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Giovedì, 20 Gennaio 2022

Personaggi della Piacenza di una volta: Marcòn e Corsini

Marcòn, infermiere del locale manicomio (ben prima che fossero chiusi dalla riforma Basaglia) e Corsini, giornalaio sui generis

In vista della doverosa sospensione “feriale” del nostro blog, vi proponiamo un “fresco spritz” spumeggiante ed adatto al clima, riprendendo a trattare di alcune macchiette locali della Piacenza che fu, attingendo, come di consueto, ai ritratti che ci ha in buona parte trasmesso, in diversi scritti su riviste e periodici locali, Umberto Rebecchi, come sempre impreziositi dal gusto quasi “macchiaiolo” della matita di Roberto Badini.Marcòn-2

Trattasi di Marcòn, infermiere del locale manicomio (ben prima che fossero chiusi dalla riforma Basaglia) e di Corsini giornalaio sui generis. Il primo era il prototipo del “pronto intervento” quando qualcuno dava segni di reale o apparente alienazione mentale. Erano infatti diventati luoghi comuni i modi di dire “ciamùm Marcòn”, “che ‘g vӧl Marcòn” oppure “’l pörtiv da marcòn” e “la cà ‘d Marcòn”.

Rebecchi lo descriveva fisicamente di statura media, tracagnotto, nerboruto come tronco di gelso. Sotto la dura scorza professionale celava però una calma serenità d’animo, un singolare “self control”; benché avesse trascorso innumerevoli anni fra i malati di mente alle prese con i ricoverati affetti dalle più disparate forme neuropatiche, anche le più agitate, seppe tuttavia sempre conservare equilibrio e fermezza di nervi.

La camicia di forza, in un’epoca in cui la somministrazione degli psicofarmaci era ancora al di là da venire, fu il suo cavallo di battaglia quasi quotidiano; le attuali terapie psicoterapeutiche erano ancora solo a livello sperimentale e Freud ed i suoi discepoli considerati solo innovativi teorizzatori.

Premuroso con gli infermi, pronto ad accorrere per sedare eccessi, lenire sofferenze, frenare impulsi, Marcòn era in pari tempo rigido ed energico e quando occorreva, sapeva farsi temere e rispettare, perché conosceva bene i lati deboli dei poveri malati di mente, sapendoli prendere ognuno per il suo verso.

Una volta il Rebecchi ottenne dall’allora direttore dott. Supini il permesso di visitare il nosocomio di via Campagna. Entrò in una vasta camera ove alloggiavano gli affetti da idee fisse o monomanie, affatto innocui. Marcòn era seduto in mezzo a loro calmo e sorridente, come un leone affabile tra pecorelle mansuete.

Lo accompagnò lui stesso a visitare reparti anche meno consigliabili alle persone sensibili ed emotive. Vicino a Marcòn, protetto dall’austerità druidica dei suoi baffi, il Rebecchi dimenticò la paura che ad un tratto, per via di un certo equivoco di cui fu vittimaCorsini-5 involontaria, gli aveva messo addosso la tremarella. Fu proprio Marcòn ad intervenire, allontanando con la sua forza erculea il malintenzionato che stava per aggredire il malcapitato.

Scrisse Rebecchi: “sovente, passando vicino al manicomio provinciale, ripenso a Marcòn al quale è legato un ricordo della mia giovinezza. Mi ricordo di lui come un tipo poderoso, quasi onnipossente, che riusciva a frenare ed arginare a forza di muscoli, le più vivaci e violente tempeste psichiche. E appunto è rimasto famoso il detto “andùm a ciamà Marcòn”, il cui preciso significato era quello di persona capace di mettere a posto, con la sua sola presenza, i bollenti spiriti e le turbolenze di chiunque. Quella di Marcòn fu dunque figura a suo modo minacciosa, intimidatoria”.

Giornalaio-macchietta fu invece Alberto Corsini, noto e benvoluto dai concittadini. Un tipo eccentrico, fuori della norma conformata. Aveva un debole di casta: ci teneva a far sapere a tutti che aveva origini, così diceva, aristocratiche; lo diceva, ma forse aveva anche fondati motivi per sostenerlo. Negli ultimi scorci della sua vita finì per vendere i giornali in un bugigattolo di via Mazzini ove quotidianamente si rincantucciava tra pile di libri antichi, a tessere la trama dei suoi pensieri filosofici.

Fu fervido sostenitore del giornalismo piacentino, quello dei Giarelli e degli Illica. Giustamente, anche se con beneficio d’inventario, si vantava di essere la colonna di sostegno della stampa cittadina. Allora v’erano quotidiani di avversi partiti politici e lui, Corsini, assunse, con alterno rischio di finire in gattabuia, (era tempo di impavide polemiche, di ardite battaglie d’opinioni che, quando non causavano querele, finivano regolarmente in un duello), la gerenza di diversi fogli. Tanto che una volta questa specie di temerario Brighella, durante un processo intentato dalla parte lesa contro di lui, risultò, fra la sorpresa degli stessi magistrati e del pubblico, che egli era gerente dei due giornali in causa. Un gerente Corsini accusatore ed un gerente Corsini accusato! Subì numerose condanne ma, strano a dirsi, non fece mai un giorno di galera. Frequentava il teatro lirico e di prosa ove non disdegnava di vendere le edizioni della sera.

Vestiva sempre impeccabilmente: panciotto bianco, “giga” nera, stivali e bombetta. Morì serenamente, questo filosofo-giornalaio, in un sottotetto di via Poggiali, fra vecchi libri, giornali polverosi, carta straccia. La morte lo colse nella più squallida e dignitosa solitudine. Non c’erano ad assisterlo che la frotta voracissima degli amici topi. Storia triste, storia di solitudine, storie di uomini della Piacenza che fu. Ma ve ne proporremo altre. Alla prossima.

Personaggi della Piacenza di una volta: Marcòn e Corsini

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