Piacenza, una storia per volta

Opinioni

Piacenza, una storia per volta

A cura di Giuseppe Romagnoli

Türȏta: dalle biciclette Orio ai trattori dell’Agro Pontino

Quando si narra di qualche personaggio tipico della Piacenza popolaresca è facile imbattersi, quando si racconta della sua vita, in un contesto di più ampia accezione storico-economica. E’ il caso di Ettore Fornaroli, detto “Türӧta”, uno dei primi meccanici di motori

Quando si narra di qualche personaggio tipico della Piacenza popolaresca è facile imbattersi, quando si racconta della sua vita, in un contesto di più ampia accezione storico-economica. E’ il caso di Ettore Fornaroli, detto “Türӧta”, uno dei primi meccanici di motori, popolare figura di Sant’Agnese dei primissimi anni del dopoguerra.

Era un apprezzato autoriparatore, uno dei primi artigiani a disposizione dei non numerosi possessori di auto; fu tra i primi che decise, grazie alla sua consolidata professionalità, di mettersi in proprio, anziché “sotto padrone” come allora si diceva, assumendosi il “rischio di impresa” e rinunciando ad uno stipendio più sicuro, nella consapevolezza però di poter essere libero nelle proprie decisioni imprenditoriali.

Ma la vicenda lavorativa di Türȏta si inquadra, come del resto quella di numerosi suoi coetanei, con la “mitica” impresa di costruttori di biciclette, quella degli Orio, famiglia che, per un breve periodo, con quella dei Marchand, fu tra i primi costruttori di automobili in Italia, aspetto di cui abbiamo già trattato in questo blog attingendo allo specifico libretto scritto dal giornalista sportivo Gaetano Cravedi.

Ettore era il tipico figlio “del popolo”, dei rioni bassi, nato proprio sotto la Muntӓ di Ratt, in una piccola casa; il padre, come tantissimi piacentini, lavorò per 42 anni “al Castèl”, l’Arsenale, come fucinatore.Torota sulla moto-2

Uomo piuttosto duro suo padre (come del resto i tempi obbligavano), gran galantuomo, forgiatore di caratteri (se era necessario con le opportune maniere) oltre che di metalli. Lavorò anche quando andò in pensione, in una fucina approntata in cantina. Il figlio Ettore imparò in tal modo a tirare il mantice fino a quando non fu colto dalla passione per la bici e le moto. Così entrò a 13 anni come “garzӧnèi” nella fabbrica di biciclette Orio di via Campagna che sorgeva dirimpetto all’Oratorio di S. Giuseppe, nei pressi dell’antico ospedale civile dove allora si trovava l’ingresso.

La presenza degli Orio risaliva già alla fine dell’Ottocento quando cominciarono a mettere in vendita modelli di bici prodotti dalla marca inglese “New Home”. Poi Stefano Orio, capostipite dei costruttori piacentini del settore, all’interno della sua modesta officina, iniziò direttamente la produzione di alcuni esemplari di velocipedi.

Nel proseguo il commercio di biciclette raggiunse livelli tali che l’azienda di Stefano fu potenziata grazie anche ai figli Bartolomeo, Attilio ed Ettore e si espanse ulteriormente grazie ai capitali di due facoltosi fratelli, Paul e Léonce Marchand, due giovani imprenditori originari di Dunkerque, importante porto commerciale del nord della Francia. Con il padre Emile, proprietario in patria di una piccola flotta navale, si trasferirono in Italia per operare alcuni fruttuosi investimenti: tra questi, l’acquisizione dei diritti di estrazione delle miniere petrolifere di Montechino e Veleja, nel Piacentino.

Frequentando Piacenza, conobbero gli Orio, un incontro favorito dalla comune passione sportiva per le due ruote: in quell’occasione venne decisa la costituzione di una società per la costruzione di biciclette. In breve tempo, la piccola officina artigianale degli Orio diventò una fabbrica in grado di attuare tutte le fasi della lavorazione, dalla trasformazione della materia prima in prodotti finiti fino al montaggio e verniciatura dei telai. Si produssero anche i primi cerchi in metallo, come quelli britannici, mentre in precedenza erano ancora in legno.marchand Torota bici-2

Per un breve periodo gli Orio con i Marchand, dettero vita anche alla produzione di autovetture, attività quasi subito proseguita solo dai Marchand (ne abbiamo già trattato) fino al fallimento della fabbrica.

Andò meglio alla “Orio”, che si affermò nel settore dei velocipedi, arrivando ad avere alle proprie dipendenze fino ad una sessantina di operai, prima di chiudere il battenti poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Fornaroli (nella foto lo vediamo alla guida della motocicletta della “Pubblica assistenza Croce Bianca” allora ubicata in Piazzetta delle Grida), passò poi a lavorare presso l’officina di “Lisandar” Ferrari in via Beverora; chiamato alle armi, venne riformato e successivamente fu assunto come capo officina presso i Bagliani di Castelsangiovanni che lo trasferirono a Roma, a Maccarese, in una grande tenuta dell’agro pontino dove guidava (e riparava) i potenti trattori agricoli impegnati nella bonifica dei terreni poi venduti alla baronessa Berlingeri.

La malaria, flagello endemico di quelle zone, colpì anche “Türӧta”, la moglie e due figli che morirono nell’ospedale a Roma, mentre lui riuscì a sopravvivere. La baronessa gli propose di diventare direttore tecnico dell’intero parco automezzi del latifondo, ma lui con garbo ma fermezza, declinò quella vantaggiosa proposta che avrebbe potuto offrigli una vantaggiosa sistemazione.

Nel frattempo, con gli altri quattro figli in tenera età da allevare, decise di ritornare a Piacenza dove aprì la sua officina in via Gregorio X°. Da allora ha trascorso gli anni al lavoro e dopo la nascita di qualche nipotino ritrovò nel tempo affetti e serenità, buonumore, gusto della compagnia allegra e faceta.

Dopo il lavoro era sempre disposto a “trâ di lüdal” (a cantare romanze d’opera). Ernesto, detto Marcòn, mattatore del macello, gli faceva da secondo e gli amici gli tenevano compagnia. E se si faceva tardi, si programmavano anche dei “börnisòt, ovvero scorpacciate di “pisarèi e fasӧ” in casa di “Radisòn”, uno della brigata e della tavolata di turno. Vita semplice e sincera della Piacenza popolaresca…

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