Piacenza, una storia per volta

Opinioni

Piacenza, una storia per volta

A cura di Giuseppe Romagnoli

Agostino Bigoni, "Pulèi" mangiafuoco

Agostino Bigoni detto “Pulèi” risiedeva a pochi passi dall’antica strada della Dogana (via Giordano Bruno) in un rustico caseggiato d’angolo

Agostino Bigoni detto “Pulèi” risiedeva a pochi passi dall’antica strada della Dogana (via Giordano Bruno) in un rustico caseggiato d’angolo. Fu, per più di mezzo secolo, un popolarissimo mangiafuoco animando mercati e sagre della nostra e di molte altre province. Di lui ne ha lasciato una sapida testimonianza Gaetano Pantaleoni (mio coautore della Piacenza popolaresca delle vecchie borgate) che lo conobbe a metà degli anni ’50 quando abitava in una stanzetta al primo piano delle basse casette davanti al muraglione delle carceri.angolo Dogana Giordano Bruno-2

Pulèi, uno degli ultimi giocolieri e guitti di strada il cui ricordo si perde fin nel Medioevo, rallegrò parecchie generazioni fra la fine dell’800 ed i primi anni ’40, “quando- scrisse Pantaleoni- giunto al traguardo dei 75 anni suonati, si era ritirato in quel minuscolo e disadorno abituro dopo una vita spesa a divertire con le sue spassose destrezze piazzaiole, migliaia e migliaia di spettatori, attratti soprattutto dalle sue esibizioni “pirotecniche”, a scherzare pericolosamente con il fuoco fiammeggiante. Non lo considero- annotava Pantaleoni- una specie di vegliardo affabile, ma un anziano amico e, a suo modo, un maestro di vita da cui ho tante cose da imparare, sapendolo uomo navigato, rotto a tutte le malizie e le scaltrezze del “duro mestiere di vivere”, di sfangare l’esistenza. Un tipo, come si dice nel noto lessico dialettale col “cül plӓ”.

Pantaleoni lo ricordava come amico del padre carrettiere ai tempi della loro giovinezza e l’attuale situazione di ristrettezze che lo costringeva, per sopravvivere, a vendere lamette di sottomarca ed altri ammennicoli similari. “Ad onta delle sue fattezze di “Bombolo”, piccolo, obeso, panciuto, è vispo ed arzillo come un fanciullo prematuramente canuto. Sprizza candore giulivo da tutti i pori della pelle rubiconda; in casa fa tutto da sé: pulisce, rassetta, lava, stira, cucina le vivande sulla stufetta di ghisa, il vecchio “pipèi” di foggia umbertina.

Con il fuoco di legna e carbone - ricordava il cronista- ha ancora, si intende, usuale dimestichezza professionale, anche se ora non è più in grado di “mangiarlo” e neppure di scherzarci come ai tempi gagliardi delle sue bravate spettacolari.porta milani pulei-2

Di fuoco- diceva Pulèi- ne ho mangiato dei vulcani; sarebbe una “füta” (fregatura) se ora mi lasciassi mangiare da lui. Infatti quando cucina ci sta attento; e se si appisola, specie d’inverno con le finestre chiuse, evita le esalazioni tossiche del carbone. “Vӧi mia fӓ la fein dal rat” esclama”.

Pulèi – ricordava Pantaleoni- gli raccontava le sue piccole “malandrinerie” consumate ai danni della credulità dei “gàgiӧ” (i contadini di vecchio stampo), le più impensate turlupinature di cui era ricco il suo “repertorio” di scaltrezze e di trucchi illusionistici; rievocava, con cristallina lucidità di dettagli, fatti e figure della vecchia Piacenza fra due secoli, dei tempi del “Cònt Sȏrdéina” a quelli del “Cònt Tӧvàia”.

«Nei suoi occhi da furetto - mentre osservava nella piazzetta il “pompèi” (la fontanella di ghisa) - sembrano riverbarsi - sottolineava Pantaleoni - le vampate di fuoco che ha mangiato e che una volta per accontentare un amico in una sua stramba richiesta, gli ha scottato l’ugola ed un tratto della trachea. Fu una tremenda ustione di cui porta ancora la cicatrice epiteliale che gli dà un senso perenne di secchezza e di arsura. Ecco perché mentre parla, di tanto in tanto, il vecchio “Pulèi” emette un “uhumm” gutturale, quasi a smorzare con una boccata d’aria fresca, l’insorgente fiammella di  fuoco che si riaccende in gola».

Ne ho combinate - confessava al cronista - più che Bertoldo in Francia. Raccontava la sua vita errabonda di giocoliere quando, tanti anni prima, assieme al suo ragazzetto di spalla, chiamato “Mascabìs”, a bordo di una carrozza noleggiata, giravano per le strade della città dando spettacolo di “ignofagi” (mangiatori di fuoco), divertendo tutti con le loro eccentriche esibizioni, portando a casa cappellate di centesimi in monetine di rame, a compenso delle loro prestazioni.

Oltre a provetto mangiatore di fuoco, “Pulèi” era abile giocoliere-prestigiatore. A quei tempi di facili contentature- annotava Pantaleoni- una qualunque sortita di insolito effetto illusionistico, faceva presa sulla psicologia di massa, sul cosiddetto “popolino”.

Conoscendone una più del diavolo, egli riusciva a galvanizzare la curiosità degli astanti, lasciando uscire con uno scatto automatico dalla palandrana “Giӧvanèi”, specie di marionetta dalla testa svitabile, facendogli compiere ogni sorta di acrobazie. Me lo mostra - ricordava Pantaleoni - tirandolo fuori dal cassetto di un vecchio comò dove lo conserva come un cimelio.

Pulèi da quel grande bevitore che fu, ora non può più bere ne vino ne altre bevande alcoliche per via della “scottatura” alla gola. Una sola sorsata di vino sarebbe come una vampata di fuoco nella gola “arida”, un vero combustibile. Non s’è mai voluto sposare pur piacendogli le donne perché- scriveva il cronista- di “campagnole” ne ha sedotte a bizzeffe, in tutte le località della provincia dove lo portò il suo mestiere di mangiafuoco.

Ma dal “fuoco di una donna” non s’è mai lasciato scottare, neppure in gioventù quando faceva il cartomante in via Gaspare Landi e di “donne di cuori” e “donne di fiori” aveva sempre piena la casa. La sua larga popolarità - concluse Pantaleoni - gli fa da supporto esistenziale. Il vecchio mangiafuoco vive in dignitosa, faceta solitudine. Non è invidiato da nessuno perché la povertà non genera invidia economica e sociale.

Vuol bene a tutti e tutti gli vogliono bene. Poi un giorno “Pulèi” se ne andò in punta di piedi, in sordina, come se ne andavano in bonarie, umili, felici figure della nostra comunità di vecchio stampo popolaresco”.

Bel personaggio questo “Pulèi mangiafuoco”, guitto di strada ed istrionico imbonitore che ci richiama ad un mondo povero e semplice, quelle delle “buone cose di pessimo gusto” di gozzaniana memoria, dove vivere (e sopravvivere) era davvero un’avventura.

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