Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Nel 1920 si apre l’epoca del cinema “moderno” a Piacenza

cinema Roma in piazza Cavalli

Di questo cinema i più anziani piacentini di Stra ‘l’va ricordavano gustosi aneddoti. In vicolo San Matteo, davanti al "Verdi", stazionava “‘l Moru" il venditore di castagnaccio. Tanti ricordavano il soprannome di "Sisàlla", il vecchietto che dopo aver effettuato il controllo dei biglietti aveva anche il compito di sorvegliare l’interno della sala durante le proiezioni. Spesso e volentieri durante le proiezioni era una specie di bolgia con monelli che scorazzavano, altri che litigavano tra di loro, altri ancora che facevano scherzi, spesso pesantissimi, a chi tentava di vedere il film. Tant’è che il "Sisàlla", per poter consentire un minimo di ordine girava “armato” di una bacchetta di legno che non indugiava a picchiare sulle gambe e sulla schiena dei più scalmanati.

Il nostro maggior critico cinematografico Giulio Cattivelli ricordava che “il Verdi era minuscolo e scalcinato, dall’atrio al palcoscenico, cinema Verdi-2all’angusta galleria dove gli spettatori più alti toccavano con la testa il soffitto decorato di muffa e di ragnatele. Vi regnava l’odore delle vecchie caserme, mescolato ad altre meno gradevoli emanazioni. Eppure quel palcoscenico proletario (o forse sottoproletario…) ebbe il suo quarto d’ora di celebrità ospitando a poche lire per serata, modesti emuli di Gabrè, lontani precursori di Delia Scala, Rascel e Walter Chiari. Erano strani personaggi che si producevano sempre in coppia, lui in sparato candido e coda di rondine, solino a punte divaricate, gardenia all’occhiello; lei con la chioma disciplinata da un nastro di velluto, scarpe di vernice nera sopra calze bianche da educanda ed indescrivibili abiti a mezz’asta rigidi e luccicanti come i paramenti delle chiese. Le pudiche soubrettes d’allora danzavano inguainate dal busto, con costumi di maglia rosa simulanti il tenero color carnicino”.

Fra i nomi di gran cartello figuravano- in chiave floreale- quelli di Alberto del Cigno. Olga Celeste, Les Sesi-Poupèes, Stella Bonaria e via dicendo. Annotava sempre Cattivelli:” Il duo Oddo Ferretti lanciò il “choclo”, nuovo tango argentino e i Giglio Fleurs, duettisti eccentrici, mandavano in solluchero le platee grigioverdi reclamanti “la mossa”.

Poi calò il sipario sullo schermo ormai polveroso del Verdi; non più spettacoli d’arte varia, non più proiezioni di pellicole comiche, ma languide e voluttuose danze ai ritmi di orchestrine vernacole: si trasformò nell’intimistico “Salon Rosa”. Il 1920 è un anno cruciale nella storia del cinema di Piacenza. Infatti è l’anno in cui "l'Iris" di via Garibaldi cambiò ancora nome, per assumere quello della via che conserverà fino agli anni 70. E’ anche l’anno in cui, il 1° luglio, venne inaugurato il cinema "Iris" di strada San Raimondo, la prima lussuosa sala cinematografica intesa in senso moderno ed ancora successivamente trasformato.

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Il cinema "Excelsior" di via Guastafredda, dopo la fine della prima guerra mondiale, cessata l’ondata di militari di stanza a Piacenza, chiuse i battenti. Venne trasformato in magazzino di vini. Nel 1926, aprì il cinema-teatro "Farnese" a Barriera Roma, nei pressi dei "Magazzini Generali Comunali", ma non ebbe fortuna soprattutto a causa della sua ubicazione, all’epoca eccessivamente periferica che certamente non favoriva un sufficiente afflusso di spettatori. Intanto, anche per altri locali era giunta la triste ora del tramonto definitivo. "l'Eden" di piazza Cittadella chiuse assieme alla "Balera ‘d Gilè". Il "Roma" di piazza Cavalli chiuse nel 1926 travolto dalla crisi del cinema muto. I gusti del pubblico si erano evoluti e si erano adeguati all’avanzare della tecnica. Ormai era arrivato il sonoro.

 
Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • chissà come mai lo chiamarono Kursal? Quella scelta avrà avuto sicuramente delle ragioni e dei significati, perchè dubito che il signor Icardi ignorasse che di solito si scrive con due a

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