Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Porta Galera e paraggi: quante stalle e quante osterie

Incredibile è il numero dei locali, soprattutto osterie e trattorie che ne costellavano la mappa rionale. Si calcola che nell’arco di circa settant’anni il loro numero, con le rispettive variazioni di insegne, ma anche di collocazione, ne facesse la zona con il più elevato numero e ciò ben si spiega sia perché era rione di elevato transito e quindi erano numerosi gli stallazzi e le locande con alloggio

Porta Galera agli inizi degli anni 30

Si tratta della penultima puntata dedicata a Porta Galera (si concluderà con Torricella, via Scalabrini e macello); stavolta ritorniamo sulle osterie, particolarmente numerose nella zona, ma tralasceremo la più nota, quella del Bambèin, perché ne abbiamo già ampiamente trattato. Come già sottolineato attorno alla pulsante arteria di via Cavallotti, si diramava un reticolo  collaterale di cantoni e vicoli  di antica designazione toponomastica dei quali Torricella, S. Anna, Cantone delle Stalle e Cantone del Pozzo, costituivano altrettanti minuscoli borghi- satelliti con la loro autonomia integrativa. galera11Pollastri-3

Incredibile è il numero dei locali, soprattutto osterie e trattorie che ne costellavano la mappa rionale. Si calcola che nell’arco di circa settant’anni il loro numero, con le rispettive variazioni di insegne, ma anche di collocazione, ne facesse la zona con il più elevato numero e ciò ben si spiega sia perché era rione di elevato transito e quindi erano numerosi gli stallazzi e le locande con alloggio. Una decina ne annoveravano gli agglomerati di Cantone del Pozzo e delle Stalle ed altrettanti S. Anna e Piazzetta Barozzieri. Forse più che in altre borgate comprese nelle zone nord-est dell’entromura, qui la componente sociale risultava più accentuatamente proletaria rispetto a quella sottoproletaria, mentre le piccole e medie attività terziarie (commerciali, artigianali ed impiegatizie) costituivano il fulcro di più articolata consistenza economica, com’è il caso di Cantone Sansone, con numerosi pollivendoli fra cui spiccavano i fratelli Capucciati: Ludovico, soprannominato “meinaròst” di non comune forza fisica proprio come si addiceva al toponimo cantonale (Sansone) ed Angelo detto “Palude” per chissà quale riferimento metaforico. Entrambi erano di casa nel tempo libero dal commercio dei pennuti, all’osteria ‘d l’Angil di Cantone Tibini dove, all’angolo con via Alberoni, c’era la trattoria “dal Mègar”. L’Angelo, durante la sua lunga esistenza di circa 200 anni, (vi è tutt’ora ubicata una rinomata trattoria), cambiò ovviamente numerosi gestori. Citiamo Oreste Lentoni e Giovanna Vaccari (anni ’20-’40). Servivano ottimi vini di Ziano.

Il locale, composto da due ampie sale comunicanti, una cucina ed un vasto cortile, raggiunse particolare notorietà negli anni ’50 durante la conduzione del noto Giulio Gherardi detto Palàn, soprannome che aveva ereditato dal padre. L’osteria proponeva in quegli anni, oltre al vino, anche piatti “veloci” per colazioni e merende dei famelici avventori, soprattutto facchini che avevano addirittura il loro recapito in un bugigattolo ubicato nel cortile. Nomi noti nell’ambiente: Pirèi, Baciòn, Lasaròn, Vanèi al Varulòn (per il volto butterato dal vaiolo), al Gnàna Cristalli. E qui si ritrovano anche i primi storici camionisti.

inizioviaromaosterie3-2Sempre in Cantone Tibini dove poi sorse l’albergo Moderno, ebbe notorietà l’osteria Draghi. Il fatto che in un ambito viario così breve e ristretto coesistessero varie osterie si spiega con il fatto che esse rappresentavano nuclei di ritrovo aggregativo per quasi tutti i residenti, con abitazioni  dove c’erano solo pochi mobili, sovente fredde e che il vino alleviava le fatiche ed i disagi di lavori duri, talvolta massacranti, quasi tutti improntati sulla manovalanza. Quanto al formicaio di Cantone del Pozzo, così denominato per la presenza di un pozzo pubblico, della sua densa, intricata struttura urbanistica non resta più niente, quasi completamente distrutta dai bombardamenti aerei. I nuclei familiari che vi abitarono hanno trovato in altre zone ed altri quartieri le loro residenze “sradicate”. Negli anni ’30 e ’40, pur risentendo della ventata d’aria nuova introdotta dall’abbattimento del tratto di mura bastionate, dalla rimozione delle cancellate daziarie, nonché dalle opere di svecchiamento attuate dal regime nel retroterra rustico del “Coldilana”, Canone del Pozzo, non si differenziò sensibilmente dai nuclei urbani con i quali confinava.

