Sabato, 16 Ottobre 2021
Porta Galera

Porta Galera e paraggi, un microcosmo sociale complesso e variegato

Ci siamo. Per ora l’avevamo solo “sfiorata” trattando dell’osteria del Bambèi e di quelle di via Roma, tratteggiandone alcuni aspetti storici. Ora torneremo indietro nel tempo e ci immergeremo in Porta Galera

Ci siamo. Per ora l’avevamo solo “sfiorata” trattando dell’osteria del Bambèi e di quelle di via Roma, tratteggiandone alcuni aspetti storici. Ora torneremo indietro nel tempo e ci immergeremo in Porta Galera.

La vecchia strada San Lazzaro fuori le mura che si snodava in linea retta dall’omonima Porta bastionata (in gergo estensivamente popolaresco denominata appunto Porta Galera), in tarda età medievale, era “strada Romea” in quanto vi transitavano i pellegrini; Piacenza era un punto di passaggio obbligato. Con il suo perimetro angusto, con solo decine di migliaia di abitanti, annoverava allora un centinaio di chiese, oratori, confraternite, conventi, ospedaletti adibiti al ricovero di infermi ed appestati, locali e forestieri.

L’appellativo di “Galera” è probabilmente una storpiatura lessicale di un precedente valico murario denominato “Galiera” forse in funzioni di pedaggio sulle imbarcazioni di transito sulla via d’acqua che lambiva i bastioni attigui al porto padano.

Nei primi anni ’50 la borgata si era ormai “ripulita” della sua antica e truculenta fama, dovuta, si dice, al nome di una porta che chiudeva la città presso l’ospedale di S. Maria di Betlemme, ove, sulle fondazioni, sorse poi la chiesa di S. Anna. Il nome “de’ ladroni” (ulteriore appellativo) pare derivasse da una torre, o meglio un carcere, destinata ai ladri.

Quello che in ogni caso gli studiosi locali attestano, è che nei pressi della chiesa di Torricella (dove c’erano i molini Rebora ed ora il grattacielo), vi si eseguivano “le giustizie”; alcune pietre, secoli fa, indicavano ancora il punto in cui si conficcavano le forche. C’era poi un sacello davanti al quale facevano breve sosta i giustiziandi.

Ulteriore fama di borgata malfamata proveniva dal convento di clausura “della Neve” che, prima di diventare caserma, ospitava suore “assai poco costumate”, tanto che fu “bonificato”, in piena controriforma, dal vescovo teatino Paolo Burali di Arezzo , poi divenuto cardinale.

Storie antiche che hanno caratterizzato tutta la città e non solo questa zona, ma le nostre ricognizioni hanno per obiettivo la rievocazione di episodi e figure relegate da una cultura egemonica nei “ripostigli infimi” della storia “minore”, quella che coinvolge entità collettive costituite da genti di borgata, di cantoni e di vicoli.

Da questa particolare angolatura sociologica, ci interessa far rivivere nella sua schietta, dignitosa realtà antropologica, il coro dei figuranti di spicco, dei comprimari, delle comparse di varia emarginazione stratificata, andandoli a scovare nelle loro “tane di miseria”, uomini e donne di varia estrosità, nella loro genuinità etnica e senza pregiudizi moralistici.

Rivisitando nel nostro viaggio a ritroso nel passato, la comunità rionale che gravitava nella gremita cerchia urbana di Porta San Lazzaro (allora Porta Cavallotti) e, come s’è scritto, in senso estensivo denominata “Galera”, iniziamo il nostro (non breve) itinerario ricognitivo, partendo dall’antica zona dei bastioni demoliti nella seconda metà degli anni ’20. Provenendo dall’ex via Cavallotti (strà ‘d Sùar, attuale via Roma) e lasciandoci alle spalle la pittoresca fascia che aveva i suoi fulcri vitali in Torricella, cantone delle Stalle, nel ritrovo tipico dell’osteria dal Bambèi (di cui abbiamo già diffusamente trattato), ci si imbatteva in quella specie di casermone- falansterio denominato “la Curtàsa”, popoloso agglomerato  cui si accedeva da un grande portone con anditi a volta, ben diverso per conformazione e spaziosità edilizia dalla omonima “Curtàsa” di Cantarana.

Contrassegnata con il numero civico 304 dell’antica Stra ‘d Suàr prolungava i suoi tentacoli abitativi ed operativi fino ai confini dei decrepiti caseggiati di Cantone delle Stalle. Trattandosi di un imponente, articolato, alveare, vi risiedevano numerosi nuclei familiari, in massima parte artigiani, tra cui si ricorda l’officina di costruzione e riparazione motociclette gestita dai fratelli Piero e Celeste Cavaciuti, entrambi noti e valenti  corridori; inoltre il laboratorio di Zanardelli che, oltre ad essere un esperto riparatore di brum e landò, fu pure costruttore di birocci, essendo appunto questa la borgata che aveva il suo epicentro di siffatta attività in Piazzetta Barozzieri e dintorni, gremiti di stallaggi un tempo adibiti al servizio delle diligenze, poi passati a quello della carretteria, botteghe di sellai, maniscalchi, piccoli artigiani in ferrarecce.

Residente di singolare spicco fu Pietro Draghi che fino agli scorci degli anni ’60 gestì una fucina- laboratorio al n° 304 cui si accedeva “dal purtunàs”.

Era notissimo nella zona ed era un vero artista del mestiere. Cominciò la sua attività giovanissimo come apprendista nella bottega di un altro valente maestro del ferro battuto, Freschi, che si trovava nel piccolo spiazzo sopra la scalinata della Montà di Ratt, all’angolo tra via Mazzini (strà Nova) e S. Tommaso, specializzata nelle costruzioni di serramenti come inferriate, infissi, ringhiere di largo impiego nell’industria edilizia del primo Novecento.

Frequentò anche i corsi del prof. Galli di disegno ornamentale, quindi proseguì il suo tirocinio presso la ditta Maserati con laboratorio in via Taverna. Dopo altre esperienze impiantò una propria bottega a Gambaro di Ferriere, ma poiché il lavoro era scarso, decise di emigrare, ma un incidente, mentre scendeva con giovanile disinvoltura da un tram in zona Farnesiana, gli costò l’amputazione della gamba destra. Malgrado questa grave menomazione, dopo due mesi riprese il lavoro in varie botteghe (via Prevostura, Chiapponi, Tibini), quindi, appena poté si mise in proprio  in via Roma al 304 dove lavorò per oltre vent’anni, punto di riferimento di questa attività per tutta questa operosa zona.

Nei pressi anche la latteria Subacchi e poco più avanti, il negozio di barbiere gestito dai fratelli Ceretti e la bottega riparazioni e vendita biciclette di cui era titolare Costanzo Mori, uno dei primi piacentini che prese parte al giro d’Italia ai tempi leggendari di Binda e Guerra.
(prosegue)

Porta Galera e paraggi, un microcosmo sociale complesso e variegato

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