Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Porta Galera: il magico mandolino di Iselli

Ecco la storia di Iselli, il mandolinista che abitava in via Roma: fu veramente l'unico piacentino che scelse la professione di mandolinista ambulante e visse di questo lavoro

Iniziamo con Porta Galera, una scelta un po’ partigiana perché ci sono nato io, anche se vi ho risieduto solo negli anni della mia primissima infanzia.

Nei primi anni ’50 la borgata si era “ripulita” della sua antica e truculenta fama, dovuta forse al nome di una porta che chiudeva la città presso l’ospedale di S. Maria di Betlemme, ove, sulle fondazioni, sorse poi la chiesa di S.Anna. Il nome de’ ladroni pare derivasse da una torre o meglio un carcere destinato ai ladri. Quindi la galera di cui si parla risalirebbe alle mura medioevali.

Tralasciamo per ora di parlare dello straordinario microcosmo popolare che fu Porta Galera. Tra “sfrosadur” (contrabbandieri di carne per non pagare dazio), “burlandot” (le guardie che li contrastavano), ladri, poco di buono e spazzacamini che dormivano negli anfratti delle mura, non la finiremmo più. Né tratteremo delle osterie dell’antica via Romea, o via Cavallotti o Strada di Sopra che dir si voglia: ce n’erano 11, compreso il mitico Bambèi. Lo faremo a suo tempo.

Stavolta il racconto prende le mosse da una reminiscenza, quando mia madre (scomparsa oltre un anno fa, quasi novantaseienne), mi rammentava di Iselli, il mandolinista che abitava in via Roma (a circa 30 metri da via Tibini), e vicino a via Neve dove risiedeva la mia famiglia: classiche due stanze, cesso rigorosamente nel cortile.

Altri tempi di cui per me permane solo un vago sentore, ma la mamma mi sovveniva che Iselli, quando la incontrava in via Roma con mio fratello maggiore, le chiedeva sempre di porgerglielo in braccio, sulla carrozzella con cui si muoveva. “Dam cul bel biondòn lè, ca tal mot a post me!”E se lo coccolava felice.

La vita era stata impietosa con lui: una grave menomazione alle gambe, lo costrinse, fin da ragazzo, a muoversi spingendo una carrozzella che muoveva azionando una manovella a mano. Con l’avvento della prima motorizzazione, l’aggiornò, facendosi spingere da uno scoppiettante motore a scoppio.

Ma come a volte accade, per una strana legge di compensazione, in lui si era sviluppata una straordinaria dote musicale, in particolare per il mandolino. Le gambe che non si erano mai mosse, che non avevano mai corso, diventavano, attraverso le note di quello strumento come due gigantesche ali, che si libravano nel cielo, uno stordimento musicale nel quale l’anima elevava il suo canto al di sopra delle umane miserie.

La sua figura intanto va inquadrata nell’alveo della radicata tradizione musicale che contraddistingueva le osterie piacentine che, com’è noto, erano fucine di bel canto e luogo di pubblica esibizione per i più popolari strumenti concertistici del tempo (primi del Novecento), chitarre e mandolini e, più tardi ed in misura assai più ridotta, le fisarmoniche.

Quando e come diventò di moda suonare il mandolino a Piacenza? La risposta non è facile, difficile poter comprendere quando diventò strumento “alla moda” anche nelle osterie e nelle feste; sta di fatto che veniva suonato immancabilmente in coppia con la chitarra. Il duo che per decenni spopolò in tutte le osterie dove si faceva musica (quasi in tutte), fu l’incomparabile binomio Iselli- Politi (chitarra).

Gli anziani che ne hanno lasciato vivida testimonianza, citavano la loro maestria ed il consolidato accordo; quella di Iselli poi era incomparabile; il suo mandolino ‘l brilàva, come affermavano le popolane per bocca del poeta Egidio Carella.

Il suo repertorio di walzer, mazurche e tanghi, era vastissimo: “Estudiantina”, la “Migliavacca”, “Tango della gelosia”, “Son tornate a fiorire le rose” ecc.

Iselli fu veramente l’unico piacentino che scelse la professione di mandolinista ambulante e visse di questo lavoro. Ma dire vivere è un forse un po’ riduttivo: la musica fu per lui un magico volo, quello che gli permetteva di sfuggire alla prigione della carrozzella su cui era costretto a stare.

