Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Pipèi, “fornaretto” socialista e filantropo di Stra ‘Lva

Stavolta invece ci interesseremo di un particolare personaggio che visse la sua esistenza tra Cantone del Guasto (attuale corso Garibaldi) e, soprattutto, via Taverna, strade dove lavorò in proprio come fornaio e dove si distinse non solo per la propria professionalità, ma soprattutto per il proprio socialismo filantropico

A Strada Levata (Stra ‘lva), ovvero via Taverna, dedicheremo diverse puntate; è inevitabile, tant’era ricco e variegato l’umano microcosmo popolaresco di questa borgata; allo stesso modo ci occuperemo dettagliatamente di Porta Galera rivisitata nei suoi minuscoli aspetti esistenziali. Stavolta invece ci interesseremo di un particolare personaggio che visse la sua esistenza tra Cantone del Guasto (attuale corso Garibaldi) e, soprattutto, via Taverna, strade dove lavorò in proprio come fornaio e dove si distinse non solo per la propria professionalità, ma soprattutto per il proprio socialismo filantropico, idea per la quale dovette subire diverse volte il carcere durante il fascismo. 

Una storia questa ripercorsa dal poeta floreale Umberto Rebecchi scomparso quasi novantenne negli anni ’70, “una narrazione- scriveva- della nostra storia minore, assaporata nel fiore della mia giovinezza, con una schiera di personaggi ricchi di “colore locale”, a loro modo rappresentativi di quel “piccolo mondo antico” quando Piacenza, nei primi scorci del secolo, contava, si e no, 40 mila abitanti ed era asserragliata nelle sue mura secolari”. Ad ogni tratto di strada, di piazzetta, di vicolo, di cantone, si incocciava in personaggi noti, sembianze fisiche familiari, inconfondibilmente memorizzate nei loro peculiari tratti socio- psicologici. Era insomma abbastanza raro che le singole individualità di questa o quella borgata sfumassero o si dissolvessero nell’anonimato collettivo. Ci si conosceva quasi tutti di vista, se non sempre di nome, di ruolo, di posizione sociale. Le figure caratteristiche, quelle cioè che emergevano dall’assemblaggio comunitario, venivano identificate al loro primo affacciarsi sul proscenio cittadino. Ciascuna si distingueva per il mestiere e la professione esercitata, oppure per le rispettive parti rivestite quali figuranti da burla o di varia amenità.

Fra i tipi che spiccavano nel minuscolo panorama piacentino d’inizio secolo, una parte di larga notorietà popolaresca occupava Giuseppe Barbieri, soprannominato Pipèi ‘l fornaretto perché, ovviamente, era un fornaio; era di bassa statura, mingherlino, ossuto, tutto nervi e cartilagini, l’esatto stampo del figlio Osvaldo divenuto poi il bellicoso, valente pittore futurista Osvaldo Bot. La figlia Ilda invece gestì per molti anni il chiosco di bibite ubicato nel giardino Margherita, di fronte alle scuole elementari Alberoni, agognata meta di noi “muclòn” quando avevamo qualche lira in tasca per goderci una granatina…. Pipèi trasmise al figlio un carattere battagliero, anticonformista, frutto però d’intelligenza lucida ed aperta. Avendo avviato un forno di pane e pasta a prezzi di concorrenza calmieratrice in Cantone del Gusto, ebbe per obiettivo di soccorrere nei casi più disperati, gli indigenti, soprattutto quelli che allora venivano designati dalle istituzioni di pubblica assistenza e carità “poveri vergognosi”; “vergognosi, si rifletta, della loro penosa miseria…pipèi Barbieri-2

Pipèi fu uno dei primi a confezionare pane al latte, alimento nutritivo  di un’epoca di carestie ricorrenti, di denutrizione e di diffusa pellagra. Per tale specialità di panificatore coi fiocchi, si meritò il diploma con medaglia all’Esposizione internazionale agricola ed industriale svoltasi a Roma prima della Grande guerra. Egli ravvisò nell’ideologia romantica del socialismo (con reminiscenze di quello utopico), lo strumento per realizzare l’uguaglianza e la giustizia, sulle orme di De Amicis, Pascoli, Cavallotti, partecipando al dramma, talvolta sanguinoso, delle lotte di classe, restandone però estraneo. Il suo fu dunque più che un socialismo d’azione, un socialismo dei sentimenti umani, a sfondo filantropico. Quando (ed accadde più volte) il suo nome figurò nelle liste dei candidati alle elezioni amministrative e si cercò da più parti di coinvolgerlo per qualche carica, Pipèi ricusò sempre decisamente ogni proposta, preferendo starsene al di fuori dal potere, benché possedesse virtù e doti di un autentico rappresentante del popolo: intelligenza, senso pratico, esperienza di vita, onestà.

Si era costruito tutto da solo una discreta cultura, soprattutto nel campo delle scienze sociali ed economiche, naturali ed astronomiche. Fu amico dell’avv. Giovanni Lanza e di molti altri notabili che a quei tempi militavano nelle file del socialismo umanitario, delle società operaie, del cooperativismo cui diede fattivo contributo. Con l’avvento dello squadrismo fascista anche Pipèi ebbe grane e noie sempre ricorrenti; mentre alcuni compagni presero la via dell’esilio in Francia, lui già anziano e con diversi figli a carico, fu costretto a restare in patria, vivere e lavorare nella sua amata città. Scontò varie volte la cella di sicurezza preventiva nella quale venivano rinchiusi i cosiddetti sovversivi (il nome del fornaretto era ormai nella lista di proscrizione), quando giungevano in città importanti gerarchi nazionali del Fascismo, salvo rilasciarlo non appena erano ripartiti.

Si racconta che una volta ai suoi gendarmi andati a prelevarlo per condurlo in carcere, ormai vecchio e fisicamente debilitato, rivolgesse queste parole:” Come mai il Fascismo che è così forte e potente, ha paura di un piccolo e fragile uomo come me?” Pesava si e no una cinquantina di kg, ed aveva perso l’impavida fierezza dei suoi ideali giovanili. Se ne stava appartato, non faceva dell’antifascismo a buon mercato, limitandosi a ripudiarne ideologia e metodi con distaccata innocuità, continuando il proprio lavoro di fornaio nel locale avviato successivamente in via Taverna dove c’era sempre un po’ di pane per i più indigenti. Morì a 77 anni. Di lui scrisse Rebecchi:”ha impastato il pane della fratellanza con la generosa onestà di un autentico figlio del popolo. Ed il suo fu un pane che profumerà per molto tempo. Fu veramente il “fornaretto” del genuino socialismo piacentino d’altri tempi.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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