Piacenza, una storia per volta

Opinioni

Piacenza, una storia per volta

A cura di Giuseppe Romagnoli

Via Borghetto, borgata di “giӓd”: un tempo c’erano tante attività economiche

Hanno attenuato la povertà di tanti nuclei familiari della zona

Abbiamo dedicato a via Borghetto (e dintorni) denominato, in tempi remoti, “di giӓd”, a causa, pare, del colore giallognolo che caratterizzava il viso di molti suoi abitanti, numerose puntate. Come assodato da numerose testimonianze del passato, sembra fossero colpiti, più che quelli residenti in altre borgate d’entro mura durante le penurie alimentari, dalla pellagra una malattia derivata da una grave penuria di vitamine tipica per chi si cibava quasi esclusivamente di polenta. Altre fantasiose “versioni” sono prive di fondamento.centrale Adamello-3

Per fortuna in tempi più vicini a noi (parliamo fino agli anni ’40, ma con un intermezzo durissimo al termine della 1° guerra mondiale), le carestie non furono così frequenti; a due passi c’era il Po, ricco (allora) di pesce e di legna per l’inverno e all’interno di ogni casa, anche la più umile, si coltivava un pezzetto d’orto e c’era qualche albero da frutto; immancabili i fichi; insomma ci si arrangiava e poi si poteva contare sulla reciproca, forte, consolidata, solidarietà. Da ciò il detto: “par la sal a gh’è i visèi”; tuttavia, anche in Borghetto, come del resto in molte altre borgate, molti faticavano a combinare pranzo e cena.

Se in precedenza abbiamo volutamente concentrato la nostra analisi soprattutto sugli aspetti sociali, etici, insomma quelli del costume e dell’indole degli abitanti, comprese le numerose nostrane “macchiette” di questo straordinario palcoscenico di strada, è altresì doveroso ricordare anche le attività economiche di questa zona della città che erano assai diversificate e consentivano alle famiglie di “sbarcare” il lunario con dignità. Certo nei periodi più difficili, a carattere endemico, la gente si doveva arrangiare in tutti i modi, ma la normale quotidianità era caratterizzata dal lavoro, sia degli uomini, ma anche delle donne grazie a specifiche lavorazioni come quella del bottone dove “Piròn” Capra era titolare dell’omonimo bottonificio di S. Bartolomeo (angolo Cantone Degani).

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Difficile stare con le mani in mano in queste zone. Certo la povertà la misuravi a spanne ma, in un modo o nell’altro, si riusciva sempre a sbarcare onestamente il lunario con gli uomini che potevano concedersi anche qualche puntata nelle numerose osterie della zona dove il vino era a buon mercato e sovente il pescato non venduto veniva condiviso tra i presenti. Per le donne il ristoro dalla dura quotidianità di dover oltretutto gestire famiglie sempre molto numerose, erano le chiacchiere con le vicine sotto sera in strada o al massimo una tombola o una briscola.

Borghetto era contrada di stallaggi, di lavanderie militari, di straccivendoli, di fornaciai che operavano nella zona detta “I sier”, una specie di brughiera fra il Fodesta e la parte elevata di S. Sisto. La caratterizzava una fornace paleo- industriale la cui struttura somigliava ad un imbuto rovesciato. Era una delle più moderne dell’epoca.

Attorno al 1870 il suo titolare Antonio Cattaneo l’aveva tecnologicamente rinnovata istallando una fornace a sistema circolare “tipo Hoffman” alimentata ogni cinque minuti con carbone fossile, con un potenziale giornaliero incredibile per quei tempi: 6 mila unità manifatturate tra cui mattoni, tegole, pianelle per pavimenti ecc.

Occupava un rilevante numero di fornaciai ed addetti ad altri lavori accessori, soprattutto molti carrettieri che trasportavano tonnellate di argilla estratta giornalmente dalle cave golenali del Po.Si caricava sulle magane, poi su una passerella a mano si depositava sulla riva e poi veniva caricata. Tutto rigorosamente a mano! I carrettieri andavano e venivano con le barre (carrettoni) d’alta ruota, trainate da poderosi stalloni guarniti di finimenti tintinnanti di sonagli, infiocchettati come destrieri da parata. Al loro passaggio facevano schioccare il nerbo della frusta. Nel quadro dell’economia zonale la fornace rivestì dunque un ruolo di primaria importanza e continuò a funzionare con crescente ritmo produttivo.

