Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Scomparvero nei primi del ‘900 gli ultimi mulini natanti del Po

Il nostro blog ha spesso trattato di mulini, di Po e di Piacenza, rammentando che fino ai primi del ‘900, anche sulle nostre sponde, erano attive queste strutture galleggianti celebrate da Bacchelli. Di mulini stabili o natanti nella nostra zona fluviale non abbiamo descrizioni recenti

Tutti costretti a rimanere in casa, una misura indispensabile per affrontare una situazione così complessa. Per trascorrere al meglio il tempo, ciascuno si ingegna come può, sovente ripristinando hobby o passioni che la normale vita frenetica quotidiana non concedeva più. Anche per i giornalisti, tranne che per chi si occupa di cronaca quotidiana, gli impegni si diradano. Per gli scrittori, come anch’io un poco, indegnamente, credo di essere, il tempo a disposizione è invece maggiore, ma in questa situazione particolare, come ha giustamente sottolineato anche Giancarlo Carofiglio in una recente intervista, è più difficile concentrarsi e lasciare libero sfogo ai pensieri, alla riflessione interiore e quindi alla scrittura.

Tuttavia c’è anche un aspetto da non trascurare: questi momenti di forzato esilio, almeno per chi ama la lettura, sono davvero preziosi; il maggior numero di ore a disposizione ora può essere occupato con i romanzi. Volendo (si parva licet componere magnis) per qualche “volontario” c’è pure a disposizione il mio romanzo storico, “Il cappello di nonno Gesuino”, ma ci sono soprattutto i “grandi classici”, i più noti scrittori, che consentono di ritrovare il gusto ed il piacere della lettura. Per questo, avendo a disposizione una biblioteca di tutto rispetto, ho pensato bene di cominciare a rileggere alcuni importanti romanzi che mi avevano appassionato già molti anni fa ma poi quasi inevitabilmente dimenticati almeno nei particolari. Riprendere quelle pagine è stato un riassaporare diverso, più approfondito; è il gusto di riappropriarsi di situazioni, personaggi, sentimenti che avevo scordato. Così ho predisposto una buona scorta ed ho ripreso la ri-lettura da quella grande saga rappresentata dal “Mulino del Po” di Riccardo Bacchelli.piroscafo Po-2

Ma citare il “gran padre Eridano” significa coinvolgere la nostra città e la sua storia. Non a caso Giovannino Guareschi che di pianura e del suo popolo se ne intendeva assai, aveva scritto: “il Po comincia a Piacenza, e fa benissimo”. Per questo è divenuta una impellente sollecitazione per il nostro blog trattare di mulini, di Po e di Piacenza, rammentando che fino ai primi del ‘900, anche sulle nostre sponde, erano attive queste strutture galleggianti celebrate da Bacchelli. Di mulini stabili o natanti nella nostra zona fluviale non abbiamo descrizioni recenti, documentate. Ma questo non ci induce a ritenere che non ne esistessero in qualche tratto del fiume- specie nei territori della Bassa, a monte di Calendasco ed a valle di Roncarolo- il cui percorso lambisce terreni di fattorie ubertosi di prodotti cerealicoli come granturco ed altre granaglie.

Un motivo di questa carenza memoriale può essere imputata al fatto che le sorti storiche, economiche e culturali del Po subirono alterni alti e bassi di interesse attivo, essendo stato per secoli un corso d’acqua placido e sornione, bizzarro ed insidioso, talché soltanto in rari periodi si stabilirono tra lui e gli abitanti dell’una e dell’altra sponda, un durevole rapporto fiduciario, un patto di convivenza pacifica. Con un “amico-nemico” di tale indole “correntizia” non fu mai troppo facile trattare, se non su piani d’intese precarie, temporanee, compromissorie.

