Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Santa Lucia: un tuffo nella dimensione del sogno, dello stupore e della memoria

Non rimane che affidarsi stavolta ai ricordi, perché la ricorrenza di Santa Lucia, il 13 di dicembre, è rimasta praticamente inalterata, nella sua liturgia, per oltre sessant'anni

Non rimane che affidarsi stavolta ai ricordi, perché la ricorrenza di Santa Lucia, il 13 di dicembre, è rimasta praticamente inalterata, nella sua liturgia, per oltre sessant’anni, prima che il consumismo dei primi anni ’70, ne minasse inesorabilmente le fondamenta, facendo subentrare la più nordica figura di Babbo Natale, il rito dei regali sotto il “pagano” albero o ai piedi del più tradizionale presepe.

Polemiche a parte, anche perché tutto sommato non me ne cale più di tanto, ricordiamo oggi, a spanne, cosa accadeva la notte che precedeva il giorno di Santa Lucia, la Santa che a Piacenza portava ai bambini buoni i doni che, almeno allora, dovevano poi durare, fin che ce n’era un pezzo, ovvero fino all’anno successivo, perché le possibilità economiche delle famiglie erano sempre costantemente ridotte all’osso e le priorità erano ben altre. E per i marmocchi cattivi, c’era il classico pezzetto di carbone, che in realtà era preparato con zucchero, albume d’uovo e cioccolato, ma era un avvertimento da prendere sul serio per l’anno successivo; almeno era tale per i fanciulli di una volta!

Santa Lucia ha conservato per almeno un secolo un fascino unico anche per gli adulti, perché rappresentava un tuffo nella dimensione del sogno, dello stupore e della memoria, li riportava verso emozioni antiche e quindi era suggestivo far rivivere ai loro figli piccoli il momento magico provato da bambini, in una sorta di atmosfera di mistero, quasi un’ansia di conoscere il giudizio di Santa Lucia, in base a quanto trovavano il mattino sul tavolo della cucina.

Per la vita della Santa, anche sulla derivazione del suo nome, “Lucia”, vi sono versioni e ricostruzioni contrastanti. La più accreditata è che Lucia derivi dal latino “lux” che sta per “luce”. La variante maschile di Lucia è Lucio (Lucius latino), un prenome assai diffuso in epoca latina, derivato anch’esso da “lux”, a cui è abbinato il significato di “luminoso, splendente”. Tradizione antica indicherebbe che si chiamassero così i bambini nati alle prime luci dell'alba o in giornate luminose e che il significato volesse intendere “nato all’apparire della luce”, come si evince da studi sull’etimologia del nome.

Diversi sono i patronati attribuiti a Santa Lucia; è indicata soprattutto come protettrice della vista, dato che il suo nome significa appunto “luce” (senza aver nulla a che fare con la menzionata leggenda relativa alle icone in cui appare con gli occhi su un piattino e che risalgono solo al termine del XV secolo). E la "luce” degli occhi, cioè di "vegliare per la loro vista", è quello che molti fedeli chiedevano alla Santa quando il 13 dicembre si recavano nelle chiese a lei dedicate; così come in alcune parti d’Italia era consuetudine, appena svegli la mattina del 13 dicembre, sciacquarsi gli occhi perché portava bene alla vista.

E’ noto anche il detto “Santa Lucia la notte più lunga che ci sia” o, in altra versione, “Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”. Il tutto è nato da un’errata interpretazione che faceva coincidere la data del 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, con il solstizio d’inverno.

Non vi è una spiegazione supportata da documenti sul fatto che Santa Lucia sia considerata portatrice di doni. A questo proposito si sono sviluppate diverse  leggende in base alle aree geografiche dove persisteva la tradizione. Ciò nulla toglie al fatto che per i bambini, la notte tra il 12 e il 13 dicembre, quella dell’attesa di Santa Lucia, rimaneva sempre “la notte più lunga che ci sia”, ovviamente per altri motivi.

La prassi consolidata presupponeva anzitutto la redazione di una letterina alla Santa con le richieste; la sera del 12 si preparava un piatto con del pane secco (o delle carote) e una scodella d’acqua per l’asino che trainava il carretto con i regali. Controllato che tutto fosse a posto, si filava a letto, sotto le calde coltri; “il prete” aveva provveduto a creare un delizioso calore che contrastava con il freddo della stanza dove al mattino, sui vetri, si stagliavano suggestivi ghirigori di ghiaccio.