Nel primo decennio del ‘900, la fabbrica gestita dai soci Cattaneo e Romagnoli, operò in pieno boom costruttivo ed il numero delle maestranze continuò a salire per tutti gli anni ’20, tanta manna in quel disastroso dopoguerra. C’era poi la gente del Po che sul fiume aveva trascorso tutta una vita: sabbiaioli, pescatori, boscaioli e cacciatori. Bastano pochi nomi a riassumerne il gremito proscenio: i Borsotti, i Bori, il Nìn Pantaleoni, suo figlio Mario (a cui dedicheremo una breve puntata perché fu testimone attento di quella che si può definire una vera e propria epopea rivierasca), i Barbieri, i Bernardelli, i Morelli, i Galliani, i Rizzi, i Fraschini poi titolari della trattoria “Pesce fritto”.

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Tanti altri ancora popolavano lo scenario borghigiano: i Lamberti lavanderia presso cui erano impiegate molte donne; c’era poi la Guglielma Migli, sorella del Zeti: era la bucandiera del Genio Pontieri con altre amiche; stendeva i panni, le coperte, le lenzuola militari al sole del Torrione; i Lamberti invece nella assolata radura dei Sier. Borghetto, ma anche S. Bartolomeo e Cantarana, era un rione etnicamente omogeneo, quasi un tutto unico, in tempi di cruda realtà sociale.

Fra le tante attività economiche nate per caso va ricordata quella del popolarissimo “stràsèi” Dante Migli soprannominato “Zèti” che nel dopoguerra costruì una cospicua fortuna incettando, oltre agli stracci e la carta, rottami di ferro, residuati metallici, (rame, bronzo, ottone) d’uso bellico, specie bossoli di proiettili. Rappresentavano tanti piccoli guadagni per molti ragazzini che ricavavano, dalla loro ricerca, qualche moneta in più per le famiglie.

Zèti, lo abbiamo già ricordato, era il boss umanitario della borgata. Chiunque bussasse alla sua porta non ne tornava mai a maniconiugi Zeti Migli-2 vuote e spesso riceveva più dell’immediato necessario. Sua moglie Filomena Bonadè era, in versione popolaresca, l’umile assidua, “dama di bontà”. Sfamò centinaia di famiglie povere, anche in altre borgate. L’opulenza dei Migli fluiva nei vasi capillari dell’indigenza, della miseria, delle ristrettezze.

Analogo discorso per la “Pirèina” vedova Giacobbi, nella cui bottega di generi alimentari con annesso forno-panetteria si acquistava a credito. E quante volte sui libretti della spesa dei nuclei familiari più bisognosi, i conti venivano depennati in parte o del tutto grazie alla sua riservata longanimità.

Altra attività economica che produsse consistente possibilità di lavoro per questa zona fu la costruzione dell’imponente centrale elettrica “Adamello”. Dopo la paurosa piena del Po nel 1926 che ruppe gli argini dietro al “Tirasegno”, iniziarono le opere di innalzamento e fortificazioni degli argini. Anche qui con queste opere pubbliche, si ampliarono le possibilità di lavoro. Scomparvero però le selvagge macchie boschive, ricchissime di fauna e flora di specie fluviale, come le anatre ed i salici che gremivano le lanche. Anche quelli di Borghetto vi furono naturalmente ingaggiati come sterratori e carrettieri, mentre le donne lasciando i figlioletti in custodia a quella sottospecie di asilo-nido ad una solo stanza d’angolo con Cantone S. Rocchino, detta “la scola di scagazzòn”, andavano a lavorare nei bottonifici, negli opifici conservieri, nei maglifici (come quello di Faina in via Beverora).

Per i più fortunati c’era la Direzione d’Artiglieria e all’Arsenale, denominato “butta ‘d ferr” (botte di ferro) perché essendo azienda di Stato, non poteva comunque fallire e pertanto il lavoro era assicurato. Insomma tra fabbriche, lavori di costruzione, fiume Po, caccia, pesca, ci si arrangiava nella difficile arte del vivere, sempre, anche per le attività più umili, ma con un senso di dignità, prerogativa che rimane indelebilmente scolpita nelle generazioni che ci hanno preceduto.

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