Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando via Taverna era Strà ‘lvà: tutto ruotava attorno all'arsenale, posto di lavoro sicuro e garanzia di pensione

La “commedia umana” di “Strà ‘lvà”, ovvero via Taverna e dintorni. Una zona di Piacenza legata all’attività dell’Arsenale. Il cinema Verdi segnò un’epoca

Strà ‘lvà a porta Torino

Dopo un po’ di tempo torniamo a trattare di borgate, precisamente quella di “Strà ‘lvà” (Strada levata) già menzionata in antiche  la porta di strada levata Arsenale-2carte topografiche risalenti al 1200, epoca nella quale il nucleo urbano era ancora racchiuso nelle mura fortificate di età romana. Ero un po’indeciso se riprendere questi argomenti così vasti e ricchi di episodi storici, di fatti e personaggi, ma lo ero solo perché necessitano inevitabilmente di diverse analisi ed i lettori “mi tirano poi la giacca” perché ho dimenticato qualcuno. Così devo avvertire (e stavolta lo premetto) che l’argomento non è terminato con questa prima puntata ed in ogni caso anche le successive non saranno mai completamente esaustive di una complessa realtà come quella della borgata. Ma trattarne è un dovere per coloro che con pazienza ed interesse mi leggono.

Ciò preposto, evitiamo necessariamente tutto il complesso periodo storico fino alla fine dell’800 (per chi volesse leggere del “Castello farnesiano” ci sono gli interessanti articoli del “nostro” Renato Passerini su questo giornale), per concentrarci soprattutto sui personaggi e sulle storie, ricordando pure che, a questo proposito, va menzionato l’importante contributo del maestro Mario Favari che nel suo libro “Gente di Strà Levata” ha tratteggiato con arguto umorismo e solida concretezza una “tranche de vie” popolaresca della strada nella quale era nato e cresciuto.castel farnesiano massari-2

Rispetto ad altre contrade di assetto borghigiano, Strada Levata presentava una struttura sociologica più eterogenea e composita nella apparente, quasi uniforme tipologia viario-edilizia. Una borgata abitata da gente umile, povera, straordinariamente ricca di umanità come negli altri rioni “bassi” della città, una strada dove convivevano in un singolare connubio i signori nei loro maestosi palazzi (Baratteri, Somaglia, Scotti, Casati, tanto per citarne alcuni) ed un brulicante esercito di diseredati nelle loro casupole, un mondo che si offriva, nella memoria dei più anziani, in una grande coralità di vita quotidiana accentuata ulteriormente in occasione di fatti coinvolgenti come battesimi, matrimoni, funerali.

La vita scorreva solitamente tranquilla: dopo la giornata lavorativa, al tramonto, i bambini giocavano a rincorrersi attorno al quadrato della scuola elementare fra via Taverna, viale Malta, l’apertura del Castello; i giovanotti si radunavano dietro la casa di Bellino, venditore di carne di cavallo; le donne sistemavano, come del resto in molte altre zone popolari cittadine, le sedie sugli stretti marciapiedi delle vie per la chiacchierata serale; gli uomini dopo la magra cena, si ritrovavano per bere un bicchiere nelle osterie anche qui, come in tutta la città, numerosissime.

Due volte al giorno la via si affollava: quando uscivano gli operai dall’Arsenale e quando passavano i soldati. La strada, ecco una sua peculiarità, a parte i bottonifici Galletto e Gonnella, traeva motivo di sussistenza dalle attività direttamente o indirettamente connesse con il mondo militare. L’Arsenale costituiva il traguardo, la meta, lo stipendio sicuro, la pensione garantita. I meno fortunati, soprattutto le donne, vivevano di lavoro indotto. Spesso lavoravano direttamente sulla strada, dove talvolta si trasferiva anche la macchina per cucire; qui si potevano osservare gruppi di popolane intente ad attaccare bottoni di legno grigio-verde su ritagli di cartone che erano poi dati in dotazione alla truppa, o a far asole, cucire pantaloni, confezionare giubbe, camicie e fasce gambiere. Erano pagate un tanto al capo, piuttosto poco, ma quel magro guadagno serviva a rimpolpare il misero bilancio domestico in quei periodi di diffusa indigenza e pauperismo.

Alle dirette dipendenze dell’esercito erano invece gli operai e le operaie della Pertite, fuori porta S. Antonio, nome tragicamente collegato Lo scoppio della Pertite-2allo scoppio dell’8 agosto 1940. Quel giorno, dopo l’esplosione, via Taverna era deserta, un lugubre silenzio incombeva su tutta la borgata rotto solo dal suono lamentoso delle ambulanze. Tutti erano radunati sul piazzale dell’Ospedale in attesa di notizie di congiunti, amici, conoscenti.