Soprattutto a causa dei suoi “umori” saltuari e delle sue impennate imprevedibili, generatrici di piene irruenti, tumultuose inondazioni che provocarono sconquassi, rovine, drammi, tragedie, con bilanci talora catastrofici inflitti a uomini, animali e piante che ne costituiscono la naturale cornice, ovvero la “biosfera”. Senza tornare troppo indietro nel tempo, basta fermarsi alla memorabile quanto disastrosa inondazione di fine ottobre 1907. Dopo quell’evento calamitoso, il rapporto fiduciario tra il Po e la sua gente, patì un trauma lacerante, tramutandosi in uno stato d’animo lungamente increspato, se così si può dire, di amoroso rancore. Il Gran padre Eridano scorre tutt’ora dentro suggestivi scenari boscosi avvolti da arcadiche atmosfere; il fiume, per chi vi naviga, a parte l’apparizione di un borgo rurale isolato, è solo il libero fluire della corrente, apparentemente rettilinea, ma in realtà sinuosa, snodata, scandita dai ritmi delle anse, delle golene, degli isolotti, delle barene serpeggianti.

Piena porta Fodesta-2

A conferire una nota di pittoresca operosità al paesaggio fluviale, c’erano una volta i mulini natanti. Così li descrisse l’ing. Pietro Piola in una sua relazione tecnica nel 1908 avendoli visti ed anche praticati: “Caratteristici sono i mulini natanti, due grossi barconi di forma speciale, detti sandoni, appaiati, portano l’edificio del mulino, cioè le robuste capanne in legname. La ruota a pala pesca in acqua tra i sandoni; il mugnaio adorna la rustica struttura con bizzarri disegni a colori e con scritte riproducenti massime morali o invocazioni religiose, probabilmente di antichissima votività propiziatoria. Questi mulini dovrebbero per legge essere aboliti quando sono decrepiti; non è permesso costruirne uno nuovo, ma è concesso ripararli, cosicché un anno si rifà il sandone, l’anno dopo si riassetta la capanna, il terzo anno si rinnova la grande ruota motrice; ma il mulino natante frattanto invecchia e non riesce più a funzionare come una volta”.

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Il Piola, sempre nel 1908 soggiunse una preziosa notazione memorialistica: “fra lo stagno ed i terreni di gronda più elevati, si ha il regno della canna; mobile alla brezza, paradiso della passera cannarola. Qualche capanna di pescatore fondata su travi e pali rappresentata al vero l’epoca arcaica delle palafitte” di cui mulini fissi o natanti furono gli estremi reperti di archeologia fluviale, aggrediti e sconquassati dalle ricorrenti piene. I vetusti mulini natanti furono spazzati via dall’ondata di piena del progresso; si valorizzarono nel frattempo i diporti e gli svaghi offerti dalla rinascente navigazione interna. In occasione della Grande Esposizione allestita dall’agosto al settembre 1908 nell’area sconfinata del “castello farnesiano”, inaugurandosi il ponte autostradale collegante l’Emilia alla Lombardia, il Touring Club Italiano organizzò una brillantissima gara motonautica sul Po, anzi una vera e propria crociera con percorso Piacenza-Venezia. Vi parteciparono autoscafi, “equipes” di canottieri, con corteggio fastoso di imbarcazioni e piroscafi ingaggiati a “pubblico servizio”. Parteciparono migliaia di persone, ma l’onda di entusiasmo padano si affievolì ben presto. Nel frattempo i mulini natanti furono inghiottiti da questa seppur effimera ventata di progresso. Nella seconda parte inerente questo argomento entreremo più nello specifico della tradizione locale del piacentino.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • chissà chi furono quei “furboni” che stabilirono che “Questi mulini dovrebbero per legge essere aboliti quando sono decrepiti; non è permesso costruirne uno nuovo, ma è concesso ripararli

  • In nome del progresso, la modernità, ecc. si trascurano le soluzioni economiche a favore di quelle più costose e inquinanti. Invece dei molini natanti abbiamo la centrale atomica.

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