Sabato, 16 Ottobre 2021

Strà ‘lvà, altri protagonisti della borgata: gli “oscuri” campioni ciclisti della contrada

Quinta e ultima puntata del viaggio lungo Strà ‘lvà. Tra i corridori c'era chi barava e chi per la fame non riusciva a spuntarla pur essendo forte

Sulla scena della contrada agivano altri attori la cui memoria rimase impressa indelebilmente per lungo tempo negli anziani. Anzitutto i “bulli” della borgata: “Furmintèi”, Pluto, Menelik, Galli, Tic-Tac, Ceschìn, Fece, i fratelli “Bicchierini”. Dovunque si offrisse la possibilità di scherzi o baruffe, erano pronti ad agire. Menelik, per esempio, una sera si presentò nel popolarissimo cinema Verdi, nel vicoletto cieco all’inizio di via Taverna, avvolto in un ampio tabarro che nascondeva palle di neve. Appena spente le luci ed iniziata la proiezione, iniziò il “bombardamento” che causò interruzioni, suscitò clamori a non finire, senza che il colpevole venisse scoperto.

Un’altra vittima degli scherzi dei “batosi” della borgata, fu il magnano che stazionava di fianco all’ospedale; passava le ore a raccattar San Sepolcro-3padelle, tegami e pitali che rattoppava con acido, stagno e chiodi di rame. Un giorno, mentre era appisolato, i ragazzi attaccarono la batteria riparata al tram ed il poveretto, svegliatosi di soprassalto, dovette rincorrerla fino al Borgo.

Molto noti erano anche Mario “al labròn” e Buetta; Mario non era certo uno stakanovista del lavoro; oltre a saper suonare la chitarra, era in grado di imitare qualsiasi strumento, tanto da improvvisare un concertino. Sapeva anche rifare alla perfezione, il verso del gallo, tanto che spesso si organizzavano “spedizioni” nelle vicinanze delle fattorie di campagna. Lanciato il falso chicchirichì nella notte, ben presto i galli dei pollai rispondevano risvegliando anzitempo i contadini.

Buetta invece aveva impiantato un piccolo commercio di pidocchi che allevava con cura… nella sua capigliatura; poi li rivendeva perché a quei tempi erano ritenuti un rimedio efficace contro l’itterizia se inghiottiti vivi con acqua. Come tutte le borgate di rispetto, anche via Taverna possedeva la sua malavita locale. Intendiamoci: non certo nell’accezione e nelle forme con cui oggi si intende quel termine. Erano poveracci, sbandati, specie di clochard nostrani che alternavano lavoretti occasionali, espedienti, piccoli furti.

A volte Cà Tondi diventava, specie d’inverno, l’occasione per assicurarsi pasti caldi ed un posto dove dormire. Lilla, per esempio, alternava il duro lavoro di carrettiere e sabbiaiolo (mestiere diffuso anche in via Taverna specialmente dopo la prima guerra mondiale) a piccoli furti, sempre di generi commestibili, ma immancabilmente finiva “dentro”.

Sciaplabàr (poi trasferitosi a Tòbruk) era invece specializzato nel furto dei polli; conosceva alla perfezione tutti i pollai dei dintorni, il numero delle galline ed il periodo di cova per andare sempre a colpo sicuro. Dopo il palazzo del conte Barattieri, c’era il meccanico di biciclette Maragildo; la moglie Enrica sorvegliava il deposito. Maragildo, in occasione di sagre e feste, suonava il trombone nella banda cittadina e si presentava sulla ribalta con la sua pittoresca divisa fra l’ammirazione dei tutti i vicini.

 
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