Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Personaggi della Piacenza di una volta: Devoti ‘l pìsson e Mesabӓrba

Un tempo a Piacenza, per evidenziare le peculiarità di un tipo originale o bizzarro si diceva: “a l’è una bella smaccёtta”. E la nostra città ne aveva un bel po'

Mesabarba disegnato da Roberto Badini

Un tempo a Piacenza, per evidenziare le peculiarità di un tipo originale o bizzarro si diceva: “a l’è una bella smaccёtta”, e la nostra città, tra l’inizio del Novecento fino agli anni ’50, ne potè annoverare davvero tanti, soprattutto nelle borgate più popolari dove, accanto a famiglie “normali”, abitava un sottoproletariato di stampo ancora ottocentesco che viveva di espedienti innocui, di mestieri raccogliticci, senza una precisa etichetta di categoria.

Nella Piacenza della “bassa” convivevano dunque lavoratori ed artigiani, venditori ambulanti, dipendenti, ciascuno con una propria dignità etica, mai con alterigia di rango, accanto a ladruncoli di “polli”, strati sommersi della “malavita”, quella del “ciӓppa che, ciӓppa là”; ed ancora avvinazzati “di ruolo” e pezzenti di effetto pittoresco: insomma la scoppiettante, seppur a tratti drammatica, esistenza del “popolino”.

Umberto Rebecchi (di cui abbiamo recentemente trattato), ci ha trasmesso, in diversi scritti su riviste e periodici locali, la gustosa e sapida documentazione di alcuni personaggi popolareschi che caratterizzarono la quotidianità piacentina, quando la sua vita era ancora tutta racchiusa nelle sue mura.  Uomini i cui comportamenti se, di primo acchito, muovono al sorriso, ad una più accurata riflessione, ci inducono a meditare (saggio sull’umorismo pirandelliano docet!) su quanto fosse dura e spietata l’esistenza dei nostri bisnonni, ma con la propensione a godere anche del poco. In questa puntata ne rammenteremo due: “Devoti ‘l pìsson” e “Mesabӓrba”.caserme-2

Il primo- raccontava Rebecchi - “era un ometto di mezza età il quale non esercitò mai un vero e proprio mestiere, barcamenandosi tra il dolce far niente ed una congenita vocazione all’ozio sistematico acconciandosi, quando la dura necessità ve lo costringeva, a svolgere qualche minuta e precaria attività, pur sempre in modo svogliato. Giunto però all’età matura e venutagli del tutto meno la già fioca volontà di lavorare, si diede all’accattonaggio; lo si vedeva alle porte delle caserme, munito di gavetta (gamella), oppure, tirare la campanella dei conventi e degli istituti di carità.

Era insomma il prototipo ottocentesco- commentava Rebecchi- del pӧsgatt”, pago di vivere alla giornata. Il motivo per cui gli fu affibbiato il nomignolo per lui umiliante di “Devoti ‘l pìsson” fu il seguente. Un giorno, trovandosi a bussare alla porta di un ufficiale di cavalleria suo assiduo benefattore, si trovò ad attendere oltre il tempo convenuto che gli porgesse l’obolo consueto di qualche centesimo o un cartoccio di cibarie; mentre si prolungava l’attesa, adocchiò nell’atrio del signorile appartamento un piccolo piccione accovacciato a pochi passi da lui, quasi alla portata di mano.

L’occasione, come recita il proverbio, “fa l’uomo ladro” e poiché la domestica, nonostante il ripetuto bussare, non rispondeva, con mossa repentina, afferrò il volatile e lo nascose sotto l’ampia ruota del tabarro. Pensava, erroneamente, che nessuno l’avesse visto, ma un occhio invisibile lo aveva scorto; ringraziò la domestica che finalmente aveva aperto ma che non aveva nulla da elargirgli, e tornò sui suoi passi sicuro di averla fatta franca.

