Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Torrione Borghetto: Nadal cul rosa, barbiere con la bottega sottobraccio

In questo antico palcoscenico di vita attiva si aggirava Nadal cul rosa, così denominato perché girovagava di contrada in contrada coi fondelli dei pantaloni rimpannucciati di pezze, che poi si scucivano lasciando intravedere, fra i buchi delle mutande, squarci di natiche rosate

A Torrione Borghetto è passata da molto tempo l’epoca dei carrettieri,dei boscaioli, dei cacciatori,degli straccivendoli, dei cavallanti, dei pescatori che venivano a sciorinare le grosse reti sul terrapieno del Torrione, a rattopparle con un nugolo di ragazzini sempre tra i piedi che, con rudimentali pistole, emulavano le eroiche gesta di Tom Mix nei primi western popolarizzati dal “muto” al cinema “Verdi” o al “Garibaldi”.

Svanito anche il tempo degli spazzini comunali che venivano a depositare i carretti a mano sotto il porticato-magazzino nei pressi della storica porta ed avevano i baffi alla “Vittorio Emanuele”; somigliavano a gendarmi regi con quell’uniforme di taglio militaresco, gambali, berretto a visiera rigida su cui spiccava lo stemma d’ottone del Municipio. Sparito il bottonificio Capra appena dentro via S. Bartolomeo, scomparso il vecchio cotonificio, poi sostituito dall’industria chimica; oggi c’è un vasto spiazzo abbandonato alle erbacce che si estende quasi fino al convento di S. Maria di Campagna. Sarebbe auspicabile farci crescere un boschetto che gioverebbe all’aria inquinata di Piacenza.

In questo antico palcoscenico di vita attiva si aggirava Nadal cul rosa, così denominato perché girovagava di contrada in contrada coi fondelli dei pantaloni rimpannucciati di pezze, che poi si scucivano lasciando intravedere, fra i buchi delle mutande, squarci di natiche rosate. Aveva sempre la barba lunga e raramente se la tagliava; sul suo viso i peli bianchi e radi spuntavano ispidi tra le rughe; gli occhietti un po’ strabici, affossati in un grigiore cilestrino di malva biada, la bocca sdentata, l’andatura barcollante essendo sempre in berlicche. Roberto Badini ne tratteggiò, in un suo calzante ed efficace disegno, la complessione fisica.

Sovente alzava per aria un braccio ossuto, quasi volesse pontificare chissà cosa; il tutto con una voce sfiatata, gracchiante, da vecchia cornacchia. Con sé portava una borsa-bisaccia di lino bigio come quello degli zaini militari che teneva sottobraccio con dentro forbici maculate di ruggine, la macchinetta a cesoia automatica per le sfumature dei capelli alla “Re Umberto”. Ed ancora: pettini di osso ingiallito, sdentati come la sua bocca, il pennello di setole dal manico di legno, la ciotolina di alpaca ammaccata per la schiuma; tutto il corredo insomma di barbiere con bottega itinerante di casa in casa, lui che un’abitazione non l’aveva. O meglio: dimorava in una stanzucola-tugurio di pochi metri quadrati, dai muri umidi e malsani, con pagliericcio imbottito di reste di granoturco.

La finestra, con l’inferriata arrugginita, le imposte dai vetri rotti qua e là tappezzati di carta oleosa trasparente, prendeva luce dall’arioso piazzale, proprio dirimpetto alla mole massiccia del Torrione costruito come sede fortificata della guarnigione austriaca, nei cui antri tetri e bui furono rinchiusi pericolosi prigionieri catturati sul fronte delle prima guerra mondiale contro le armate austro-ungariche. Per integrare l’illusione di un elementare “confort” casalingo, Nadal aveva tinteggiato sulle nude pareti il mobilio che non esisteva: credenza, armadio, divano, perfino il letto con la spalliera decorata a fiorami liberty.

Si era nell’epoca in cui si cominciavano ad avvertire le prime avvisaglie della grande depressione economica causata in tutti i paesi dal crollo della Borsa Valori di Wall Street che avrà successivamente pesanti ripercussioni anche in Italia. A Piacenza, come abbiamo ricordato con due articoli sul blog, fallirono quattro banche colpendo in maniera pesante i settori portanti della nostra economia industriale (meccanico, tessile, chimico, bottoniero) ed un po’ meno quello agricolo.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • se la Giunta “del fare” si decidesse almeno a far crescere un boschetto in quel vasto spiazzo abbandonato alle erbacce che si estende quasi fino al convento di S. Maria di Campagna, magari sarebbe la volta buona che riuscirebbe a recuperare qualche punto

  • Articolo bellissimo, ancor più poetico ed evocativo dei precedenti. Grazie, perché attraverso queste parole capiamo come eravamo e forse anche un po' meglio conosciamo la nostra anima.

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