Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando via Scalabrini era San Salvatore: Gigiòn Bori e il Macello, il mercato ortofrutticolo il famigerato “quartièr”

Situata a ridosso della barriera daziaria di San Lazzaro, densa di traffici perché allogava il Macello e si trovava a distanza dalle stazioni ferrotranviarie, dal Mercato ortofrutticolo, dagli opifici insediati in quella cintura suburbana, la sua stessa composizione socio-demografica risulta eterogenea, non riconducibile ad omogenea classe sociale

L’antichissima Strada San Salvatore, ovvero Via Scalabrini: anche questa contrada non è meno di altre costellata di eventi, fatti, personaggi di cui è stato difficile ricomporne, su una precisa trama di memorie, il variopinto mosaico esistenziale. Situata a ridosso della barriera daziaria di San Lazzaro, densa di traffici perché allogava il Macello e si trovava a distanza dalle stazioni ferrotranviarie, dal Mercato ortofrutticolo, dagli opifici insediati in quella cintura suburbana, la sua stessa composizione socio-demografica risulta eterogenea, non riconducibile ad omogenea classe sociale. 
Vi prevalevano, oltre alle minuscole attività commerciali ed artigianali, quelle tradizionali dei carrettieri, cavallanti, maniscalchi, brumisti, facchini, macellatori, sensali, salariati stagionali, manovali.

Locale d’incontro e ritrovo fra i più frequentati di San Salvatore, genericamente denominata Sant’Anna, fu la nota osteria “’d la Giràfa”, all’angolo di vicolo Moroni, gestita dal popolare oste “Gigiòn” Righi. Vi convenivano i lavoranti del Macello i quali approvvigionavano la cucina con le “primizie” di carni e ghiotte frattaglie appena squartate, cosicché i piatti tipici (dalla fritùra alla picula ‘d caval) onoravano la gastronomia nostrana con le abbondanti libagioni di vino rosso, specialmente quando l’uva si pestava “con i piedi” nelle navasse fuori dalle osterie.
Fra quelli delle generazioni anni ’20 fino ai primi ’50, si ricordano i “masalèi” nei rispettivi ruoli pittoreschi: i Losi, Giudàt Poggi timbratore di carni e poi oste in Santo Stefano, l’eccentrico ed aitante Maloberti detto “Mezanot”. Le brigate di questo ed altri locali, oltre che dal “magico” mandolino di Iselli, erano allietate dal cantante Carlo Bobba e dalla moglie Orsolina al suono della chitarra e della fisarmonica. Abitavano in Cantine delle Stalle ed il “passa gallo”, ossia il cantare ed il suonare passando da un’osteria all’altra, dava loro di che vivere.

Si ricorda anche la mitica figura di Gigiòn Bori decano dei masalèi quando il Macello era ormai in via di chiusura. Vi aveva lavorato per sessant’anni; vi era entrato come garzoncino beccaio all’età di 12 anni. Piccolo e minuto, stupiva tutti per la vigorosa agilità, la franchezza di polso e la stilettata infallibile. All’epoca della giovinezza e della piena maturità, si caricava sulle spalle grossi quarti di bue recandolo all’attiguo frigorifero cui tornava a prelevarli per trasportarli con lo speciale carretto coperto, allora in uso presso i beccai, a foggia di lettiga, con carrozzatura in legno, in Stra Dritta (ora Venti Settembre) dove aveva bottega il suo principale Carini.

La formicolante comunità di Sant’Anna, specie quella che si snodava coi vicoli e cantoni fino in zona San Paolo, oltre l’antica caserma Della Neve, era popolata da nuclei familiari di varia “coloritura” umana e sociale. Si rammenta, tanto per citarne alcuni, quella dei facchini Guglielmetti, del brumista Domenico Poggi, il cui deposito di carrozze adibito al servizio pubblico si trovava nel caseggiato nei pressi di quello che divenne poi il bar S. Anna ed un po’ oltre quella dei Marchetti, uomini temprati dalle dure, sudatissime, fatiche quotidiane.
Sul lato opposto, dopo la “Girafa” c’erano i Podestà, i Gobbi, i Bergamaschi, uno dei quali detto “Pitàsa” era custode del Macello. Nella casa d’angolo con l’odierna via Pubblico Passeggio, abitava Maria Cattani sorella di Luisa, madre di “Tognòt”, che confezionava la tiramolla (di cui abbiamo già trattato negli antichi mestieri).

