Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando i giardini Margherita si chiamavano Villa Costa

Il giardino “Margherita” che lotta quotidianamente per sopravvivere contro l’inquinamento, la maleducazione dei cittadini e, sovente, l’incuria, sovrastato, anzi oscurato dal grattacielo fin dal 1970, faceva parte di Villa Costa, lo stupendo palazzo che sorge in via Roma (ex Cavallotti)

Il centro storico cittadino è contraddistinto da una diffusa mancanza di verde. Uniche plaghe, ormai quasi esclusivo retaggio di non autoctoni, rimangono i giardini “Margherita” e “Merluzzo”, della cui storia tratteremo brevemente (quindi il Merluzzo), prima di rituffarci successivamente in alcune delle borgate popolaresche che per il momento non abbiamo ancora menzionato.

Il giardino “Margherita” che lotta quotidianamente per sopravvivere contro l’inquinamento, la maleducazione dei cittadini e, sovente, l’incuria, sovrastato, anzi oscurato dal grattacielo fin dal 1970, faceva parte di Villa Costa, lo stupendo palazzo che sorge in via Roma (ex Cavallotti).

La città molti anni fa era contraddistinta da numerosissimi giardini all’interno delle abitazioni (ed orti nelle zone più popolari), scomparsi poi con l’impietoso boom edilizio; non ci sono più orti e verzure a difesa di un’aria che si fa sempre più carica di veleni.

Il  futuro (e assai contenuto) parco dei piacentini, il “Margherita” (dedicato poi alla prima regina d’Italia Margherita di Savoia, talmente affascinante da “stregare” lo stesso Carducci), apparteneva inizialmente ai conti Costa, così come la residenza gentilizia ubicata appena dopo piazzetta Santa Maria. E fu denominato “Villa Costa”, un nome che può sembrare strano, trattandosi di un giardino entro le mura della città, ma spiegabilissimo con il fatto, se ci si richiama all’usanza dell’epoca (e forse anteriore) di luoghi di ristoro vicino alle abitazioni signorili, un fenomeno riscontrabile anche in molte altre città italiane.

Fu dunque quella illustre famiglia, tra il 1830-1850, per iniziativa del conte Giacomo, che volle, quasi accanto al suo palazzo, un’oasi di verde dove ristorarsi durante le ore di più grande calura. Il giardino “cosiddetto all’inglese”, venne predisposto nell’area occupata sino al 1822 dalla chiesa seicentesca di Santa Maria di Loreto, con annesso convento francescano. Il parco era di grazioso disegno, sebbene il suo sviluppo planimetrico fosse minore del presente e lo abbellivano elementi studiati in modo da variare nell’aspetto a chi vi si intrattenesse o vi passeggiasse.

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I viali (secondo la descrizione riportata dallo storico piacentino Giulio Dosi) infatti erano caratterizzati da un sinuoso percorso ombreggiato da folti alberi; vi si alternavano prati e variopinte aiuole ed ai piedi della collinetta attraversata da grotte, vi era un limpido laghetto. Non mancava neppure, secondo i costumi dell’epoca, un intricato labirinto di bossi, dove verisimilmente “si disperdevano” gli innamorati, contagiati forse dalle letture del Prati e dell’Aleardi.

Qua e là rustiche panche e rozzi sedili per il riposo; al sommo della collinetta un tempietto classicheggiante; su una parte del muro di cinta non mancava l’area pittorica con le prospettive del cremonese Motta.

Su un prato quasi al centro del giardino, dove tutt’ora esiste, un semplice obelisco eretto, si dice, in memoria di un cane fedelissimo ai propri nobili proprietari.

Il giardino fu ceduto ad uso della cittadinanza dopo lunghe trattative nel 1893, abbinato all’apertura di un piazzale interno davanti alla stazione ferroviaria, decisione questa che comportava alcuni abbattimenti di stabili di via Torricella (secondo tratto di via Alberoni) ed ancora maggiormente lungo via Benedettine ed un poco per quella “Delle Orfane”, il presente viale dei Mille. Ed allora si procedette pure a demolire le case fiancheggianti il Cantone della Abbadia, ricavandone l’ampio viale dello stesso nome. Tali iniziative resero più vasto l’ex giardino Costa.

Sul piazzale della stazione ferroviaria, nel 1889, venne nel frattempo inaugurato il monumento bronzeo a Garibaldi opera di Enrico Astorri, autore anche dell’erma di Giuseppe Mazzini sistemata al vertice della collinetta, luogo preposto, in inverno, sulla sommità, come inizio della “pista di bob” da parte dei bambini che uscivano dalla scuola elementare di via Alberoni al termine delle lezioni e che usavano le cartelle di cuoio come slittino per ardite discese, fino a che le madri preoccupate dal ritardo del ritorno nelle abitazioni, non li venivano a recuperare per ricondurli a casa.

Il rinnovamento del giardino fu commesso alla ditta Giuseppe Roda di Torino che apportò trasformazioni di parecchi elementi; furono ampliati i viali, poste a dimora numerose piante a rapida crescita, fu soppresso il grazioso laghetto con il piccolo labirinto e le grotte diventarono ricovero di attrezzi per i giardinieri.

Da ultimo fu installata una semplice cancellata di ferro (con cinque ingressi) che segnava il perimetro del parco dedicato alla prima regina d’Italia e che alla sera veniva illuminato da numerosi lampioni a gas, successivamente a luce elettrica.

Ma purtroppo oltre a questo adattamento nell’insieme piacevole (vi si collocarono anche diversi busti di cittadini benemeriti), alcuni anni dopo fu aperto un cinematografo estivo, poi trasferito in viale il Piacentino (ora parco giochi).

Furono tolte le cancellate (poi rimesse) e furono create rampe di accesso un po’ dappertutto creando inutili stradicciole anche nelle prode erbose. Dopo la guerra, sostituite numerose piante abbattute dai bombardamenti, fu resa maggiormente vasta la “tazza” della preesistente fontana, rinnovate le panchine e demolito il cinematografo. Per decenni i piacentini vi si recavano a prendere il fresco ed i bambini a giocare.

Molti ricordano ancora il chiosco di bibite e granatine gestito dalla popolare Ilde Barbieri, figlia del “fornarètu” di “stra ‘lva”, sorella del pittore Bot.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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