Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Le vecchie osterie della Piacenza di una volta: Cà ‘d Roch e la “Graziusa”

La prima era a due passi dal ponte del Trebbia, appena superato Sant'Antonio, una meta a cui si poteva arrivare a bordo di una vecchia carrozza assieme a qualche buontempone di brigata, in sella alle biciclette o, per i più volonterosi, a piedi, aumentando in questo caso la sete e la seconda...

Cà 'd Roch

Dopo una doverosa pausa, ritorna il nostro blog (quanti argomenti ci sono ancora da trattare!) riprendendo parte di un argomento che ha sempre interessato i nostri lettori, ovvero quello delle vecchie osterie di Piacenza. In particolare facciamo riferimento a quelle di “Cà ‘d Roch” (meta allora periferica, quasi da scampagnata rurale) e d’ la “Graziusa” all’angolo tra Cantarana e S. Bartolomeo, quindi nel cuore della Piacenza popolaresca.  La prima era a due passi dal ponte del Trebbia, appena superato Sant'Antonio, una meta a cui si poteva arrivare a bordo di una vecchia carrozza assieme a qualche buontempone di brigata, in sella alle biciclette o, per i più volonterosi, a piedi, aumentando in questo caso la sete…caserocco2-2

L’osteria Case di Rocco era antichissima; costituiva la stazione di fermata per tutti i carichi, veicoli e passeggeri che dovevano attraversare il Trebbia dopo che era caduto in rovina il ponte in cotto costruito dai Romani. Nel 1200 l’incarico di regolare tale transito era affidato al Monastero di S. Giacomo mediante investitura di parecchie case e terre presso il Trebbia. Era stata concessa a condizione che i monaci provvedessero gratuitamente al passaggio delle persone e delle merci attraverso il fiume con pontili ed il sussidio di due imbarcazioni. L’incarico fu poi trasferito al Monastero di Quartazzola il quale nel 1267, non bastando i redditi degli stabili e dei terreni a coprire le spese d’esercizio, ottenne di ricorrere alla normale tassa di pedaggio, ridotta da due ad un solo soldo.

Non si conosce l’origine del nome “Cà ‘d Roch”: sta di fatto che questa località di sosta dovette offrire qualche comodità ai passeggeri, di modo che l’osteria potrebbe essere ritenuta una delle più antiche ed anche tra le più frequentate, dato che il traffico veniva spesso ed a lungo arrestato dalle improvvise piene del Trebbia non arginato. caseroccointerno-2

Nel 1825, sotto il governo di Maria Luigia, fu inaugurato il ponte in cotto, ma la serie degli arresti di traffico per veicoli e pedoni si rinnovò quando nel 1862 fu concesso alla società delle Ferrovie, l’uso parziale del ponte, a cui si aggiunse anche il passaggio dei tram a vapore (di cui tratteremo diffusamente nelle puntate dedicate alla storia dei trasporti cittadini). Il fabbricato vicino al ponte, dal lato sinistro della strada divenne sede del cantoniere addetto alla chiusura del ponte durante il passaggio dei treni.

Comunque quella di Case di Rocco non era la sola con antico passato. Inoltre la popolarità di un locale non andava confusa con quella di tradizione tipica. Era soprattutto il “savoir faire” dell’oste, la qualità dei vini e dei salumi (Case di Rocco era rinomata per la coppa), le specialità nostrane dei piatti che spesso quei locali ammannivano alla loro clientela abitudinaria, a sancirne il successo. Nel nostro excursus nelle borgate cittadine, tante ne abbiamo citate ed ancora molte ne mancano, perché non abbiamo ancora esaminato Stra ‘lvà (Taverna) nè San Giovanni e Beverora, tanto per citarne alcune.

Un fatto appare incontestabile: ciascuna osteria o trattoria aveva una peculiarità di routine pittoresca, tant’è vero che vi furono locali nei quali solo di rado si affacciavano volti nuovi, avventori occasionali. Gli habitués formavano una sorta di casta pressoché impenetrabile. Il fenomeno si spiega anche con il fatto che un discreto numero era ubicato in zone fuori mano, nella cerchia esterna alle mura o rincantucciate in vicoletti di scarsa comunicabilità urbanistica. Altre ancora erano dislocate ai bivi ed ai crocicchi di strade suburbane quali la Galleana, Pittolo, San Bonico, San Lazzaro, Le Mose, roncaglia, Mucinasso, Gerbido, Mortizza, Molini degli Orti, la Baia del re ed altro.

In città invece le osterie superavano il numero di cento e c’era solo l’imbarazzo della scelta; nessuna era senza lavoro. La figura dell’oste o dell’ostessa, rappresentavano dunque il punto centrale di riferimento scenico del locale. Osti triviali, sgarbati, privi di bonarietà prima o poi dovevano cambiare mestiere. Non fu il caso quindi dell’osteria d’la Graziosa (Graziosa Campelli) che dette il nome al locale in via San Bartolomeo che gestì per moltissimi anni. Al n° 100, a due passi, c’era nato mio padre e la nonna paterna, quasi quotidianamente, andava a rifornirsi da lei come le famiglie del circondario. Di fronte il bottonificio Capra. I clienti dunque non mancavano certo!

La Graziosa era stata testimone di tanti avvenimenti, compresa la piena del Po che aveva allagato anche la sua osteria. Poi negli ultimi anni era rimasta sola e con l’età che ormai pesava, aveva cominciato a trascurare il locale noto per il buon vino. Alla sera le capitava di addormentarsi ed allora qualche cliente ne approfittava per andare a cancellare le cifre scritte su una tavoletta per tenere nota dei litri e dei mezzi serviti a credito. Addirittura qualche volta era capace di dare mezza lira a ciascun avventore perché se ne andasse a bere da altre parti o al cinema e la lasciassero chiudere.disegnoBadiniGraziosa-2

Graziosa di nome e di fatto. Gli ultimissimi anni li visse in solitudine, senza parenti, in compagnia di una sola gallina. Ma se non aveva familiari, di amici ne contava tanti, di tutta la contrada di Cantarana. S. Bartolomeo, Borghetto: un saluto ed una chiacchierata quando si sedeva fuori dalla porta di casa, non mancavano di certo. Ma sicuramente le deve aver fatto un certo effetto appartarsi dal chiasso, dal fumo e dal vociare dell’osteria. 

Negli ultimi anni aveva fatto abbattere un vecchio gelso che stava nel cortile e le cui radici passavano sotto casa. Si diceva che avesse oltre cent’anni; il suo tronco era cavo dentro, Nel legno trovarono grossi chiodi, anelli e grappe di ferro; servivano per attaccarci i cavalli; poi il legno crescendo li aveva incorporati in sé. Pare che questo gelso fosse cresciuto così bene perché lo annaffiavano non con l’acqua, ma con il vino…

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • Ottimo lavoro, rivalutare il passato per costruire il futuro.

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