Lì sorgeva pure il negozio Mazza dove si riparavano le macchine da cucire fra cui le “Necchi” e le “Singer”, onnipresenti anche nei più umili abitati familiari d’ogni borgata popolaresca, perché le donne, in casa, eseguivano quasi tutto tra rammendi e cuciti e, sovente, anche abiti per tutti i giorni o riduzioni di vestiti che si passavano tra i numerosi fratelli.
Retrostante quest’isolato, si spalancava l’antica Piazzetta dei Barozzieri detta appunto “’l Cortìl”, con l’intenso e pittoresco scenario, animatissimo, come se tutti i giorni vi si rappresentasse l’umana commedia del lavoro.

Protagonisti primari ne erano i barozzieri, costruttori di “barrozzi” (carrette piane a due ruote), birocci, calessi, riparatori di vari veicoli ippotrainati, compresi landò e carrozze. Vi dimoravano diverse famiglie di tipica marca vernacola: i facchini Cristalli, i Nicelli, i Longeri, i Gobbi, i Veneziani, addetti quest’ultimi alla raccolta del latte in alcune località della provincia. Chiudeva il gremitissimo “teatrino” operativo la villetta del cav. Giumanini ragioniere capo della Officina Bubba, allora situata nell’omonimo cantone in fondo a S. Agnese.
Della zona Torricella si è detto, ma rimane ancora da citare il cosiddetto “Quartiere”, costruzione di origine militaresca che sorgeva quasi a ridosso della chiesa Seicentesca. Su questo antico fabbricato, diventato covo-ricettacolo della cosiddetta “popolaglia” di rango plebeo, operante con i suoi “traffici” nel bastione “Coldilana”, ne aveva fornito descrizione G. Nasalli Rocca nel suo stradario ragionato, “Per le vie di Piacenza”. Era composto da 19 stanze dalla struttura uniforme, ciascuna suddivisa in due vani, complessivamente 38, misuranti 4 metri ognuna fornita di camino e cantina.
Come accadde per la vecchia Caserma della Neve dove, nel secondo dopoguerra, in piena crisi di alloggi, trovarono riparo famiglie di senza tetto, anche nel quartiere “Toricella” si rifugiarono, nei primi anni ’20, nuclei familiari che versavano nella più nera, squallida, indigenza, per lo più individui senza fissa dimora, senza arte né parte, costretta dalle dure necessità della sopravvivenza quotidiana, ad arrangiarsi, a ricorrere all’etica giustizialista degli “espropri proletari”, ai furtarelli (specie alle razzie nei pollai dei sobborghi), puniti con spietato rigore dai vecchi codici penali.

Vi pernottavano anche alcuni spazzacamini provenienti dalle vallate regionali del Nord, Trentino e Valle d’Aosta.
A quel termitaio umano si accedeva da un portone ad arco, sovrastato da un cornicione. Fungeva da “portiere” (se così si può dire), il calzolaio Alessandro Pellini, patriarca della progenie emblematica del popoloso rione. Una schiatta di caporioni che era solita dividere con i poveri della zona, quasi moderni “Robin Hodd, ciò che si arraffava, quasi un riscatto sul piano filantropico e dell’etica sottoproletaria che costituiva una solidarietà coesa.
Tra i tantissimi inquilini del gran “casermone”, ne citiamo alcuni; “Lalo” e la moglie “Lala”, il muratore Rossi con numerosissima prole tra cui un figlio detto “Cavastarlèi”, il facchino “Tola”, i Trincianti, mercanti di cavalli. Ospite precario del “quartiere” fu pure la memorabile figura dal “Lolu ‘d Tursèla” già in precedenza ricordato. Dietro al famigerato edificio, c’era una stradicciola che portava ad un’ampia ed erbosa radura dove i ragazzi di borgata giocavano al pallone. Qui c’erano due casematte nei cui antri squallidi e freddi si rifugiavano gli spazzacamini per scrollarsi di dosso la caligine raccolta su per le cappe dei camini, Tutta l’area confinava con l’osteria “dal Vòi”, contraltare della più rinomata osteria “dal Bambèi”.
Si chiude così Porta Galera, emblema della dura, ma dignitosa povertà, dei nostri lontani progenitori piacentini.
(6° ed ultima parte)

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • Ottimo servizio. I bei tempi andati che ormai non tornan più.

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