Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando dopo i funerali si brindava al defunto all’osteria del “Banbèin”. E il giorno dei morti visite alla Ca ‘d’Albaròn

Per Ognissanti le visite al cimitero, denominato la Cà ‘d’Albaròn, dopo i riti di suffragio in chiesa. Si andava a rivisitarle dopo averle sistemate qualche giorno prima con crisantemi, piante, fiori e lumini

Un funerale in piazza Cavalli

Difficile trattare delle festività di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti in assenza di documenti. Certo c’è il bel volume dell’Artocchini (tradizioni popolari piacentine), ma fa riferimento soprattutto a specifiche usanze nei vari paesi della Provincia. Supponiamo che per la città fosse, com’è ancora oggi, quella delle visite al cimitero, denominato la Cà ‘d’Albaròn, dopo i riti di suffragio in chiesa. Si andava a rivisitarle dopo averle sistemate qualche giorno prima con crisantemi, piante, fiori e lumini. Crisantemi che, a parte in Italia, sono, tra l’altro, considerati in tutto il mondo simbolo di prosperità, di gioia e di bene. In città i fornai confezionavano anche certi panini morbidi e leggeri, chiamati i “panetti dei morti” in cui erano inserite uova, simbolo della continuità della vita. Ma nelle osterie si assaggiava anche il vino nuovo, sovente accompagnato da polenta e ciccioli.

Ma tant’è: l’illusione foscoliana della sopravvivenza attraverso il ricordo era (e tale rimane per molti), “dolce illusione con cui si vive con l’amico estinto” e quindi spazio a tutte le cerimonie alla Cà ‘d’ Albaròn che, ricordiamo, fu progettato dall’architetto Lotario Tomba fra il 1819 e il 1821. Si costruì il primo nucleo del camposanto, dalla forma quadrangolare, chiudendosi in un emiciclo. Nel 1873, dietro l'emiciclo, si edificò un secondo campo quadrangolare, mentre nel 1906 si procedette all'annessione di un terzo campo quadrangolare, posto alla sinistra del primo nucleo.

I funerali erano generalmente molto “alla buona”, tranne, ovviamente per i personaggi altolocati. Per la maggior parte del popolo che seguiva il corteo, terminavano all’osteria del “Banbèin”, alla fine di via Roma. Il carro con i parenti proseguiva, gli altri si fermavano a brindare alla salute del defunto.

Infatti mentre i mesti parenti, seguivano a passo sostenuto il carro funebre verso il cimitero, gli amici sostavano a bere, nella singolare funzione di riconciliarsi quasi con la vita, dopo l’accorata mestizia della morte. Non per nulla, fino a qualche decennio fa, era ancora vivido nella memoria dei più anziani un distico coniato per l’occasione da tal Suèlli per un caro amico scomparso, come lui bontempone e diseredato: “Vai caro amico, che la terra ti sia leggera; noi andùm dal Bambèin a bev ‘dla bona barbera!”

Così prima che il defunto avesse varcato la soglia del camposanto e la sua bara fosse calata nella fossa, già all’osteria risuonavano gli schiamazzi degli amici che lo avevano seguito poc’anzi fino alla Barriera, sulla scia della mestizia e del cordoglio. Il barbera da Tanòn Borella aveva operato questa pagana metamorfosi.

Ma chi rese più pomposi i fatidici ultimi viaggi a Piacenza? Fu la ditta Vermi, attiva già nei primi del ‘900 in via Legnano, proprio in occasione del regicidio di Umberto 1°. Fu Luigi il fondatore, già provetto addobbatore di chiese cittadine, maestro nel comporre drappi, stendere tappeti, pieghettare damaschi. Seguitò la sua opera Giuseppe, quindi il nipote Luigi detto “Modesto”. L’agenzia portò un tocco di eleganza alla cerimonia, quasi un carattere meno funereo, teso ad esaltare le qualità del defunto che veniva accompagnato verso l’ultima dimora in modo meno pessimistico, un evento di coinvolgimento quasi popolare.

Continuò poi per altri 30 anni Alberto che trasferì l’impresa in via Alberoni. Ma nel frattempo altre agenzie sorsero in città. Questo come curiosità per quanto riguarda le cerimonie che, ahimè, si susseguono ogni giorno, a sottolineare quanto la vita sia effimera e transeunte, un perenne dilemma tra nulla eterno e nuova vita che sovente tralasciamo nella quotidianità e che ci viene rammentato in occasione di questa festività.

Oggi attraverso Halloween, festa popolare di origine celtica, si cerca di sublimare le paure e le angosce e molti cattolici si sono schierati contro questa usanza. Perché palesemente contrapposta a quella religiosa di Ognissanti ed a quella successiva di Commemorazione dei defunti. Così, per contrastare i rituali di Halloween, si consiglia di accendere sul davanzale della finestra un cero benedetto al posto della celebre zucca illuminata.

Sarà, ma per un agnostico come chi scrive, si tratta di questioni non essenziali. Importante è invece che il ricordo di chi non è più vicino a noi sia ravvivato ogni giorno; questo è il vero modo per sconfiggere la dura realtà dell’esistenza. Il resto è affidato alle credenze cui ciascuno decide di aderire.

Io, già un bel po’ di anni fa, per questi giorni, scrissi una poesia in ricordo di mio padre. Mi sembra un modo degno di averne onorato la memoria. Ve la propongo, con la speranza che la possiate apprezzare.

Il giorno dei morti.

Ti sei messo il vestito migliore,
per oggi, il giorno dei morti.
Poi tranquillo, vicino alla tua tomba, hai atteso chi veniva:
il tuo sorriso, i tuoi cerulei occhi, il fazzoletto nel taschino
e le tue mani,
quelle che non saranno mai di un professore o di un pittore,
solo di un camionista.
Poi anche quest’anno, scaldato dal pallido sole di un autunno
che non vuol declinare,
sei ritornato solo con i tuoi pensieri, nel tuo silenzio,
confortato dallo sguardo di quegli amici, sempre più sparuti, ogni anno più esigui,
venuti a trovarti, ad osservare, con una candida malizia,
se i fiori più belli, anche quest’anno, erano per te.
E ti hanno ricordato, la vostra vita, la tua saputa arroganza,
il tuo carisma all’osteria,
parole d’uomini che avevano il sapore di una vita,
oggi più niente.
Poi sei tornato giù ad aspettare un altro anno,
ma sai bene, dolce vecchio,
che mi rivedrai ancora presto, forse domani,
perché il tuo ricordo non si cancella dal mio cuore,
perché, per tornare da te,
non ho bisogno dell’estate di S. Martino.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

Attendere un istante: stiamo caricando i commenti degli utenti...

Commenti

Torna su
IlPiacenza è in caricamento