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Che Iselli fosse un mandolinista d’alto rango, lo dimostra il fatto che l’EIAR (ovvero l’odierna RAI), nel 1935, gli affidò alcune trasmissioni dedicate a questo strumento diventato di moda nella nostra città, pur essendo di chiara origine partenopea. Forse entrò nell’uso dei nostri musicanti “nostrani” con l’avvento delle prime leve di soldati di origini meridionali che accasermarono a Piacenza tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Anche la chitarra, quale strumento di accompagnamento del canto, ha seguito le linee evolutive della musica del mandolino ed a questo è sempre rimasta legata.

Le osterie divennero di conseguenza il regno di Iselli e Politi, ma anche di tanti altri suonatori “minori”, specialmente di fisarmonica, bravi dilettanti che non volevano compensi, ma si contentavano di buoni scodellini di vino rosso e qualche fetta di salume nostrano. I suonatori piacentini incominciavano ad esibirsi e a bere dopo il lavoro; non ne facevano un esercizio quotidiano; si suonava nell’ora delle grandi evasioni, al sabato ed alla domenica, nelle feste “canoniche”, ai tempi in cui divertirsi non era tanto complicato e costoso come al giorno d’oggi.

Certo Iselli era diverso, era un “professionista”, ma i compensi gli consentivano una vita appena dignitosa; i pasti li consumava quasi sempre nei locali dove suonava; due stanzette al piano terra di via Roma (allora Strà ad Suar, per distinguerla da quella di Sotto, ovvero via Alberoni), erano il suo alloggio, ma era raro trovarlo; le usava solo per dormire e per cambiarsi. Il suo regno era o la strada, o l’osteria; la sua condizione determinava una solitudine che scompariva nel tumulto dei locali.

Del resto il palcoscenico delle osterie era sempre perennemente affollato; chi sapeva poi suonare bene, come Iselli appunto, un’occupazione nelle balere, nei banchetti nuziali, nelle feste pubbliche o private la trovava sempre.

Ovunque nelle borgate,soprattutto nelle sere di festa, risuonavano chitarre, mandolini, mandole e fisarmoniche. Tra il fumo dei sigari ed il clamore delle partite a briscola, trillavano le note di walzer famosi, mazurche e tanghi inarrestabili. Ma quando vibrava quel mandolino, con le sue note acute e commoventi, a tratti allegre, ma sempre velate da un po’ di malinconia, come di esuli lontani, le voci si zittivano e si restava incantati ad ascoltare Iselli e Politi che li deliziavano, note che venivano sovrastate solo dagli immancabili applausi finali.

In estate i concertini si tenevano ai margini dei campi di bocce, presenti in quasi tutti i cortile dei locali e sotto le “toppie” di viti o di robinia, nella luce delle lampade ad arco o, in molti casi della lucerna a petrolio o a gas. D’inverno, all’angolo dell’osteria, sotto i voltoni, accanto alle stufe di terracotta quanta genuina allegria, quanta serenità, che bonaria concezione del vivere; eppure era favorita da chi, dalla vita, come Iselli, aveva avuto ben poco, se non il dono di un’arte che gli aveva fatto superare una grave infermità, consegnandolo ad un ruolo sociale che, viceversa, sarebbe stato solo di emarginazione e solitudine.

Forse, quando prese commiato dalla sua Piacenza, nelle sue orecchie risuonarono gli applausi e quel frastuono nelle osterie, che lo accompagnarono per tutta la vita; forse, in fin dei conti, potè consolarsi di essere stato qualcuno di importante per tanti piacentini, un gradito viatico, con la sua musica, al mal di vivere, tanto che la sua fama è tramontata solo dopo molti anni. Ma questo è del resto il destino anche di personaggi ben più noti di Iselli, perché il tempo è impietoso ed oggi corre davvero troppo veloce.

Così quella foto in bianco e nero che lo ritrae accanto ad un tipico popolano, ci riconsegna per un momento una Piacenza in bianco e nero che se n’è andata. L’altra lo “scolpisce” con il suo inseparabile compagno, Politi, chitarrista.  

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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