Per chi non lo sapesse, il prete era un attrezzo di legno, formato da due coppie di assicelle ricurve, unite agli estremi, poste lateralmente sopra e al di sotto di una "gabbia" aperta, avente base quadra centrale ricoperta di lamiera per evitare bruciature provocate da eventuali fuoriuscite di faville dal braciere che vi veniva posato. Teneva sollevate le coperte e permetteva al calore di diffondersi. In tal modo si riduceva il tasso di umidità di coltri e di materassi di cui erano impregnate allora le case nella stagione invernale.

Da piccolo dormivo con mio fratello, nello stesso letto ad una piazza e mezzo, “voi da pè e voi da cò; questo almeno fino a quando, a sette anni, con il trasloco, la mia famiglia potè installare delle stufe a gas.

Si andava a riposare con ansia, trepidazione, più presto del solito (la televisione non c’era in quasi nessuna abitazione e la si vedeva solo in parrocchia o da un più fortunato vicino di casa), e si rimaneva quasi sospesi, respirando adagio, consapevoli che, se per caso si riusciva a vedere la Santa, si riceveva una manciata di cenere negli occhi che avrebbe impedito non solo di vedere, ma anche di ricordare la mattina successiva.

Nella giornata che precedeva la ricorrenza, mia madre, sul tavolo di marmo preparava il croccante e sul fornello il budino; alla fine il tegame raffreddato, ma non troppo, veniva accuratamente ripulito con il dito.

Al mattino del giorno di Santa Lucia si veniva risvegliati prestissimo e condotti in cucina: si guardava sospesi, con il timore che, causa le marachelle, ci fosse solo il carbone; il pane (o la carota) era spariti; la scodella vuota. La Santa era passata ed il segno tangibile della sua presenza era lì sul tavolo colmo di caramelle, cioccolatini e, soprattutto, con quelle pistole ed il cinturone, tanto agognate. Si allacciavano sopra il pigiama, quindi di nuovo a letto per godere ancora di un’ora di sonno. Ma chi poteva riaddormentarsi!

Così al mattino, dopo la cioccolata (il resto dell’anno si beveva una tazza di latte con il pane o i biscotti), si usciva nell’aria pungente per recarsi a scuola e sovente, era scesa anche una spruzzata di neve a rendere candide tutte le vie. Allora il traffico era scarsissimo, quasi inesistente!.

Poi quel giorno a scuola, almeno per le prime ore, era praticamente impossibile fare lezione. I maestri ben lo sapevano. Ciascuno portava il suo regalo di S. Lucia per mostrarlo ai compagni; i paragoni, le innocenti invidie, erano consuetudine normale e ricordo che, per l’occasione, il maestro, lasciava su ogni banco qualche cioccolatino per uniformarci in quella festa a cui non sfuggiva nessuna famiglia, anche se le possibilità economiche erano scarse per quasi tutti.

E ricordo ancora tutta l’amarezza di quando, ancora fanciullo, scorsi nell’armadio aperto per caso, un paio di giorni prima della festa, un arco che avevo chiesto in regalo nella mia letterina a Santa Lucia. Di colpo si spezzò un incanto goduto ogni anno; in un attimo era finita quella sognante fanciullezza.

Così se qualche mamma o nonna volesse narrare queste storie a dei bimbi innocenti, meglio omettere quelle che svelano chi è la Santa Lucia; meglio lasciarli sognare ancora un po’. Tanto avranno tutto il tempo per comprendere da soli.

E per concludere, visto che questo è il mio personale blog, ne approfitto per rifilarvi una poesia, una di quelle che scrivevo (e scrivo), quando mi viene estro ed ispirazione, dedicata appunto a quella magica notte.

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Santa Lucia
Filtra una fioca luce
sul tiepido letto di sonno di bimbo,
voci ovattate, rumori sospesi nella paura del risveglio.
Mani forti dispongono con amore
i poveri pezzi di sogno rappresi  per mesi.
Ricordo quel tavolo tutto dolci e balocchi
e gli occhi stupiti
in un risveglio a metà tra sonno e sorpresa.
Ricordo quell’alba attesa, senza saperlo, tanto a lungo,
quel ritorno breve ed eccitato tra le coltri a fuggire il freddo
con accanto al cuore i giochi nuovi dell’illusione.
La fredda luce del giorno
ricomponeva poi ogni ricordo,
rimaneva nell’animo, quasi sospeso,
quello stupore di riveder tornare, ogni anno,
un gioco sempre nuovo.
E’ amore che rimane, nonostante tutto,
in un tronco ormai sordo ad ogni richiamo,
come un ninnolo prezioso che riposa in uno scrigno
dopo la conturbante ed effimera apparizione nelle luci;
è una gioia data solo per un sorriso.
Oggi nella fredda e tersa aria di dicembre
ritornano quei tuoi cerulei occhi
che mi hanno dato un sorriso ed un incanto,
le uniche gemme della mia Santa Lucia.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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