Ma all’esercito non sono collegati solo dolorosi ricordi. Si diceva prima che la via si animava al passaggio dei soldati. Davanti veniva la banda con in testa il maggiore D’Amato a cavallo. L’ufficiale aveva aspettato i plotoni tranquillo a Barriera Torino. Seguivano marciando gli accaldati (in estate ovviamente) militari e l’immancabile codazzo di monelli grottescamente inquadrati al passo. Giunta sul Borgo la colonna si divideva: una metà per via Poggiali raggiungeva Palazzo Farnese, sede del 66° Reggimento Fanteria, l’altra parte si avviava in via Castello sede del 65°.

Ma fermiamoci qui ed iniziamo un primo excursus toponomastico, partendo da Piazza Borgo, l’asse viario su cui si incorporano i nuclei abitati delle zone limitrofe che formano il complesso di borgata Taverna; si snoda fino all’attuale Barriera Torino, l’antica porta di Strada Levata. Pur restando immutata quella di Strà ‘lvà, la denominazione cambiò in alcuni periodi legati a figure e circostanze particolari; attorno al 1910 si chiamava via S. Antonio, mentre l’odierno nome è intitolato ad un illustre concittadino Giuseppe Taverna pedagogista ed umanista, stimato da Tommaseo e da Gioberti.

Imboccato il primo tratto di percorso ci si imbatte, sulla sinistra, in Vicolo San Matteo dove in tempi antichissimi vi era un tempietto che gli vicolo San Matteo-2dà il nome. Fu costruito nel 1106 in un tutto unico con annesso lazzaretto-ospizio per infermi e pellegrini. Nel primo ventennio del ‘900 fu adattato a salone cinematografico (cinema Verdi) assieme al cinema Garibaldi (dedicheremo una puntata ai cinematografi cittadini…). Erano i tempi del cinema muto, delle comiche di Charlot, di Ridolini, dei “polpettoni” epico-storici.

Il cinema Verdi visse una stagione leggendaria del costume popolare. La sua entrata era in Cantone S. Matteo. Il nostro maggior critico cinematografico Giulio Cattivelli ricordava che “il Verdi era minuscolo e scalcinato, dall’atrio al palcoscenico, all’angusta galleria dove gli spettatori più alti toccavano con la testa il soffitto decorato di muffa e di ragnatele”. Vi regnava l’odore delle vecchie caserme mescolato ad altre meno gradevoli emanazioni.

Eppure quel palcoscenico proletario (o forse sottoproletario…) ebbe il suo quarto d’ora di celebrità ospitando a poche lire per serata, modesti emuli di Gabrè, lontani precursori di Delia Scala, Rascel e Walter Chiari. Erano strani personaggi che si producevano sempre in coppia, lui in sparato candido e coda di rondine, solino a punte divaricate, gardenia all’occhiello; lei con la chioma disciplinata da un nastro di velluto, scarpe di vernice nera sopra calze bianche da educanda ed indescrivibili abiti a mezz’asta rigidi e luccicanti come i paramenti delle chiese. Le pudiche soubrettes d’allora danzavano inguainate dal busto, con costumi di maglia rosa simulanti il tenero color carnicino”.

Fra i nomi di gran cartello figuravano - in chiave floreale - quelli di Alberto del Cigno. Olga CelesteLes Sesi-Poupèes, Stella Bonaria e viaL'interno del Verdi-2 dicendo. Annotava sempre Cattivelli: «Il duo Oddo Ferretti lanciò il “choclo”, nuovo tango argentino e i Giglio Fleurs, duettisti eccentrici, mandavano in solluchero le platee grigioverdi reclamanti “la mossa”». Poi calò il sipario sullo schermo ormai polveroso del Verdi; non più spettacoli d’arte varia, non più proiezioni di pellicole comiche, ma languide e voluttuose danze ai ritmi di orchestrine vernacole: si trasformò nell’intimistico “Salon Rosa”.

(prosegue)

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • Bella indagine storica, davvero complimenti all'autore. Ho abitato da quelle parti ed è affascinante conoscerne il passato. Quanto assomigliava questa barriera Torino alle tante "barriere" delle città emiliane, come ad esempio barriera Bixio a Parma! Peccato che, dove là si è conservato e restaurato, qui dell'antica città non restano che lacerti malmessi sovrastati da palazzoni inguardabili.

  • Ottimo lavoro, attendiamo il seguito.

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