Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Personaggi della Piacenza di una volta: il libraio Bagnéta e Düca d’Galliera

Per un inizio d’anno un po’ spumeggiante, tra il serio ed il faceto, riprendendo il nostro blog che tratta della Piacenza che fu, torniamo a trattare di alcune macchiette locali, il cui ritratto ci ha in buona parte trasmesso, in diversi scritti su riviste e periodici locali, Umberto Rebecchi

Il libraio Bagneta

Per un inizio d’anno un po’ spumeggiante, tra il serio ed il faceto, riprendendo il nostro blog che tratta della Piacenza che fu, torniamo a trattare di alcune macchiette locali, il cui ritratto ci ha in buona parte trasmesso, in diversi scritti su riviste e periodici locali, Umberto Rebecchi. Si tratta, come è noto, di una gustosa e sapida documentazione di alcuni personaggi popolareschi che caratterizzarono la quotidianità piacentina, quando la sua vita era ancora tutta racchiusa nelle sue mura.

Sono ritratti impreziositi dal gusto quasi “macchiaiolo” della matita di Roberto Badini, fondamentalmente spiritosi ed arguti, ma che, come ho già ribadito, ci inducono a meditare su quanto fosse dura e spietata l’esistenza dei nostri bisnonni, ma con la propensione a godere anche del poco e soprattutto a sorridere anche nei momenti più difficili.

Uomini e nomi dispersi come un pappo ai primi aliti di vento, ma che consentono di incasellare una concreta analisi sociologica, “tranche de vie” di una piccola città di provincia: la nostra. «Quasi sempre Bagnéta appostava il suo carretto carico di libri usati nella piazzetta di fronte al palazzo municipale, servendo una categoria di lettori prevalentemente occasionali, fatta eccezione per i rari bibliofili che di tempo in tempo, venivano a cercare, fra le edizioni dozzinali, qualche aurea rarità (esattamente come oggi si va nei mercatini dell’antiquariato diffusi in provincia). Bagnéta - scriveva Rebecchi - era un tipo piuttosto alto, capelli rossicci, stemperati nella canizie. Aveva sempre la cicca in bocca e parlava biascicando le parole. Amava più il vino che i libri, infatti sovente s’assentava, lasciando incustodito il carretto, per correre nella vicina osteria e bere “il bianco” la mattina ed il “rosso” il pomeriggio.bagnéta-3

Ai bibliofili che si fermavano a rovistare con paziente cura fra i volumi accatastati alla rinfusa, Bagnéta esibiva quelli che a suo criterio potevano soddisfare le esigenze dei clienti. Qualche volta il suo intuito commerciale andava diritto al segno, qualche volta invece le sue esibizioni erano soltanto un modo per distrarre gli appassionati dalle loro minuziose ricerche. A quei tempi i libri costavano pochi soldi e cantarana-2quelli usati si acquistavano a prezzi addirittura ridicoli.

Bagnéta sapeva scovare i luoghi dove i libri vecchi si potevano acquistare all’ingrosso, quasi a peso di carta, sia presso privati che volevano rinnovare il loro repertorio librario, sia presso le famiglie alle quali i bibliofili lasciavano in eredità un patrimonio cartaceo di cui preferivano liberarsi in maniera sbrigativa , tagliando corto ai sentimenti di devota memoria che il povero bibliofilo s’illudeva di lasciare ai suoi eredi i quali, molte volte, giudicavano con ingeneroso sarcasmo il gesto del loro trapassato.

Bagnéta il suo mestiere lo sapeva fare e, in verità, di libri se ne intendeva; conosceva le opere rare, il nome degli autori più pregiati, le edizioni ricercate. Queste ultime se le faceva pagare bene, affidando alla loro vendita i suoi guadagni talora cospicui, diversamente da Monti, altro librario popolare a quei tempi, il quale vendeva la mercanzia cartacea a prezzi quasi di realizzo, perché non era un intenditore, contrariamente anche a Passoni che pur essendo un conoscitore di qualche virtù, vendeva a prezzi ridottissimi, contentandosi di modesti introiti.

Una volta un cliente adocchiò sul carretto di Bagnéta un’edizione antica (Le lettere di Pietro Bembo, stampate nel 1560) ma non avendo denaro quel giorno con sé, pregò il libraio di mettergli in disparte l’opera, assicurandolo che l’indomani sarebbe ritornato a trattare l’acquisto ed il relativo accordo sul prezzo.

Ma nello stesso giorno un altro cliente, rovistando fra la caterva dei libri, posò avidamente lo sguardo sul bell’esemplare e decise di pagarlo all’istante la somma di 50 lire, per quell’epoca un piccolo capitale. Bagnéta o che fosse sbadato o che fosse deciso a realizzare l’immediato guadagno, dimenticò la promessa fatta al primo cliente. Concluso l’affare si fregò le mani dalla gioia e per ricompensare se stesso corse a bersi un quartino.

L’indomani quale non fu la sua sorpresa allorquando, ricomparendo l’altro cliente, questi gli manifestò il suo disappunto per avere già venduto l’opera già prenotata per la povera somma di 50 lire, mentre costui era disposto ad acquistarla per 500 lire, una somma d’oro per quei tempi misurati in centesimi. Bagnéta provò la delusione più amara della sua lunga vita di libraio; per rimettersi dalla mortificazione, andò a bere un altro quartino; stavolta però il vino aveva il gusto dell’aceto!».

«Düca d’Galliera era così chiamato - ricordava Rebecchi - forse perché accampava parentele di sangue blu con chissà quale casato duca galliera-2nobiliare. Era un vecchietto di media statura, mingherlino, camminava a passi stenti e strascicati, appoggiandosi ad un bastone di foggia alquanto elaborata nel manico in uso, come del resto le pipe, anche fra gli anziani disagiati. Aveva la barba sempre corta, ispida, indossava una palandrana sdrucita, chiazzata di patacche d’unto e sudiciume.

Lo conoscevano tutti di nome, di vista o di persona e quando lo vedevano entrare in qualche negozio o esercizio pubblico, molti gli allungavano una monetina di rame ancor prima che stendesse la mano in segno di elemosina.

Non era però un patetico piagnucolone, ostentava anzi un dignitoso sussiego, certa fierezza di contegno, con certe impuntature quasi strafottenti, cosicché al suo apparire i monelli gli si mettevano alle calcagna, lo insolentivano urlandogli all’unisono: “Düca d’Galliera”, seguito dal complementare nomignolo di “Düca d’la cӧnserva” alludendo, sembra, al furto di un barattolo di conserva da lui compiuto in un negozio.

La vecchiaia - osservava Rebecchi - e la miseria sono spesso fattori di inesorabile degradazione umana e civile agli occhi degli stolti. E la fanciullezza con i suoi ignari “riflessi condizionati” ne raccoglie gli echi e li tramuta nello scherno scherzoso, nel dileggio burlesco”. Misero e solo era però uomo libero; non ebbe fissa dimora, ma negli ultimi anni della sua travagliata esistenza, alloggiò in un misero abituro di via Cantarana. Personaggio certo adatto ad una “penna” del realismo come Emile Zola.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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