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Vicende e bizzarrie del gioco del lotto a Piacenza

A Piacenza si giocava al lotto, nell’ambito della legge, già prima del 1731, durante il dominio dei Farnese. Vi sono “grida” e memorie che trattano del gioco del “Seminario” a Piacenza concesso in impresa a favore di certo Antonio Giacoboni da S. Sebastiano di Tortona ed altre che lo assegnano in appalto a tale Alessandro Betti

Dieci e Lotto, Lotto più, Lotto on line: l’informatica è entrata di prepotenza nel gioco più popolare per gli italiani, anzi, come sovente accade nei periodi di crisi, il numero delle giocate è aumentato ed è stato affiancato da decine di “gratta e vinci” per cullare i sogni di ricchezza dei più indigenti. Ma si sa: la fortuna è cieca e per qualche raro soggetto che ne viene toccato, milioni di altri rimangono a “bocca asciutta” o si devono accontentare di vincite irrisorie e alla fine, come sempre, vince lo Stato, che questa ricca torta se la gestisce direttamente o con cospicue percentuali di prelievo per le scommesse (oggi si punta praticamente su tutto!) date in concessione. Non a caso, la notizia è recentissima, passa dal 6% al 12% per le vincite eccedenti i 500 Euro.
Per questo, in considerazione del fatto che ci dilettiamo a riscoprire usi e costumi dei nostri antenati, quelli di una Piacenza povera, di necessariamente austeri costumi, ma autenticamente popolare, torniamo indietro nel tempo, quando ai botteghini del lotto, la titolare (e le commesse), trascrivevano per ore ed ore, le giocate degli scommettitori.
La massima affluenza si concentrava al giovedì e venerdì (in vista dell’estrazione del sabato), addirittura con lunghe file fuori dalle ricevitorie, soprattutto quando “saliva la febbre” per qualche numero ritardatario. Poi le estrazioni del Lotto sono diventate tre (21 giugno 2005), dato che fino a quel momento avvenivano due volte alla settimana, ogni mercoledì e sabato. Le estrazioni bisettimanali a loro volta erano state introdotte nel 1997.
Seguiva la spasmodica attesa delle estrazioni che, quando ancora non c’era la radio, venivano pubblicati sui appositi bollettini, consultabili in molti locali pubblici e, ovviamente, all’interno delle stesse ricevitorie.

Il gioco d’azzardo che per primo fu adottato a sistema di fonte di introiti per lo Stato, fu il lotto, chiamato allora “Seminario” ed ebbe origine nel 1550, con il patrizio genovese Benedetto Gentile che si ispirò all’estrazione dei cinque noni tra i 134 senatori e maggiorenti di coloro che dovevano reggere, avvicendandosi ogni sei mesi, il Governo della repubblica di Genova.
In seguito il “Seminario” gestito da un’impresa camerale per conto del Governo, si perfezionò, riducendo la lista dei nomi da 134 a 90 ed in meno di dieci anni il Lotto di Genova, modificato nella forma, si estese anche a Milano, Venezia e Napoli, basando le giocate su 90 nomi di oggetti, fiumi e mari.

Il “Seminario”, sia che fosse gestito direttamente dallo Stato o concesso in appalto, fu regolato da opportune norme raccolte in “grida” che assicuravano le garanzie degli scommettitori clandestini ed ai loro complici, i giocatori ovviamente.
Il successo del lotto fu tale che alle ricevitorie dei “Seminari” si presentavano a puntare anche i forestieri con grave danno per le finanze degli Stati a cui appartenevano quegli scommettitori i quali portavano fuori dai confini molta moneta sonante, non cartacea. 
Nel 1660 lo Stato Pontificio, trovandosi in un periodo economicamente poco florido, non riuscendo ad esigere le imposte ai propri sudditi, indirizzò anatemi contro il lotto, considerandolo invenzione del diavolo e stabilendo che fosse peccato gravissimo praticarlo. I Papi minacciarono di scomunica gli scommettitori ed i ricevitori delle scommesse. Ma quei severi ammonimenti non valsero però a sradicare l’abitudine, giacché le cose proibite divennero più adescanti e dilettevoli anche per i più osservanti della religiosità di maniera. Pertanto nello stesso Stato Pontificio si continuò a giocare malgrado le scomuniche e le pene comminate, tanto che Innocenzo XIII°, nel 1722, pensò di convogliare proficuamente l’ormai radicata consuetudine con buon profitto per le finanze dello Stato ed autorizzò l’apertura di un Banco di Roma, dietro congruo rispettivo al fisco che devolse successivamente il guadagno in opere caritatevoli.
Più tardi, per esempio, Pio VI°, assegnò i proventi del lotto ai lavori di bonifica delle Paludi Pontine. Ciò indusse i “Seminari” degli altri Stati a correre ai ripari escogitando puntate sugli ambi e sui terni ed aumentando il monte delle vincite per riguadagnare in loro favore gli scommettitori sottrattigli dallo Stato Pontificio. In seguito, com’è noto, il lotto divenne in tutta Italia istituzione statale.

A Piacenza si giocava al lotto, nell’ambito della legge, già prima del 1731, durante il dominio dei Farnese. Vi sono “grida” e memorie che trattano del gioco del “Seminario” a Piacenza concesso in impresa a favore di certo Antonio Giacoboni da S. Sebastiano di Tortona ed altre che lo assegnano in appalto a tale Alessandro Betti. Sembra più probabile il fatto che non esistessero in Piacenza vere e proprie ricevitorie ma solo “collettori per giochi” praticati nei “Seminari” di Roma, Genova e Milano.
La prima estrazione certa relativa alle giocate effettuate a Piacenza, i cui atti sono conservati nel nostro archivio comunale, reca la data 1755 (indizione 3°) die 14 del mese di agosto. Regio amministratore generale dell’Impresa del “Seminario” del lotto era il funzionario Ugo Politi.

Ricevevano le giocate non sui numeri, ma sui nomi di 90 “putte” (zitelle da marito). Per stabilire le vincite venivano estratti 5 nomi: quelli delle zitelle prescelte, venivano premiati con la dote di 100 lire in moneta corrente. L’estrazione avveniva di massima ogni due mesi nelle forme e con le garanzie prevista dalle “grida”, eseguendo “l’imbussolamento” dei biglietti “in faccia a tutto il popolo”, sulla piazza, davanti il palco. L’urna contenente i 90 nomi delle “putte” veniva prima benedetta da un prete con lume, cotta, stola ed acquasanta, poi rivoltata sottosopra più volte, quindi un putto minore di sette anni, benedetto a sua volta, fattosi il segno della croce a garanzia di totale onestà, estraeva con una sola mano, ad una ad una, le cinque palle contenenti i nomi delle fortunate “zitelle”. 
E’ difficile stabilire l’assommare dei premi di allora perché non esistono precisi e documentati riferimenti. E’ però accertato che i profitti per il duca non erano redditizi come ci si attendeva e perciò dopo una serie di estrazioni, non se ne effettuarono altre. Piuttosto se ne utilizzavano altre diverse dai “Seminari”, avanti piuttosto forma di lotteria, ma erano preclusi al popolo “minuto” ed avevano carattere riservato, costituendo esclusivo “dilettevole trattenimento per la nobiltà e loro familiari”.
Il lotto si rigiocò a Piacenza durante la repubblica francese, ripristinando il precedente lotto delle “zitelle”. Lo si evince bene nella stampa della “tombola pubblica” da un’incisione francese dei primi dell’800.
Ne riferiremo, così della sua evoluzione, nel prossimo articolo.

Vicende e bizzarrie del gioco del lotto a Piacenza

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