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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

Cop 26, insieme per far fronte al cambiamento climatico

L’impegno assunto dai leader mondiali al summit di Glasgow- Cop 26 di ridurre di circa il 45% le emissioni antropiche di metano entro il 2030, è un risultato importante perché di questo gas - che ha un potenziale climalterante 25-30% volte superiore alla anidride carbonica - ne vengono immesse in atmosfera, ogni anno 380 milioni di tonnellate; una quantità inferiore solo a quella della CO2, ma mentre questa viene infatti assorbita dalle piante, per il metano si può solo aspettare che decada attraverso processi che si protraggono per circa 10 anni.

Negli ultimi decenni le emissioni di metano sono più che raddoppiate e l’attuale concentrazione in atmosfera è di 1,9 parti per milione, contro oltre 400 ppm della CO2, ma la capacità di riscaldare l’atmosfera è circa 80 volte più veloce.

Tra i 105 Paesi firmatari del documento mancano però Cina, Russia, Australia e Iran, quattro dei dieci maggiori responsabili emettitori di metano.

Uno studio dell’’Unep (Agenzia per l’Ambiente dell’ONU) indica che la riduzione delle emissioni antropiche di metano del 45%, rispetto al valore 2015, proiettata nel 2045 ridurrebbe l’aumento della temperatura globale di 0,3°C; in termini di costi sanitari e sociali 260mila morti premature e la perdita di 20 milioni di tonnellate di raccolto agricolo.

I settori che determinano le maggiori emissioni di metano sono: per il 40% gli allevamenti, soprattutto dei ruminanti, il 35% la produzione e distribuzione dei prodotti petroliferi, in particolare il metano ed il 20% il sistema dei rifiuti.

L’elenco dei Paesi che hanno rinnovato l’impegno a rinunciare in modo totale al più inquinante dei combustibili fossili, il carbone, sia a livello domestico, che internazionale, si è fermato a quota 40. Ne fa parte l’Italia ed alcune nazioni come: Polonia, Indonesia, Sudafrica, Ucraina, Canada, e Corea del Sud che bruciano enormi quantità di carbone all’anno, mentre pesa l’assenza di: Stati Uniti, Cina, India ed Australia. Il termine entro cui la transizione deve compiersi è diverso secondo il peso economico dei Paesi: il 2030 per le nazioni più sviluppate, il 2040 per quelle più piccole.

Una iniziativa di 25 Paesi, tra cui: Italia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito e Danimarca sospende entro il 2022 i finanziamenti esteri rivolti a progetti del comparto energetico, basato sui combustibili fossili. Lo stesso faranno le istituzioni finanziarie private: HSBC, Fidelity International ed Ethos. Vietnam, Marocco ed Indonesia si sono impegnati a non costruire più centrali a carbone.

Un documento presentato a Glasgow riguarda le foreste. Nel 2019 sono stati persi per gli incendi il 150% di foresta Amazzonica in più, rispetto al 2018; dagli anni ’70, solo nella Amazzonia brasiliana sono andati persi 800mila chilometri quadrati di foresta e la situazione non è migliorata nel 2020. Occorre fermare immediatamente il disboscamento e rigenerare le aree forestali distrutte e questo sarebbe di grande aiuto nella lotta alle emissioni. Un bosco in crescita assorbe tra le 12 e 15 tonnellate di CO2 per ciascuno dei 25 anni in cui, in media, completa lo sviluppo. L’intesa della Conferenza ad eliminare la deforestazione entro il 2030, sarà accompagnata ad un investimento di 19,2 miliardi di dollari di fondi pubblici e privati.

Il Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha annunciato, nel corso della COP 26 la nascita della “Global Energy Alliance For People and Planet”, il cui fine è di arrivare a 100 miliardi di dollari di fondi, soprattutto privati, per rifornire 1miliardo di persone con energia da fonti rinnovabili, ridurre di 4 miliardi di tonnellate le emissioni di CO2 e creare 150 milioni di posti di lavoro “green” nei Paesi in via di sviluppo. Il Ministro ha inoltre manifestato la volontà di stanziare un budget annuale di 3-4 milioni di euro per rendere fissi tutti gli anni la “Youth4Climate”, la Conferenza dei giovani sul clima.

Cop 26, insieme per far fronte al cambiamento climatico

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