Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando a Ferragosto si accendevano i “macchinoni dei fuochi” in piazza Cavalli

La consuetudine antichissima tramontata definitivamente nei primi anni del ‘900: quella dei “macchinoni dei fuochi” che venivano allestiti in Piazza Cavalli in occasione della Festività dell’Assunta

Uno dei "macchinoni" allestiti in piazza Cavalli

L’imminente festività ferragostana, con le città che si svuotano e la gente che parte, richiama una consuetudine antichissima tramontata definitivamente nei primi anni del ‘900, quando in vacanza non andava quasi nessuno e ci si limitava ai riposi festivi: quella dei “macchinoni dei fuochi” che venivano allestiti in Piazza Cavalli in occasione della Festività dell’Assunta, giorno nel quale si svolgeva nella nostra città anche una importante fiera che attirava numerosi visitatori sia dalla provincia, che dalle città limitrofe.

Numerosi ricercatori, ed in particolare Attilio Repetti (della cui figura di eminente studioso della nostra storia “minore” cittadina poi tratteremo), hanno svolto erudite ricerche su queste pirotecniche costruzioni raffiguranti monumenti di città del  mondo, frutto delle abili mani di artigiani che li edificavano in legno e cartone; successivamente venivano bruciati, dopo giochi pirotecnici o tra spari di mortai e bombarde, tra la folla accorsa in piazza per ammirarli.

Anche alcuni tra i nostri maggiori poeti dialettali, nei loro versi avevano ricordato questa tradizione. In particolare il Marchesotti in una sua poesia si rammarica che la tradizione dei “macchinoni” sia ormai in declino. Scriveva: “Dèss con la scusa ch’lè la roba antuga, i sior modèran, n’ja veulan miga. J’enn tutt usanz da lassà andà, quest a l’è ‘l secol dill novità”. I modernisti lo consideravano ormai un effimero relitto della immaginazione folcloristica alle soglie del XX secolo. Così l’ultima apparizione risale al 15 agosto del 1909.

La tradizione dei fuochi artificiali nelle piazze e l’incendio dei macchinoni raffiguranti soggetti architettonici o mitologici ha origini antiche. In diverse grandi città italiane la grandezza e la potenza delle famiglie regnanti veniva dimostrata offrendo al popolo festeggiamenti al culmine dei quali il “macchinone” veniva appunto arso tra il giubilo dei convenuti nelle piazze. Si citano disegni preparatori addirittura di Michelangelo, Alberti, Brunelleschi; nel ‘600 trovarono nel Bernini un artefice di insuperata creazione immaginifica e ingegnosità d’estro barocco.

A Piacenza, al tempo dei Farnese si organizzavano sfilate di cavalieri e soldati che  partendo da palazzo Farnese passavano sotto ad archi festonati fino a giungere in Piazza Cavalli e quindi si dava il via ai festeggiamenti ed agli spettacoli che culminavano poi con i botti e l’incendio dei “macchinoni”.

Le macchine pirotecniche erano composte di strutture in legname, sovrastrutture di cartapesta stuccata e colorata ed ornamentazioni di notevole livello figurativo e scenico, eseguite da valenti pittori e decoratori. Raffiguravano celebri architetture, famosi complessi culturali, monumenti, palazzi, ville, padiglioni, chioschi, fontane, ponti ed altro.

Le cronache dell’800, secolo in cui la tradizione fu ancora molto viva, riportano di “macchinoni” che riproducevano Santa Maria di Campagna (1828), vari templi orientali, la Torre Eiffel, la Statua della Libertà, la Lanterna di Genova e, nel 1909, un faro che era stato progettato per essere costruito realmente e funzionare sulle sponde del nostro fiume Po per orientare il traffico fluviale, progetto mai concretizzato.

Poi nel 1909 l’ultimo spettacolo: anche i gusti festaioli dei nostri progenitori stavano cambiando.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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