Alcune antiche osterie chiusero i battenti, restarono attive quella di Bernieri prospiciente Cantone dei Madoli e del “Maròn” situata a circa metà della contrada nel fabbricato di proprietà Donati. Numerose le bottegucce di fruttivendoli fra cui si ricordano quelle di Oreste Pollastri, all’angolo con Cantone de’ Madoli, il quale esercitava assieme al figlio Ettore, buon pugile della Salus et Virtus all’epoca pionieristica di questo sport; ed ancora l’osteria di Ciregna all’angolo con Cantone Mignone e quella della “Paciarèla”. galera17SSalvatore-2

Tra i nuclei familiari si ricordano i Badini, Piccoli, Bartoloni, Caldani, Sabini, Brandazza, Beoni, Astorri, Castelli, Belloni ecc, quasi tutti esercitanti piccole attività commerciali ed artigiane. In Cantone del Mignone, stretta via che congiunge via cavallotti con la via Scalabrini, c’erano i lattivendoli Peratici; uno dei figli era detto “Bandòn” termine che designava il grosso recipiente di lamiera stagnata portato in giro con il tipico carrettino con una sola stanga dai lattai ambulanti che annunciavano il loro passaggio con il suono stridulo di una trombettina d’ottone. Anche “Bandòn” fu apprezzato boxeur. 

In Guastafredda sorgeva il cinema Excelsior con Cirò che distribuiva locandine con i programmi dei film e degli avanspettacoli che vi si rappresentavano. Ricordiamo pure l’osteria dal Leinsi: appena dopo Cantone del Pozzo, nella parte sinistra verso Barriera Roma. L’eccellente vino era direttamente pigiato e la cucina era attivissima già di primo mattino. Poiché la zona pullulava di lavoratori che fin dall’alba svolgevano un’attività manuale molto sfibrante, era necessario che già all’inizio della giornata, fosse loro offerto un abbondante apporto calorico a basso prezzo, soprattutto squisiti piatti di picula ‘d cavall e trippa.

Analoga descrizione culinaria per l’Osteria ‘d Cisò, ironicamente denominata anche “Sutmarèi” (sottomarino) per il caratteristico basso soffitto.”Cisò” si trovava appena prima ‘d la Curtàssa”, un ampio androne che immetteva in un vero e proprio alveare di nuclei familiari esercitanti generalmente attività a carattere artigianale. Era, con il Bambèin, l’osteria più frequentata della zona, meta non solo di “clasiòn”a base di fumanti “cudghèin”, ma anche luogo di cene e riunioni conviviali, allietate dalla musica di Carlèi Bobba detto “Al sòp” e dalla moglie “Orslèina” (Orsolina), non vedente. L’attuale via Scalabrini, tra la fine dell’800 ed i primi decenni del ‘900, era punteggiata di stalle e “vaccherie” presso le quali si mungeva e vendeva il latte ai consumatori della zona, rintanati in catapecchie e tuguri rustici anche se poi radicali demolizioni hanno modificato notevolmente le strutture, dalla chiesa di S. Anna all’odierna Barriera Roma. Una delle famiglie più note era quella dei Dallavalle, carrettieri, denominati “Magròn”, ovvero Tanèi che, con i fratelli”Tognìn”Pavlèi”e “Magnelu”, animò per anni l’operosa sceneggiata comunitaria di Porta Galera. E c’era la ditta di trasporti ippotrainati Resmini in Cantone delle Stalle. Di uomini, osterie, di attività di questa zona, tratteremo nella sesta ed ultima puntata dedicata a Porta Galera.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • Ottimo articolo, indispensabile per chi è nato ......dopo!

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