Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Torino Gelati, il decano degli ambulanti piacentini

E' stato il personaggio per antonomasia che vendeva Calendari, Lunari, il “Solitario piacentino” “La tromba”, modeste pubblicazioni non “patinate” e piccoli opuscoli che andavano a ruba proprio ad inizio anno nella Piacenza che fu

E si! Al Lòlu ‘d Torzèla mi ha proprio buggerato! Il suo evanescente ricordo che volevo da tempo riportare all’attualità del nostro humus popolaresco, mi ha preso la mano, facendomi dimenticare che ci troviamo nel primo mese dell’anno e pertanto dovevo prima trattare di “Torino” (pronunciatelo Tùrinu) Gelati, uno dei decani degli ambulanti piacentini di molti anni fa, ma soprattutto il personaggio per antonomasia che vendeva Calendari, Lunari, il “Solitario piacentino” “La tromba”, modeste pubblicazioni non “patinate” e piccoli opuscoli che andavano a ruba proprio ad inizio anno nella Piacenza che fu, quella città senza internet, televisori, luminarie e con tanti carretti, pochissime automobili e soprattutto un modo di vivere ben diverso dall’attuale.

Così lasciandomi trasportare dalle mie reminiscenze di docente, nei primi giorni dell’anno, quando tutti si scambiano gli auguri ed auspichiamo reciprocamente che il nuovo anno sia meglio del precedente, il pensiero è dapprima corso al leopardiano “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, con tutta la filosofia pessimistica che esso sottintende.

Ma poi con più modestia e moderazione, la memoria si è defilata nelle vie del centro storico, soprattutto in via XX Settembre (Stra Dritta), soprattutto nei pressi del sagrato di San Francesco quando il nostro “Torino”, con il suo lento incedere, passava incessantemente avanti ed indietro, bene imbacuccato nel suo largo cappotto, con in mano un bel po’ di lunari che offriva in vendita e qualche piccolo “Solitario piacentino” infilato dentro la fascia (o nastro) che circonda il cappello, ovvero la maniera più immediata per reclamizzare la merce posta in vendita.

“Tùrinu” a differenza del venditore di almanacchi leopardiano non prometteva un anno migliore e sicura felicità; si limitava a cadenzare con voce stentorea che era in vendita  “La Tromba”, “Il solitario piacentino”, almanacchi e lunari per tutte le borse, quelli che poi le massaie appendevano in casa alla parete, annotando giorno per giorno ricorrenze, spese, appuntamenti. “Il solitario” era tuttavia qualcosa di più culturalmente pretenzioso, con le sue vite di santi, proverbi, consigli spiccioli anche sulle operazioni colturali per gli orti. Ed in più si avventurava nelle previsioni meteorologiche stagionali. Lo stampavano presso la tipografia “Tedeschi” di via San Giuliano.

Torinocalendari-2Gelati iniziò prestissimo la sua avventurosa professione di minutante, nel 1914, a 10 anni, un’età, allora, nella quale i “piccoli” venivano avviati ad ogni sorta di mestiere. Per quei ragazzi non c’era certo, almeno praticamente, l’istruzione obbligatoria e ben pochi terminavano le elementari dovendo frequentare la ben più impegnativa scuola della vita e trarne ammaestramenti pratici, dure lezioni di realismo sociale.

Con la cassetta a tracolla, proprio come i personaggi delle fiabe di Andersen, Torino vendeva limoni e fiammiferi sotto il Palazzo del Governatore. E non era il solo; tanti ragazzini erano in giro per la città per cercare di racimolare qualche soldo per la famiglia.

Fu nel 1918, appena cessò di tuonare il cannone, che Gelati iniziò a vendere lunari ed almanacchi editi con notevole successo divulgativo. “Lunario” e “Solitario” andavano a ruba, forse perché le loro previsioni fenomenologiche e cicliche, fondate su una ancestrale saggezza popolare, comunicavano veri e propri messaggi alle attese, alimentando speranze ottimistiche o qualche apprensione timorosa nell’inconscia psicologia del popolino.

Il “Lunario” detto “fuiass” perché stampato in formato giornale, si vendeva a due centesimi la copia; il Solitario e “la Tromba” più ricchi di argomentate notizie meteorologiche e di varia cultura pop-rurale, 4 centesimi. Questa vendita che durava poche settimane, pur molto fruttuose, era praticamente appannaggio di “Torino”.

Ma negli altri mesi c’era da darsi da fare. Appena finita la guerra, tutte le mattine, con una cassetta di pane fresco, si recava a piedi a Gossolengo (allora la bicicletta era un lusso) e lo vendeva ai militari prigionieri, comprese le cartoline della nota ditta Garioni che raffigurava Piacenza. Chi non aveva spiccioli, li barattava con scarpe o capi di vestiario, alimentando un certo giro d’affari.

Periodo questo breve, mentre molto più intenso fu quello della vendita prima di generi orticoli, fiori e, nella bella stagione, “il taglio rosso” quelle insuperabili angurie nostrane e, soprattutto, molte varietà di pesci sistemati nel cestino di vimini sulla bicicletta.

Fu allora che Gelati cominciò a girare tutta la città in lungo e largo, annunciandosi in ogni contrada rionale con il suo colorito repertorio di slogan vernacoli gridati a squarciagola: “taglio, taglio rosso”, oppure “bè viv, bè viv” se erano pesci fatti scivolare nel canestro ancora guizzanti dalle reti dei pescatori sulle rive del Po di buon mattino. E quando l’attività si allargò, la bicicletta venne sostituita da un carretto che poteva contenere più generi. Tante donne attorno a far compere e lui che con la “stadera” pesava rapido, regalando sempre qualche “stricc” in più. 

Quante paia di scarpe ha consumato il nostro “Torino”, sempre gaio ed allegro, con i suoi variopinti, ma mai sguaiati motteggi. Nato sulla Montagnola (ne tratteremo in occasione della borgata di Sant’Agnese), visse sempre lì; vi abitò per oltre 70 anni, sempre presente nelle fiere a vendere lavanda, e poi sempre in Stra’ Dritta con i suoi lunari, limoni, garofani, insomma quello che la stagione offriva. E quando anziano si fermò, per lui forse fu davvero difficile riuscire a mantenere fermi quei piedi che avevano fatto tanta strada per le vie cittadine!

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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