Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando sul Po c’erano porto, darsena, bergantino e navaroli

Il Po ha avuto una sua vera e propria storia della navigazione? Le acque del mitico Eridano sono mai state solcate da imbarcazioni in grande stile, da flottiglie di battelli adibiti ai commerci? Ecco cosa ci dicono gli storici piacentini

Il re inaugura il ponte nel 1908

I piacentini, specialmente quelli che hanno ancora mente e cuore (e sono sempre meno, non tanto per ragioni anagrafiche, ma per la mutata “valorialità”) rivolti alla vita passata della loro città, forse non si sono mai chiesti con puntiglioso interesse conoscitivo se il Po ha avuto una sua vera e propria storia della navigazione e se le acque del mitico Eridano siano mai state solcate da imbarcazioni in grande stile, da flottiglie di battelli adibiti ai commerci.

Gli storici e cronisti di memorie storiche piacentine (Rossi, Pancotti, Tononi, Fermi, Nasalli Rocca, Castignoli) si sono in diverse occasioni occupati dei traffici e dei commerci che caratterizzarono nei secoli la nostra importantissima via d’acqua. Ma si tratta di ragguagli e descrizioni parziali, non veri e propri profili organici e dettagliati nei secoli, aspetti che andrebbero precisati non solo nelle lontane origine storiche, ma anche negli sviluppi operativi, commerciali, giuridici e perfino militari.torrione Fodesta-2

La “Mostra del Po nella storia e nella guerra” allestita nel 1908 in occasione dell’inaugurazione del ponte autostradale sul fiume, arricchita da materiale di prima mano presente negli archivi del 4° Genio Pontieri, costituì un contributo determinante per la ricognizione documentaria, soprattutto per la cartografia fluviale (civile e militare) che vi fu esposta. Anche la grande rassegna del 1927 tenutasi a Palazzo Gotico, contribuì a stimolare specifiche ricerche storiche sulla navigazione padana.

Le prime notizie circa l’attività mercantile del Po risalgono all’epoca romana; i nostri studiosi ritengono che l’esercito dei coloni romani, sopravvissuti alle sanguinose battaglie scatenate da Annibale sul Ticino e sulla Trebbia, abbiano opposto resistenza alle truppe cartaginesi attestandosi proprio nell’emporio fortificato della zona del porto piacentino, rimasto pertanto inespugnato agli assalti furiosi e veementi delle milizie nemiche.

D’altra parte anche ai successivi tempi di Augusto e Tiberio era fatto risaputo che navigando il Po in condizioni favorevoli, da Piacenza si poteva raggiungere Ravenna in due giorni e due notti. Si sapeva inoltre da parte dell’esperto geografo Strabone, che la fascia padana compresa fra l’Appennino ed il Po era disseminata di paludi a causa dei periodici straripamenti della Trebbia e di altri suoi affluenti, tant’è vero che il console Mario Emilio Scauro fu costretto ad intraprendere un vasto piano di bonifica del territorio paludoso del distretto piacentino e di quello di Parma, incanalando le acque stagnanti in canalizzazioni navigabili.

Lo storico piacentino Gaetano Tononi in una documentata ricerca scrisse che “memorabile è la navigazione del Po presso Piacenza durante tutto il Medioevo, continuata nell’alzarsi delle strade ferrate poco dopo il 1860 e ne restano innumerevoli documenti.

Di porti fluviali nel nostro territorio rivierasco se ne ricordano parecchi a monte e a valle del Po: porto Parpanese, ad Arena, ad Albera, a Monticelli, porto Sotto Orio, porto Cavafanghi, porto della Minuta, porto Piacentino, porto Pordurio, porto Landi, porto di Castelnuovo Bocca d’Adda. Donde appare chiaro il movimento di barche che c’erano lungo quelle acque ed i trasporti che vi si facevano”.

Ma il porto di maggiore entità nella secolare storia della navigazione padana resta quello situato nell’immediato comprensorio urbano. Esso è suffragato da una cronistoria ampiamente documentata a partire dalla seconda metà del secolo VII°.

I suoi redditi fiscali non erano trascurabili; basti pensare che con le gabelle applicate ai navigli mercantili transitanti nel tratto fluviale di giurisdizione piacentina, Desiderio, re dei Longobardi, riuscì a dotare munificamente il monastero di S. Giulia di Brescia di cui era abbadessa sua figlia Ansberga. Intricate, spinose, interminabili controversie giurisdizionali- amministrative insorsero per molti decenni fra quel monastero e il comune di Piacenza, avendo avuto per arbitri e giudici fior di imperatori e di papi.

passaggio francesi sponda lombarda-2

La stremante schermaglia delle pergamene e dei diplomi non sembra si concludesse a favore dei diritti territoriali della comunità piacentina nemmeno ai tempi delle Signorie quando entrò in causa perfino Michelangelo Buonarroti al quale i piacentini, in forza di due “brevi” sanciti da Paolo III° Farnese, furono obbligati a pagare con il ricavato delle gabelle del porto, il compenso per le opere eseguite al grande artista nella Cappella Sistina e in Vaticano. Michelangelo usufruì per parecchi anni dei proventi fiscali ricavati dall’attività del porto piacentino.

I nostri traffici fluviali ebbero un ruolo emergente anche ai tempi di Liutprando e del Barbarossa e le famose Diete di Roncaglia trovarono nel porto piacentino il loro epicentro logistico, com’è facile intuire anche a prescindere dai documenti relativi alle regalie e ai privilegi profusi dal terribile imperatore d’Alemagna ai sudditi altolocati del suo “establishment” feudale.

Il giureconsulto Alessandro Anguissola, in una allocuzione a Ranuccio Farnese, si espresse infatti in questi termini a proposito delle risorse fiscali derivanti dai traffici fluviali: “Piacenza si trova dotata del Po, il quale scorrendo presso essa città meno di mezzo miglio, atto in ogni tempo a sostenere qualsivoglia vascello, quindi vien fatta abbondantissima di mercanzie e di ogni altra cosa utile e necessaria”.

Altre notizie frammentarie concordano nell’affermare che il nostro fiume fu per tempo percorso dai primi battelli a vapore, Nel 1819 spettò all’Eridano coprire la rotta Pavia-Trieste; nel 1828 il Maria Luigia navigò da Piacenza all’Adriatico. Seguirono i piroscafi “Pio I°”, “Principessa Clementina” e quelli dell’impresa Lloyd, uno dei quali denominato “Piacenza”. E’ sicuramente assodato che nella zona dove sorgeva Porta Fodesta (prima che gli austriaci la ricostruissero, nel 1852, a scopo fortificatorio), esisteva una darsena.

Il Cerri si chiedeva, nel 1905, durante i lavori di copertura del Fodesta:” ma questa Fodesta che servì anch’essa come strada navigabile, come mai è scomparsa? Non ha nulla in comune con essa l’attuale canale o colatore di ugual nome che serve a raccogliere i rifiuti liquescenti della città?” E’ comunque fuori discussione che nei secoli XIII° e XIV° il Rio Fodesta era navigabile. Attraverso le sue acque i galeoni viscontei trasportavano derrate e legna in città. Nel 1447 servì all’assalto portato dai galeoni sforzeschi alle mura della città. La sua navigazione fu poi impedita dagli interramenti dell’alveo.  

(prosegue).

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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