Cammin facendo, dopo un po’ di tempo, Devoti notò che alle sue spalle era tallonato, seppur a rispettosa distanza, da due agenti; girò l’angolo, scantonò ripetute volte ed alla fine entrò in un’osteria di cui era un habitué. Si avvicinò all’oste e toltosi il piccione tenuto nascosto sotto il tabarro, gli ordinò di “fargli le feste”, passandolo alla casseruola con lardo e rosmarino. Un boccone da re. Ma stavolta, pur avendo fatto “regolari conti con l’oste”, l’importo non tornava; qualche istante dopo ecco infatti entrare nel locale i due agenti, i quali avendone spiato all’esterno le mosse, gli chiesero spiegazioni circa la provenienza del piccione passato dalle sue mani a quelle dell’oste. Come tutti i ladruncoli di pennuti (allora molto diffusi) Devoti cadde in tergiversanti contraddizioni; fu condotto in guardina, denunciato, processato e condannato, non si sa se a pochi o tanti mesi di galera a “casa Tondi” come allora si diceva. Dopo quella disavventura con la giustizia, quel soprannome non glielo tolse più nessuno, diventando anzi motivo di scherno e “marchio di infamia”, non si sa per la reale colpa o perché “si era fatto beccare da autentico pollo”, anzi da volatile”.

“Mesabӓrba” invece lo chiamavano così perché una grave ustione riportata da ragazzo gli aveva “rasato”, cicatrizzandola, una metà del viso, ma contrariamente a Devoti, “Mesabӓrba” non si offendeva né si angustiava se lo designavano con questo nome, anzi se ne rideva. Di mestiere faceva il facchino, ma senza appartenere ad una organizzazione e pertanto si adattava, all’occorrenza, ai più svariati lavori di fatica e servizi subalterni.

tabarri in piazza-2

“Serviva – ricordava Rebecchi- specialmente taluni negozi del vecchio centro storico, spesso trainando il proprio carrettino stracarico di prodotti ortofrutticoli. Lo si notava anche nelle strade più affollate a causa di quella faccia sfigurata che faceva pensare ad un tipo il quale Mesabӓrba-2avesse piantato in asso il barbiere che lo avesse sbarbato soltanto a metà. Non era personaggio rispettoso dei convenevoli, delle garbate maniere; era anzi di tratti rudi, talvolta plateali, quasi canaglieschi; in fondo però non era ne cattivo ne malvagio, di temperamento fondamentalmente remissivo. Gli amici spesso approfittavano della sua disponibilità, architettandogli alle spalle, burle, beffe, “scherzi da prete” d’ogni genere. Come quando all’osteria “dal Bròch” gli fu fatto trovare sul conto personale una cena cui non aveva preso parte. Un altro sarebbe montato su tutte le furie, lui invece, “Mesabӓrba” non fece rimostranze e pagò il conto fino all’ultimo centesimo.

Ma ad un certo punto gli amici scrocconi cominciarono ad esagerare e scambiando il suo spirito di rassegnazione con la faciloneria di certi gonzi da strapazzo, cominciarono ad ordinare a getto litri, mezzi litri e quartini all’oste-complice:” paga “Mesabӓrba”; ed in effetti per un po’ continuò a pagare imperterrito, finché un giorno improvvisamente scoppiò il pandemonio ed il gioco finì.

Di “Mesabӓrba”- rammentava ancora Rebecchi-  era noto un episodio accaduto nella bottega di un barbiere; il nostro si era fatto radere appunto la mezza barba e perciò all’atto del pagamento versò solo la metà della tariffa; alle rimostranze del barbiere si incaponì spiegando che aveva avuto solo mezzo servizio e così quello dovette accettare il versamento dimezzato della tariffa ordinaria.

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Il suo buffo nomignolo – concludeva Rebecchi - caratterizzò gli umori ridanciani di un certo ambiente, diede un tocco di grottesca gaiezza alla Piacenza di quei tempi”. Così “Mesabӓrba” (che la “magica” matita dell’amico Roberto Badini tratteggiò per noi) entrò nella storia del costume minore a differenza di tanti altri personaggi assai più importanti di lui dei quali s’è perduto il ricordo. A volte, per passare ai posteri, basta anche solo una “mesa-bӓrba” più che una intera…

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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