del Caffè Greco che già ai tempi di Maria Luigia risulta installato nell’ex palazzo dei Mercanti, sede attuale del Municipio.

Nel 1915 il consiglio comunale presieduto dal sindaco ing. Enrico Ranza, approvò la trasformazione dell’edificio con l’aggiunta dei portici, anche dalla parte su Largo Battisti. E chiuse il Caffè Nazionale allogato nei locali al pianoterra gestito dalle sorelle Cavanna. Maggi precisa che “nel volgere di un quinquennio era questo il quarto caffè della vecchia Piacenza che scompariva dopo il “Roma”, il “Grande”, il Bar pasticceria Gonni, rinnovato e ribattezzato “Gran Bar” nella primavera del 1915 da Gino Cicognini. Dieci anni dopo chiudeva pure il Caffè Commercio.

Contemporaneamente ai lavori di prolungamento del porticato verso Largo Battisti, si procedeva a radicali trasformazioni dei locali che si sarebbero affacciati sotto il nuovo colonnato. Era l’epoca del gusto floreale; lo stesso progettista, l’ing. Arnoldo Nicelli, ne doveva essere stato entusiasta assertore. Nel 1917 terminati i lavori, i nuovi locali ospiteranno il “ristorante economico” gestito per un paio d’anni da Pietro Sangiovanni, Francesco Galletti e Giambattista Consonni, noti pasticceri piacentini.

Nel 1919, questa volta sotto l’insegna di “Grande Italia”, furono i fratelli Alfredo e Ludovico Veneziani a subentrare, cui poi si aggiungerà Giuseppe Veneziani a ridar vita al Caffè, gestendolo ininterrottamente fino al 1956, anno in cui subentrarono i fratelli Parisi che lo ripristinarono con criteri di decorosa conservazione ed aggiornamento funzionale.

Nei caffè ci si andava anche per vedere passare le bottonaie piacentine

IlPiacenza è in caricamento