Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Via Roma e cantone del Pozzo tra botteghe, personaggi e aneddoti

Viaggio in Porta Galera, siamo giunti all’angolo tra via Roma e Cantone del Pozzo che si configurava (sarà completamente distrutto dai bombardamenti) per una sua fisionomia rustico-edilizia, caratterizzata da vicoletti, casupole con porticine ad arco, orticelli, bottegucce, portoni di stallaggi, bettolini, minuscole osterie dai nomi bizzarri, locanducce che pure avevano una loro tradizione alle spalle

Una premessa: a volte qualche lettore invia una puntualizzazione affermando che negli articoli manca qualche nome, o esercizio pubblico o altro. Questi contributi sono sempre graditi, ma se vogliono proporre integrazioni, devono essere esaustivi.

Non a caso avevo premesso che, per sviluppare un discorso approfondito per Porta Galera, occorrevano diverse puntate; inoltre il periodo cui si fa riferimento, è quello degli anni 1920-‘30 fino ai primi anni ‘50. Dopo questa doverosa precisazione che mi auguro serva anche per il prosieguo dei nostri articoli, procediamo nel nostro immaginario itinerario.

Siamo giunti all’angolo tra via Roma e Cantone del Pozzo che si configurava (sarà completamente distrutto dai bombardamenti) per una sua fisionomia rustico-edilizia, caratterizzata da vicoletti, casupole con porticine ad arco, orticelli, bottegucce, portoni di stallaggi, bettolini, minuscole osterie dai nomi bizzarri, locanducce che pure avevano una loro tradizione alle spalle e per le quali è stato arduo, praticamente impossibile, reperire allora testimonianze, tranne qualche scorcio prospettico.

All’angolo di Cantone del Pozzo c’era Palazzo Ceresa, residenza dell’omonimo casato, i cui membri si esibivano in quella affollata cornice di pitocchi e figuranti di varia “popolaglia”, al volante di una Isotta Fraschini, favolosa automobile che incantò i sogni dei nostri bisnonni e trisnonni.

Pure caratterizzato da intensi spazi socio-umani fu il tratto dell’allora via Cavallotti, situato tra Cantone della Neve (vi abitai, fino a sei anni…) e lo storico Oratorio di Guastafredda che dà il nome alla parallela contrada, dove la devozione pietistico-religiosa si frammischiava alla componente plebeo-popolare di matrice laica, anticlericale, collegata ai fermenti ideologici del “garibaldinismo e del cavallottismo”.

All’angolo con Cantone della Neve rivestì un proprio ruolo di mondanità popolaresca l’albergo Cavallotti gestito dalla famiglia Valla. In questo locale che fungeva anche da trattoria, erano di casa i fratelli Bobba, stirpe di tenori. Cantavano infatti i genitori “Pepìn” e la “Cina” e la loro nidiata di figli: Uberto (Bartìno), Mario (Brandò), Piero (Suelu), Carlo (Pipàn), Camillo (Mamà), Maria e Luigi.

Madre e padre erano dotati di “orecchio fino”; la Cina gorgheggiava per tutto il giorno popolari romanze verdiane e wagneriane, spesso accompagnata dal consorte e dai figli. Maria era nota ed applaudita per i concerti nei dopolavoro rionali; Piero che gestì nel dopoguerra a Cremona la trattoria del Dragone, cantò in opere e concerti persino al Municipale. Con Camillo formò la copia beniamina degli amanti locali del melodramma.

Infine Uberto, “Bartìno”, caro al cuore dei piacentini, ma specialmente a quelli delle borgate di Porta Galera e S. Anna, scomparso negli anni ’60. Studiò al Nicolini e cantò alla presenza del celebre maestro Guarnieri nella villa che fu di Toscanini.

Il maestro gli offrì l’opportunità di studiare con lui, ma Bartìno declinò l’offerta: non si sentiva in grado, essendo gracile e di bassa statura, di calcare le scene in grandi teatri e preferì i modesti successi e gli immediati compensi che gli derivavano dalle prestazioni nelle sale degli hotel sul lungolago di Como e nelle ribalte dei teatri minori di provincia. Ma sostenne sempre ruoli impegnativi, esibendosi in centinaia di concerti, perché la sua voce era veramente bella.

Molti piacentini lo ricordavano quando cantò al microfono della radio in piazza Cavalli gremita di gente o dietro lo schermo del cinema Corso (allora Italia) dove la sua voce trepida e gentile commuoveva gli spettatori con i motivi romantici della celebre canzone Ramona, mentre si proiettava l’omonimo film muto con la famosa attrice Dolores Del Rio. Ebbe dunque tante soddisfazioni e battimani, ma per un’errata sottovalutazione delle sue doti artistiche, non ebbe mai vera celebrità. E fu un peccato.

All’angolo con via Tibini c’era l’antica pasticceria Botti (della Piccoli più avanti, di fronte al giardino Merluzzo, abbiamo già trattato), una specie di mecca dell’infanzia e delle adolescenze povere di quei tempi perché dispensava, per pochi centesimi, il “brisàl” (le briciole) di paste (i bombòn), avvolgendoli in appositi cartocci (scartòs).

La gente di borgata chiamava allora “bombònei”, venditore di bon bon, i pasticceri del tempo. In quei pressi ebbe un suo momento di attività il caffè Filippo. Ne era titolare Filippo Silva, soprannominato “al cusèi dal re” (cugino del re) perché vantava, a torto o ragione, vincoli di consanguineità con la dinastia dei Savoia. Ad ogni epoca le sue stranezze genealogiche. Se certi nobili accampavano allora, come magnificano ancora oggi, addirittura ascendenze di sangue imperiale, perché ad un eccentrico popolano di “Stra ‘d Suar” non sarebbe stato lecito fantasticare parentele con i re sardo-piemontesi?

Figlio di Filippo era Cirillo detto “schis” per via della forma del naso schiacciata come quella di un pugile. Dirimpetto al caffè Filippo, la bottega di barbiere condotta da un certo tipo che, non senza ragione, si era meritato l’epiteto di “Ciapt’àl sol” (prendi il sole). Costui infatti, in attesa dei clienti, ad ogni occhiata di sole, era solito esporre la faccia fuori dalla bottega per captarne i raggi, avendo la mania della tintarella.

Fulcro sanitario della borgata, l’antica Farmacia Laneri, mentre il panificio Fiori, dotato fin dall’ora di moderni impianti ed attrezzature (quali le impastatrici ed il forno a rapida cottura), doveva larga notorietà alla confezione delle fettuccine, ma ancor più al pane di piccola pezzatura (ciupèi) detti anche “paciutèi” forse per la forma di minuscole pagnotte (pagnutèi).

Di fronte alla farmacia gestiva bottega di frutta e verdura la “Santèina” Pollastri, madre di Oreste, anche lui fruttivendolo. Una foto d’epoca lo ritrae accanto al figlio “Turìno” in Cantone del Pozzo prima dei bombardamenti aerei. La Santèina era popolarissima figura in tutto il microcosmo rionale. Memorabile fu lo scherzo, raccontato per molto tempo, che le giocarono alcuni monelli: legarono con uno spago il fornello delle caldarroste al tram elettrico della vicina fermata. Quando ripartì, trascinò con sé il braciere ardente da cui si sprigionavano fiamme e scintille, fra lo spasso dei ragazzi e la giusta furia della Santìna che oltre alla beffa, subì il danno di quella indiavolata monelleria.
(Fine seconda parte, continua)

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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