Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando in colonia si andava all’Isolotto Maggi, la “Rimini” dei piacentini

La storia dell’Isolotto Maggi, la colonia elioterapica per tante generazioni, la spiaggia in estate di tutti i piacentini: in pratica la nostra “Rimini”

Considerato che con la piena del 1907 abbiamo trattato di quando il Po veniva a farsi un giretto nelle zone “basse” della città, ebbene, a grande richiesta, rimaniamo sulle sponde del “grande padre Eridano”, proprio per sottolineare, con questo sostantivo, che il Po era fondamentale per l’economia della Piacenza popolaresca: legna per scaldare le case in inverno, pesce da cucinare per tutto l’anno, sabbia per fare i mattoni (i Sier) e ghiaia. I ragazzi in estate vivevano nelle boschine che erano inoltre una discreta alcova per le coppiette.

E poi c’era l’Isolotto Maggi, la colonia elioterapica per tante generazioni, la spiaggia in estate di tutti i piacentini, in pratica la nostra “Rimini”. La colonia fluviale intitolata al conte comm. Alessandro Calciati venne fondata nel 1921. Tutto era cominciato, come si evince da alcuni documenti, con una lettera inviata dal Conte al comm. De-Maldè presidente della “Stefano Bruzzi” per richiamarne l’attenzione sopra una fiorente istituzione di Cremona creata a vantaggio di fanciulli gracili, ovvero la maggioranza dei bambini a quei tempi, considerato il diffusissimo pauperismo sociale delle famiglie.

Anemie, gracilità organica, scrofolosi (adenite tubercolare), erano all’ordine del giorno ed il Conte, con sensibilità sociale, si chiedeva se non era urgente arginare il male fin dalla più tenera età. Già allora era noto che il sole (che attiva la vitamina D) era alla base della cura contro il rachitismo. Se poi si univa un po’ di attività fisica e soprattutto, una alimentazione più completa, i miglioramenti erano quasi immediati. vecchiochaletVittorino-2

La colonia voluta da Calciati raggiungeva un duplice scopo: morale, perché toglieva dalle strade un numero ragguardevole di fanciulli e fisico perché, all’aria aperta li rinvigoriva. Così prese il via questa benemerita istituzione della colonia padana che a quei tempi fu ubicata nell’ex chalet della canottieri Vittorino da Feltre che si trasferì presso l’attuale sede.

Al mattino i bambini si ritrovavano alla “casa dei Martiri” di piazza Cittadella, poi accompagnati dai maestri, raggiungevano l'ex chalet dove si fermavano per la colazione e dopo venivano traghettati sull'isolotto Maggi dove rimaneva per tutta la mattinata. Rientravano per il pranzo (spartano, ma almeno era garantito perché nelle case c’erano molti, troppi, concorrenti…..) e di nuovo il pomeriggio sull’Isolotto. Il custode dello chalet era Schenardi con la moglie Alberta.

Per il tragitto era stato composto appositamente un inno cantato dai ragazzi, con versi di Riccardo Douglas Scotti e musica del M° A.Fratus De Balestrini. Le prime strofe recitavano: siam figli dell’aria, siam figli dell’onda, c’è letto l’arena, guancia la sponda ecc.

Sull’isolotto nuotate, ginnastica, giochi, insomma un doposcuola a tutti gli effetti, ed aveva il grande merito di aiutare tanti bambini a crescere in modo migliore.

L’isolotto ubicato tra le province di Piacenza e Lodi, a est del punto di confluenza del fiume Trebbia si era formato agli inizi del 1900 a causa delle trasformazioni del corso del fiume nei decenni precedenti e ha subito rapide evoluzioni che ne hanno modificato più volte la forma e l’ubicazione.

Prese il nome dall'avv. Giovanni Battista Maggi, proprietario dell’isola e del terreno golenale oggi denominato “lungo Po”, posto fra lo scalo del Genio Pontieri e il ponte per Milano. Dalla costruzione del ponte stradale del 1908 fino alla 2° guerra mondiale e poi fino ai primi anni Sessanta, nel periodo estivo, divenne un frequentatissimo luogo di balneazione.
Sulla spiaggia, attrezzata con cabine e chiosco per la vendita di bibite e angurie, oltre ai bagni, si effettuavano anche le sabbiature e l’elioterapia. Chi scrive, ha imparato a nuotare proprio lì.

L'accesso in origine era garantito tramite una scala in legno che scendeva direttamente dal ponte mentre, nei giorni festivi, era attivo un servizio trasporti tramite le chiatte per il trasporto della sabbia riadattate con panche per i passeggeri. Il prezzo per entrambi gli accessi era di 10 centesimi di lira.

L'isolotto era la “Rimini” di tutti i piacentini, allora nessuno andava in Trebbia. Quella lingua di sabbia bianca, pulitissima, era il mare “nostrum”. La domenica i traghetti facevano una spola ininterrotta dalle rive. C’erano le cabine, c’era "al Belu" con il suo chiosco delle bevande tenute fresche con i blocchi di ghiaccio fabbricati al macello che venivano grattati, quindi insaporiti con un po’ di sciroppo. Abbronzature, sabbiature contro i reumatismi, nuotate, giochi tra i ragazzi (con le inevitabili liti), chiasso, ma tanto divertimento a buon mercato e poi sul far della sera, per molte famiglie, c’era l’appuntamento alla trattoria “Pesce fritto” gestita da Ettore Fraschini.

Allora il pesce non mancava: stricci (lasche), alborelle, pesci gatto, cavedani, anguille erano gustati così, alla “carta”, con un po’ di pane e qualche bicchiere di vino e si concludeva in bellezza e semplicità il giorno di festa.

Altri tempi: con il progressivo aumentare dell'inquinamento, la “Rimini” dei piacentini è deserta. Il grande padre Eridano, dalle acque pulite, tanto che si poteva bere dai “surtum” tra la ghiaia, ha cambiato colore grazie ai “generosi” apporti lombardi di Lambro, Olona e Seveso. I depuratori, se riusciranno a modificarne la qualità, non potranno certo ripristinarlo come un tempo.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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